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“La Chiesa Russa di Bari e la geopolitica
dell’Ortodossia”
del Dott. Luigi Antonio Fino
5/5/2008
L’imminente
festività di San Nicola ci consente di riparlare della
Chiesa Russa di San Nicola, in Corso Benedetto Croce.
L’insolita costruzione, oggetto nel corso degli anni di
contese giudiziarie e di conflitti teologici fra
Ortodossi offre spunti di riflessione geopolitica.
Ricordiamo qui che il monumento, oggi sottoposto a
vincolo dalla Sovraintendenza, fu edificato nel 1913
dalla Imperiale Società Ortodossa di Palestina con una
grande sottoscrizione popolare cui partecipò, con un
lascito personale, lo stesso zar Nicola II, devotissimo
di San Nicola. L’ultimo zar fu anch’egli pellegrino a
Bari.
La scelta di edificare a Bari la Chiesa–ostello per
pellegrini divenne operativa, peraltro, dopo il rifiuto
delle autorità turche di lasciare edificare analogo
edificio a Myra.
Bari, la felice Bari nella tradizione ortodossa, divenne
così ancor più meta di pellegrinaggio per gli ortodossi
di ogni nazionalità insieme a Gerusalemme ed al Monte
Athos.
Il 22 maggio del 1913 fu posta la prima pietra del
monumento. Una cronaca dettagliata dell’avvenimento è
riportata nel volume del nicolaista Padre Gerardo
Cioffari: “Viaggiatori russi in Puglia dal’600 al primo
‘900, Schena editore, Fasano” e porta la firma di due
studiosi russi, A. Dmitriewskij e V. Jusmanov.
La data non fu scelta a caso perché il 22 maggio
corrisponde nel calendario in uso in Russia al 9 maggio,
anniversario della traslazione delle reliquie nicolaiane
da Myra a Bari.
La posa della prima pietra appare oggi commovente in
particolare se si pensa che di lì a pochi anni la
rivoluzione bolscevica avrebbe segnato l’inizio della
persecuzione contro ogni credo religioso.
La cerimonia durò circa un’ora e si concluse con un
discorso dell’allora Sindaco di Bari, Fiorese, ed uno
del capo delegazione russo, il principe Nikolaj Zevaxov,
di cui parleremo più oltre.
Nei primi anni novanta l’area del quartiere Carrassi era
un grande spazio rurale, con qualche insediamento
industriale ed alcuni edifici militari.
Con il nuovo imponente monumento la vita cambiò, si
crearono nuove strutture aggreganti ed abitative e
finalmente regolate in qualche modo da un punto di vista
urbanistico.
La chiesa venne completata nel 1915 e lo stesso Zar, in
pellegrinaggio a Bari, si rallegrò dell’opera.
Nel 1917 scoppiò la rivoluzione comunista ed il Principe
Zevaxov, che era ritornato in Russia, fuggì dopo il 1920
rientrando a Bari.
Qui iniziò una lunga vertenza fra l’Amministrazione
Comunale e le nuove autorità russe per stabilire la
legittima proprietà dell’immobile.
Il Comune di Bari con uno stratagemma
giudiziario-finanziario riuscirà ad appropriarsi nel
1937 della grande struttura raggiungendo con il Principe
un accordo per cui gli sarebbero state versate 20.000
lire per vent’anni, trasferibili agli eredi in caso di
morte. Il principe però è scapolo e morirà in miseria a
Ginevra, principale base operativa della Chiesa Russa
dell’emigrazione in Europa, nel 1948, facendo
risparmiare così al Comune le ultime nove rate.
Furono stabiliti inoltre altri vincoli che consentiranno
alla comunità ortodossa di far vivere la piccola parte
rimasta aperta al culto.
Nel 1998 la svolta: l’Amministrazione Comunale guidata
da Simeone Di Cagno Abbrescia sigla un accordo con il
Patriarcato di Mosca con cui viene concessa alla Chiesa
Russa Ortodossa di usufruire di una parte dei locali di
proprietà comunale.
L’allora sindaco parlò di vittoria della piccola
diplomazia transfrontaliera.
In seguito vi sono state aperture e chiusure fra le due
chiese. Un gruppo di volenterosi baresi, fra cui Beppe
Pisani e chi scrive, proprio perché estranei alla
contesa teologica e politica, cercò negli anni scorsi
senza risultati di far organizzare una manifestazione in
comune fra i due gruppi di Ortodossi.
Putin in recente visita a Bari non visitò i russi
dell’emigrazione ma, finalmente, il 17 maggio 2007 una
sfarzosa cerimonia a Mosca ha chiuso definitivamente la
frattura nata dalla Rivoluzione d’Ottobre.
Il patriarca Alessio II ed il metropolita Lavr hanno
firmato l’atto di riunificazione, od unione canonica,
fra la Chiesa Patriarcale di Mosca e la Chiesa Russa di
oltre frontiera.
Avvenimento eccezionale se si pensa che i Russi
dell’emigrazione hanno condotto per quasi ottant’anni
una lotta senza quartiere alla Chiesa Patriarcale di
Mosca definendola collaborazionista col regime comunista
e traditrice della Fede.
La cerimonia ha peraltro avuto grande importanza per
Vladimir Putin perché lo designa esplicitamente erede
delle due Russie, ossia l’uomo che ha risollevato il
Paese dal baratro in cui era caduto dopo lo
sciolglimento per decreto dell’URSS. Il tutto
naturalmente con buona pace di coloro che si lamentano
per le crescenti restrizioni delle libertà di
espressione e per i diritti umani.
Il Presidente Putin diventa dunque l’erede dei
religiosissimi Zar di tutte le Russie ma al tempo stesso
dei capi comunisti. In effetti non è la prima volta che
si determina una così apparentemente singolare
“conversione”...
Stalin fu costretto durante la II Guerra Mondiale a
ridare spazio alla Chiesa Ortodossa per farle benedire
la “Grande Guerra Patriottica” contro i Tedeschi ed i
loro alleati, fra cui i milioni di ex-sovietici che
avevano applaudito le forze dell’Asse arruolandosi
direttamente nelle loro fila o collaborando con gli
italo-tedeschi.
Nel 1941, infatti, all’indomani dell’attacco tedesco
Stalin ricevette al Cremlino per la prima volta dalla
presa del potere da parte dei comunisti, un gruppo di
alti prelati. A seguito di questa udienza, vera e
propria riconciliazione con la Chiesa Ortodossa Russa,
si ebbe nel 1943 l’elezione del Patriarca, il primo
dalla morte di Tichon avvenuta nel 1927.
Stalin interruppe qualsiasi propaganda ateistica,
permise alla Chiesa di riprendere le proprie attività e
questa contraccambiò dichiarando un dovere religioso la
difesa della Patria e minacciando di scomunica chi si
fosse sottratto al combattimento contro gli invasori e,
naturalmente, i “collaborazionisti”.
A guerra finita non ci fu per questi ultimi nessuna
pietà. Chi non cadde in battaglia fu spietatamente
massacrato nei Gulag od ucciso nei modi più atroci.
Tutti indistintamente: dagli anziani ufficiali
dell’Armata Bianca che erano riparati in Occidente ai
Cosacchi, ai Tartari, agli Armeni, a tutta una congerie
di popolazioni mussulmane turco-tatare ed altre ancora.
Negli ultimi anni alcuni studiosi, anche italiani, hanno
finalmente reso giustizia a questi uomini finora bollati
da una storiografia a senso unico come traditori.
Ne riparleremo presto anche noi a partire dai
Branderburghesi, il primo vero nucleo di idealisti il
cui sogno finì nel sangue e nell’oblio ma che ora trova
una giusta collocazione nella Storia.
Ritornando ancora alla cerimonia di Mosca dello scorso
anno, Putin dopo aver baciato un’icona spiegò che: “La
divisione della Chiesa è stato il risultato di una
profonda crisi della società russa”.
La Chiesa dell’emigrazione, come accennato, nacque in
risposta alla rivoluzione sovietica del 1917 che grazie
all’ideologia atea di Lenin eliminò fisicamente non solo
lo Zar e la sua famiglia ma un gran numero di religiosi,
distruggendo moltissime chiese.
Dopo alcuni anni di proteste e conseguenti repressioni
il neo eletto patriarca Tichon dovette adeguarsi al
nuovo regime per cercare di salvare il salvabile.
In quegli anni esisteva ancora una feroce guerriglia dei
monarchici contro i comunisti. I primi erano divisi in
vari gruppi, con motivazioni ideali e politiche anche
molto diverse fra di loro, ed anche di questo
ritorneremo a parlare su queste pagine. Per meglio
lottare contro il comunismo ateo, quindi, le diocesi
meridionali e siberiane si staccarono dal Patriarcato.
Il trionfo delle forze rivoluzionarie costrinse però
buona parte della gerarchia ortodossa ad emigrare prima
a Costantinopoli e poi a Karlovcy in Serbia.
Capo spirituale di questa Chiesa dell’emigrazione
(Zarubenaja Cerkov’ ossia Chiesa Oltre-frontiera)
divenne Antonij Chrapovickij, un famoso teologo dotato
di grande carisma.
Nel 1927 mentre il luogotenente del Patriarcato di
Mosca, Sergio Stragorodskij, firmava l’atto di lealtà al
governo sovietico all’estero, i russi dell’emigrazione
si dividevano in due correnti. La prima con base a
Parigi di orientamento democratico non sottoscrisse
l’atto ma mantenne rapporti di comunione con Mosca,
mentre gli esuli in Serbia rompevano la comunione
isolandosi. A loro si unirono comunità di russi
anticomunisti in Svizzera, Germania, Stati Uniti ed in
altri Paesi.
Questo stato di cose si è protratto fino al 2000
coinvolgendo le tante chiese che giuridicamente
dipendevano dalla Chiesa Oltre-frontiera fra cui quella
di Bari.
La chiesa dell’emigrazione non cambiò atteggiamento
nemmeno con la caduta del comunismo perché continuava ad
accusare l’intera gerarchia ecclesiastica ortodossa di
tradimento e connivenza col KGB e pertanto non veniva
riconosciuta canonicamente valida alcuna ordinazione
episcopale.
Il cambiamento è avvenuto solo nel 2001, con l’elezione
del metropolita Lavr a capo della Chiesa Russa
Oltre-frontiera, con i suoi quindici vescovi e circa
quindicimila fedeli.
Furono stabiliti così contatti ed il Santo Sinodo di
Mosca indirizzò a Lavr un appello alla riconciliazione.
Nel 2004 questi incontrò a Mosca Alessio II e venne
costituita una commissione per lo studio dei rapporti
bilaterali.
Le due Chiese hanno stabilito una “comunione canonica”,
accettano pertanto le reciproche gerarchie, mantengono
l’indipendenza amministrativa e burocratica ma al
patriarca russo Alessio II è riconosciuta la suprema
autorità.
Il pericolo che Mosca possa mettere le mani sulle
proprietà della Chiesa di Oltre-frontiera in America,
fra cui la sede di Manhattan, è stato paventato da
alcuni russi dell’emigrazione contrari all’accordo, ma
non sembra reale.
Alle firma del documento erano presenti a Mosca anche
alcuni eredi della famiglia imperiale.
Altamente simbolico anche il luogo della cerimonia: la
Chiesa di Cristo Salvatore che Stalin aveva fatto
saltare con la dinamite, poi ricostruita dopo la fine
dell’URSS.
Al suo posto il dittatore georgiano voleva costruire il
Palazzo del Soviet, con in cima una colossale statua di
Lenin. Il terreno risultò però instabile ed il progetto
fu abbandonato.
Krusciov realizzò poi una grande piscina circolare
scoperta amata da tutti i moscoviti che d’inverno sotto
la neve si immergevano nell’acqua calda. Eltsin
all’inizio degli anni’90 ha fatto abbattere a sua volta
la piscina per ricostruire la cattedrale.
Altre cerimonie si sono svolte in altri due luoghi
simbolo per gli ortodossi russi .
Il primo è la cattedrale dell’Assunzione all’interno del
Cremino. Qui tutti gli Zar venivano incoronati, anche
quando la capitale era a San Pietroburgo. L’altro è
Butovo, località alle porte di Mosca dove l’NKVD uccise
tantissimi innocenti.
Per la Chiesa Ortodossa è da tempo un luogo della
memoria, anche per onorare le decine di migliaia di
sacerdoti uccisi durante le purghe staliniane.
In tutti questi anni a Bari la piccola chiesa del piano
terra ha ospitato fedeli ortodossi di tante nazionalità:
greci, serbi, montenegrini, rumeni, bulgari, russi,
ucraini, bielorussi, etiopi copti, che poi hanno trovato
modo di riunirsi sia nella Chiesa di San Gregorio vicino
alla Basilica di San Nicola che nella nuova Chiesa Russa
al primo piano di Corso Benedetto Croce, retta da Padre
Vladimir Kuciùmov, rappresentante del Patriarcato di
Mosca ed ancora, naturalmente, nella cappella per il
rito ortodosso allestita nella cripta della Basilica di
San Nicola.
All’inizio del nostro scritto parlavamo della valenza
geopolitica del monumento.
La geopolitica dell’ortodossia non è più materia per
soli addetti ai lavori.
In un convegno organizzato l’11 dicembre 2005 all’Hotel
Sheraton a Bari sul tema:”Il Mediterraneo: integrazione
e diversità fra conflitti e pace” il Pope Ortodosso
Padre Màdaro, rappresentante del Patriarcato di
Costantinopoli in Italia, tracciò un excursus storico
sullo scisma fra Chiese d’Oriente e d’Occidente
prodottosi nel corso di tanti anni ed accompagnato da
eventi tragici come la IV Crociata conclusasi con il
saccheggio di Costantinopoli.
L’orientamento dell’Ortodossia oggi è di sostenere il
dialogo senza pregiudizi esaltando le differenti
tradizioni quale elemento di ricchezza e rifiutando un
sincretismo che annichilirebbe ogni valenza storica e
spirituale.
Con la fine dell’URSS e del comunismo le Chiese
Ortodosse, chiese autocefale e quindi già per questo
portate ad essere Chiese nazionali, hanno dovuto
reimpostare il rapporto con i governi in maniera
estremamente differenziata rispetto alle varie realtà.
Solo per citare il caso dei nostri dirimpettai balcanici
in questi ultimi anni si sono moltiplicate le chiese,
con tensioni anche gravi e con l’immancabile
interferenza politica! Del resto è inevitabile che se
Fede e Politica sono vissute con semplicità si
intreccino e si contaminino, anche positivamente o,
viceversa, alimentino rancori e fanatismo.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, il potere
sovietico pianificò lo sradicamento di ogni Fede
religiosa scontrandosi in particolare con la Chiesa
Ortodossa, maggioritaria in quasi tutto l’Impero russo.
Le tensioni politiche in Ucraina negli ultimi anni hanno
fatto conoscere invece al mondo il conflitto fra
Ortodossi e Greco-Cattolici in quella terra.
E’ la memoria dei martiri che deve unirli ed unirci.
Proprio in Ucraina, infatti, culla della Cristianità
orientale, fu martirizzato il primo metropolita,
Vladimir Bogojavlenskij di Kiev, il 25 gennaio 1918.
In questi ultimi anni, con il contributo anche dei figli
degli esuli rientrati da ogni parte del mondo nella
Santa Madre Russia, terra dei loro avi, si cerca di
ricomporre la memoria delle innumerevoli vittime, di
quanti affrontarono il martirio per Cristo.
Ricordiamoli tutti, in specie i tanti rimasti senza nome
perché la loro memoria avrebbe infastidito le amichevoli
relazioni fra il nostro Paese e quelle realtà, governate
da spietate dittature.
Ricordiamoli oltre ogni divisione qui a Bari con l’aiuto
di San Nicola, sulla cui tomba Papa Pio XII riaccese nel
1936 una lampada già accesa nel 1089 da Papa Urbano.
Luigi
Antonio Fino
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