|
L'INTERO TESTO, NELLE 3 PARTI, È SCARICABILE ANCHE IN FORMATO PDF
(204 KB)
La Rivoluzione dello
Spirito.
Cristianesimo paolino o
Giudaismo
Prof. Luca Fantini,
TerraSantaLibera.org

Parte
I
vai al "Cristianesimo
Paolino o Giudaismo", parte seconda
vai al "Cristianesimo
Paolino o Giudaismo" parte terza
Le
tesi di W. D. Davies e di Boyarin, per citare alcune tra le più
significative, agli studiosi sono certamente note. In un importante
articolo del 1977,
Davies sosteneva che la conversione di Paolo andava concepita non
come il passaggio da una fede religiosa ad un’altra, ma segnava il
tentativo di portare a compimento, mediante l’accettazione del
messaggio del Cristo Gesù, quella tradizione giudaica nella quale
Egli era cresciuto. Sosteneva Davies, non a caso, che le
proposizioni paoline riguardo i giudei e il giudaismo erano
discussioni interne alla comunità e alla visione giudaiche.
L’unità in Cristo, su cui Paolo spesso si soffermava, per Davies non
eliminava affatto l’elemento etnico, la differenza etnica, dato che
le specificità etniche venivano in tal caso conservate.
Boyarin riprendeva e sviluppava invece le tesi della teologia
liberale del diciannovesimo secolo, fondate sulla concezione del
giudaismo diasporico come giudaismo ellenizzato, tollerante,
“liberale”. Boyarin riconosceva immediatamente (pag. 1)
di essere – da ottimo talmudista quale è - inesperto negli studi
neotestamentari e paolini, ma nonostante questo formulava una
interessante tesi, che finiva per fare del Cristianesimo paolino una
religione sorta su un comune retroterra di pensiero costituito dal
medioplatonismo giudaico di lingua greca, caratterizzata dalla
tensione conoscitiva e emozionale per l’Uno primordiale, che
sembrava poi assumere nella visione paolina caratteri dualistici e
simbolico-allegorici affini a quelli di Filone.
Per
Boyarin, Paolo era dunque un maturo prodotto della diaspora greca,
un giudeo ellenista radicale, la cui visione era dualista come
quella filoniana, sebbene Paolo non fosse stato proprio un platonico.
Partendo ora proprio da quanto affermava (a mio avviso, in tal caso,
a ragione) il Davies, ossia che l’essenza profonda della visione
spirituale paolina era fondata sul riconoscimento dello “svelamento”
messianico del Cristo, si può già notare un elemento centrale ed
irriducibile. Il Cristo (nella concezione del mondo paolina) era il
divino Salvatore dell’intero genere umano, il Logos di cui si
parlava in apertura del Vangelo giovanneo. Era l’alfa di una nuova
creazione cosmologica ed escatologica, molto più del solo Messia di
Israele. Si aveva già un centrale punto di discontinuità, di rottura
metafisica con la tradizione giudaica.
Cristo,
per Paolo, è il signore universale: il salvatore dei gentili come
dei giudei. I giudei in quanto tali non sono ancora nella nuova
creazione: devono entrarvi.
Tra
tutti gli autori neotestamentari, Paolo era quello che maggiormente
usava, in senso peraltro più pregno di significato spirituale, il
titolo kùrios. L’esperienza di Damasco, quale esperienza del
Risuscitato, era anche certamente una luminosa esperienza della
signoria, ossia della cosmica potenza del Cristo-Logos. Per i
cristiani delle origini, come è noto, non vi poteva essere
esperienza della Risurrezione del Cristo che non fosse al tempo
medesimo esperienza della solare potenza cosmica del Logos che ha
sconfitto ed annichilito le tenebrose forze della morte.
L’esperienza del Risorto diveniva chiaramente il centro della
teologia mistica paolina. Di questa direzione si aveva,
evidentemente, chiara manifestazione in uno dei più significativi
vertici cristologici dell’intero Nuovo Testamento, ossia l’inno
della Lettera ai Filippesi, dove il percorso kenotico
del Cristo raggiungeva, nel momento di massima umiliazione (di
obbedienza fino a morte, fino a morte di croce), la
“sovraesaltazione” e, dunque, il Nome di Signore (“Gesù Cristo
Signore”) - nome inesprimibile primordiale in quanto Verbo
ineffabile sopra di ogni nome – assurgeva alla gloria del Padre. Per
Paolo, come per i primi cristiani, l’unico Dio, il Padre, aveva
diviso la sua signoria cosmica e celeste con il Cristo “esaltato”.
Sviluppando le immagini di “gloriosa esaltazione” in questo inno,
Paolo attribuiva al Cristo caratteristiche e poteri che non erano
affatto quelli del Messia di Israele ma quelli del Dio-Padre.
Cristo, il Logos, diveniva l’unico signore e a lui venivano
conferiti il potere come cosmica potenza e la gloria eterna. Al
riguardo, il Capes sottolinea che con Paolo ha inizio un processo
metafisico di assoluta deificazione del Cristo arrivando a affermare
che non vi sarebbe una vera distinzione tra la cristologia paolina e
la cristologia giovannea.
Così
i cristiani autentici, non appartenevano, nella concezione paolina,
solo al Padre, ma anche e soprattutto al Cristo (“Voi siete di
Cristo”, I Cor. 3,23). E in Cristo, come ribadiva ancora
Paolo (Gal 3,28), non c’è più né giudeo né greco: non vi è
dunque differenza etnica da salvaguardare e assolutizzare, ma la
tensione spirituale in vista della cristificazione, ossia della
salvezza spirituale, diviene la vera milizia cristiana: “In realtà,
pur camminando nella carne, noi non militiamo secondo la carne,
giacchè le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti al
cospetto di Dio, tanto da abbattere le fortezze” (2 Cor.
10,3-6). Il privilegio giudaico era necessariamente superato quale
segno di una ricaduta nell’antica schiavitù, in tale visione. La
salvezza, che derivava chiaramente dalla comunione con lo spirito
Logos, con il Cristo risorto, era destinata sia ai gentili sia ai
giudei. Essa non derivava in nessun caso dalla legge giudaica, che,
come è evidente, non poggiava affatto sulla fede in Cristo.
Paolo poteva così essere apostolo dei pagani (Gal. 2,9).
Proprio perché nessuno, per l’apostolo, poteva essere giusto – di
fronte al Padre – per mezzo delle mere opere di legge; la retta
giustizia andava conquistata mediante il principio della Fede, che è
fede nel Risorto, dunque nella vittoria sulla necessità naturale
della morte e della materia. Nella concezione paolina, la Fede è la
volontà solare, il coraggio metafisico del discepolo di forzare –
fino ad annientare – la propria natura psicosomatica, per vivificare
l’essenza immortale pneumatica dell’Io sono. Paolo ad Atene
dipingeva tale esperienza sovrannaturale con le parole: “…..in
Lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo” ( Atti. 17,28).
Cristo è infatti il fine o, ancor meglio, la fine della Legge
(Rom, 10, 4). Cristo aveva compiuto l’autentica rivoluzione
cosmologica ed escatologica in quanto aveva sostituito la Legge. La
via dell’Amore e dello Spirito, nell’apostolato paolino, aveva
ragione del formalismo etico legalistico e del naturalismo
schiavistico meramente basato su elementi ereditari o etnici.
L’autentica circoncisione non era quella che appariva visibilmente
nella carne, ma quella del cuore, quella che si realizzava nello
spirito, non nella lettera (Rom. 2,28-29).
Il
popolo di Dio, l’Israele di Dio, nella rivoluzione assiale compiuta
da Paolo diveniva, il popolo cristiano nella sua totalità.
La
cristianità paolina non dipendeva, appunto, dalla legge e dalla
circoncisione ma dalla Fede nel Risorto e dalla volontà solare di
sperimentare l’eroica via della passione, morte ed
esaltazione-Risurrezione, quale folgore pentecostale che portasse
dalla potenza all’atto puro continuo la presenza dello Spirito Santo
in ogni singolo cristiano.
Allo
stesso modo, la tesi di Boyarin finisce per scontrarsi con alcuni
dati di fatto. La teologia cristologica paolina è, in realtà,
veramente poco influenzata dall’ellenismo.
Se
già gli ellenisti di Luca non sono affatto giudei “liberali”, quindi
poco ortodossi, ancor meno lo è Paolo, che non è neppure
propriamente un ellenista, bensì….un fariseo zelante della legge.
Mentre infatti, i giudei diasporici accoglievano solamente timorati
di Dio e proseliti, ossia gentili che aderendo alla legge mosaica,
si avvicinavano in qualche modo al giudaismo, Paolo e gli altri
evangelizzatori cristiani attuavano nella storia una rivoluzione
radicale e uno spostamento di paradigma. L’ingresso nel popolo di
Dio era infatti consentito a tutti coloro che si mostravano pronti a
vivere e realizzare (entro se stessi) l’esperienza della passione,
della morte mistica e della Risurrezione.
Grazie a Paolo, l’apostolo dei gentili (Gal. 1,16),
iniziavano ad apparire comunità che si possono ben chiamare
pagano-cristiane, come in Galazia, come a Tessalonica, come a
Corinto; le chiese paoline erano composte in larga maggioranza da
gentili.
Nelle comunità spirituali paoline (autentiche comunità “celesti” –
Fil. 3,20 - in cui erano presenti e giudei e gentili,
comunità il cui unico reale discrimine era da vedersi nella volontà
assoluta del discepolo lottatore in Cristo – il “buon soldato di
Cristo” di cui Egli parla, 2 Tim. 2, 3-4 - di farsi
consapevole “servo del Logos”, prigioniero del Cristo, di saper così
portare l’armatura spirituale fino al supremo sacrificio) si
abbandonavano i segni tradizionali di rituale demarcazione della
comunità giudaica, si realizzava un clima di totale indipendenza
dalla comunità giudeocristiana di Gerusalemme, si accresceva infine
il forte distacco con le comunità giudaiche stesse.
La
comunità spirituale paolina era infatti la nuova entità, il terzo
genere, tertium genus, che si instaurava con una celeste
legittimazione tra le comunità giudaiche e quelle pagane. Come
sostiene Meeks,
già molto prima della fine del primo secolo, le comunità paoline
(che mai furono, come precisa l’autore, “una setta del giudaismo”)
erano socialmente e spiritualmente indipendenti, nelle città
dell’impero, dalle comunità giudaiche. L’apostolo era profondamente
interessato alla relazione metafisica tra la Cristianità e l’
“Israele di Dio”, il quale, come precisa sempre Sanders,
non si identificava affatto con l’Israele etnico, ma con la comunità
spirituale cristificata nel suo stadio escatologico, finale.
Risultano così fuori luogo, in definitiva, gli astratti
apparentamenti che si vorrebbero vedere tra la teologia paolina e,
anche, lo stesso giudaismo ellenistico, in quanto, il dualismo
paolino non è statico e stabile ma assolutamente aperto ad un
eventuale “monismo dinamico” per quegli atleti di Cristo i quali,
superando l’antica alleanza fondata sulla Legge, sappiano risolvere
e fronteggiare le forze del male e della morte:
In
realtà, per la Legge io sono morto alla Legge per vivere a Dio: con
Cristo io sono stato crocifisso! Ormai non vivo più io, ma è Cristo
che vive in me; quella vita poi che vivo nella carne, la vivo nella
fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me.
Dunque, Paolo operava una autentica rivoluzione metafisica
totalmente fondata sulla ineffabile via del Cristo-Logos, centrata
sulla rottura spirituale con due fondamentali pilastri del
giudaismo del suo tempo. In primo luogo, affermando che il patto è
stato trasferito da Abramo a Cristo, e sostenendo che il patto si
può ben estendere a coloro che sono in Cristo pur non essendo
giudei, Paolo negava di fatto e apertamente l’elezione di Israele.
Ancora, specificando che attraverso la Fede e la comunione con il
Cristo Risorto, e non semplicemente, accettando la legge, si entrava
a far parte del popolo di Dio, Egli operava una ulteriore
fondamentale rottura con il giudaismo.
Radicalizzando, anche mediante la sua missione che si concludeva nel
martirio (molto probabilmente dovuto, come è scritto,
all’“iniziativa dei giudei della capitale… con la connivenza dei
giudeo-cristiani della chiesa romana” che non vedevano certamente di
buon occhio la sua attività missionaria che faceva leva sulla
libertà dalla legge)
questa “rivoluzione dello Spirito”, Paolo finiva per portare a
compimento l’inevitabile divisione tra cristianesimo e giudaismo,
con una scelta ardita che apriva degli spazi che avrebbero avuto
immense risonanze metafisiche ed altrettanto importanti conseguenze
storiche. Che riassumo infine in tre brevi punti.
a)
Il cristianesimo paolino rimane un insuperato modello
ascetico. Una “rivoluzione dello Spirito”, in cui l’esperienza
interiore (ma ben più concreta e “reale” della realtà sensibile
esteriore) della passione, della morte mistica e della Resurrezione
è al centro. Non l’intellettualismo, non l’elemento
dogmatico-confessionale. Questa via è massimamente eroica, in quanto
porta alla comunione pneumatica con il Cristo, passando tramite le
più radicali prove dell’anima e, talvolta, anche del corpo. Prove
terribili. L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito
divino cristico; esse sono follia per lui, ed egli non è capace di
intenderle, in quanto solo chi possiede l’intuizione spirituale può
comprenderle e giudicarle. L’uomo spirituale o pneumatico raggiunge
invece, tramite queste dure prove, il pensiero del Cristo (1
Cor. 2,16). La conoscenza diviene così, nella via paolina,
liberazione in quanto libertà dal dominio dell’uomo naturale o
psicosomatico e trionfo spirituale dell’Io vero ossia: “non io ma il
Cristo in me”. Un’autentica rivoluzione dello spirito, la più eroica
e ardua in quanto finalizzata alla vittoria sulla morte ed alla
risurrezione poiché “…non tutti certo moriremo ma tutti saremo
trasformati” (1 Cor. 15,51). E il corpo fisico allora si
trasmuterà in corpo glorioso, adamantino, immortalante. Corpo di
Resurrezione.
b)
La via paolina abbatte assolutamente l’astratta necessità
della legge giudaica. La legge giudaica è schiavitù; essa deriva
dall’antica Alleanza, la legge del monte Sinai, che genera nella
schiavitù, rappresentata da Agar. E’ la “Gerusalemme attuale” il
simbolo di tale schiavitù, diceva anche allora l’apostolo (Gal.
4,26)! L’antica Alleanza è nata dalla carne, è partorita nella
schiavitù e dunque nel materialismo metafisico. Non può conoscere la
libertà spirituale. Il Cristo è la libertà dello spirito. La legge è
ormai, dopo l’avvento cristico, un mero pedagogo che ci ha condotto
al Cristo ed ha esaurito dunque completamente la sua funzione.
c)
Il
dominio assoluto, astratto e trascendentistico (ma non realmente
trascendente) della legge, è quindi il giogo della schiavitù
abbattuto sull’umanità. Chi si fa circoncidere, chi osserva la
legge, non ha nulla a che fare con Cristo. “Ecco, io Paolo vi
dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla” (Gal.
5,2). I seduttori giudaizzanti, che annullano il cosmico scandalo
della Croce, che turbano la retta via dei discepoli cristiani,
dovrebbero farsi mutilare (Gal. 5,12). In seguito andranno
affrontate le visioni paoline espresse su Israele nella Lettera
ai romani, ma qui va ribadito che la visione spirituale
paolina, basata sul superamento della legge, che è tutta piegata
sulla carne e sulla schiavitù, e che dunque non erediterà il Regno
di Dio, ci dice che il Cristo è la libertà dello spirito. Che quelli
che sono in Cristo hanno crocifisso e redento la carne, camminando e
vivendo secondo lo Spirito. Revolutio o
renovatio, questa di Paolo, che non è adeguamento
passivo ad una legge religiosa, o fanatica estinzione in una
trascendente e oppressiva deità, ma segnata dalla volontà di
fecondare l’uomo nuovo. L’uomo cristificato in quanto ha
avuto il coraggio di sperimentare il potere resurrettivo come atto
di massima libertà e di radicale autocoscienza attuantesi. La
coscienza che essenzia l’azione di questo uomo è l’Amore.
Il
sangue individuale, nella nuova Alleanza, è cristificato e
sacralizzato da questa azione eroica e risurrettiva del vero
cristiano. La comunità cristiana concepita da Paolo, retta dalla
prassi misterica dell’Amore che vince la morte, è il simbolo
terreno della nuova alleanza.
A
tale comunità è dato divenire “Israele”, corpo del Logos. Autentico
“popolo eletto”: oltre i vincoli della Legge, dell’astratto dogma,
del sangue etnico ereditato, non sacralizzato e non cristificato.
Luca
Fantini
5 febbraio 2009
Dottore di ricerca in “storia della filosofia”, collabora con la
Redazione di TerraSantaLibera.org come esperto di storia e di
storia della filosofia, con particolare attenzione alla questione
giudaica.
Link a questa pagina
:
http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino-L.Fantini.htm
NOTE
continua... |