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Anno II, Comunicato di Novembre 2007

 

 

Perle in cambio di carbone

 di Khalid AMAYREH 

Negoziatori israeliani e palestinesi hanno aperto lunedì scorso una serie di incontri segreti nel tentativo di redigere un documento congiunto per l’imminente conferenza di pace voluta dagli Stati Uniti, fissata per il prossimo novembre ad Annapolis, nel Maryland. Le due parti sono ancora profondamente divise sulle questioni principali al centro del conflitto israelo-palestinese.

 Stando a funzionari palestinesi vicini alle trattative, è probabile le due squadre incaricate di negoziare sprechino più tempo  a formulare e a far valere le proprie rispettive posizioni iniziali che non a colmare le divergenze. 

Mentre l’Autorità Palestinese continua a cercare una definitiva soluzione sulla base delle risoluzioni ONU 242 e 338, all’interno dell’ossatura di ciò che viene generalmente definita “la formula della terra in cambio di pace”, Israele, che considera i territori “contesi” piuttosto che “occupati”, non dà adito a dubbi circa il suo chiaro rifiuto del diritto al ritorno ed è determinato a conservare i principali blocchi di colonie ebraiche in terra araba occupata.

 Azmi Al-Shuebi, un precedente ministro di governo palestinese, ha riferito al settimanale Al-Ahram che sono state valutate “proposte di compensazione” per superare le divergenze relative all’estensione e alla profondità di un ipotetico ritiro israeliano dalla Cisgiordania.

 Da questo punto di vista, quella principale prevede uno “scambio di terre” per mezzo di cui Israele si annetterebbe il 3-5% dell’intera area Cisgiordana, principalmente a Gerusalemme Est e la zona circostante, fino al lato occidentale del muro di separazione, in cambio della quale Israele dovrebbe cedere un’area equivalente all’interno del suo stesso territorio all’eventuale stato palestinese. 

Si tratta di una situazione senza vie d’uscita. Israele sta offrendo ai palestinesi un pezzo di terra sabbioso del deserto del Negev lungo i confini con Gaza in cambio dell’annessione di grandi colonie ebraiche, comprendenti Ma’ali Adomim, Pisgad Ze’ev, Ariel, Efrata e Gush Itzion, a Gerusalemme Est e dintorni. Come ha affermato un dirigente palestinese, la proposta equivale ad un baratto di una perla in cambio di un pezzo di carbone della stessa grandezza. 

La decisione di iniziare a redigere un documento congiunto israelo-palestinese non significa che la serie dei recenti incontri di alto profilo tra Abbas e Olmert abbia avuto successo. Secondo gli osservatori, emtrambe le parti vogliono far contenta Washington ed evitare di dare l’impressione di ostacolare passi in avanti. 

Questa settimana Omert ha detto ai membri del gabinetto israeliano che lui ed Abbas non erano giunti a nessuna conclusione durante il loro incontro del 4 ottobre  e che intendevano formulare una percezione reciprocamente accettata di come una qualsiasi soluzione definitiva dovrebbe apparire.

 “Non ci sono stati accordi o incomprensioni tra me ed Abu Mazen”, ha detto Olmert, aggiungendo che loro due non hanno fatto niente di più che “esaminare i problemi e le questioni centrali che stanno alla base per negoziati che dovranno portare a due Stati per due popoli”. 

Le osservazioni di Olmert hanno dimostrato che, nonostante il suo “positivo” e “cordiale” incontro con Abbas, i due stanno ancora discutendo le formalità e le questioni procedurali. 

E’ probabilmente certo presumere che, se le attuali trattative procederanno ad un simile passo di lumaca,  le due parti si recheranno ad Annapolis senza un accordo di massima, fatto che, di conseguenza, condannerà la conferenza al fallimento. 

Secondo la portavoce palestinese Hanan Ashwari, il successo o il fallimento dell’imminente conferenza dipende dalla disponibilità dell’amministrazione Bush a farsi coinvolgere. Ashwari ha detto al settimanale che ci sono due elementi principali che si pongono come ostacolo alla conferenza: primo, l’amministrazione Bush deve ancora dimostrate una qualche disponibilità concreta a fare pressioni su Israele e, secondo, la situazione interna palestinese è più disgraziata che mai. Ashwari ha giudicato negativamente la composizione del team palestinese per la trattativa come “le solite vecchie ed incompetenti facce che tanto ci fanno tornare alla mente i fallimenti dell’epoca degli accordi di Oslo”. 

Nel frattempo, questa settimana le tattiche israeliane per guadagnare tempo hanno spinto il precedente negoziatore palestinese Ahmed Qurei ad avvisare che, se prima della conferenza di Annapolis non viene formulata una dichiarazione congiunta tra israeliani e palestinesi circa le questioni definitive, i palestinesi possono benissimo fare a meno di partecipare.

Il navigato negoziatore dell’era di Oslo ed ex Primo Ministro palestinese ha evidenziato che i principi per una soluzione definitiva sono chiari ad entrambe le parti e quello di cui c’è bisogno adesso è una decisione. 

Olmert ha riempito di elogi Abbas, insistendo che “per la prima volta, c’è una dirigenza palestinese che vuole conseguire la pace con Israele fondata su due stati che coesistono in sicurezza uno a fianco dell’altro e in cui Israele resterà uno stato ebraico”. Il Premier israeliano ha descritto Abbas come “coerente e metodico……contrario al terrorismo e pronto per un dialogo serio con Israele”. 

Una simile sviolinatura, proveniente da un uomo conosciuto tra i palestinesi più per la sua falsità che non per la sua rettitudine, è stata accolta con apprensione, alimentando le voci secondo cui Abbas scenderà a compromessi su Gerusalemme e sul diritto al ritorno, le due questione che, più di ogni altra, stanno alla base del conflitto israelo-palestinese. 

Salman Abu Sitta, un preminente sostenitore del diritto al ritorno dei palestinesi nella loro patria, come sancito dalla Risoluzione ONU 149, questa settimana ha diffidato Abbas dal “trattare alla leggera il diritto al ritorno”. 

“Siamo consapevoli delle pressioni che sta affrontando per abbandonare le costanti palestinesi”, ha scritto questa settimana Abu Sitta in una lettera aperta indirizzata ad Abbas. “Ma ciò che più di ogni altra cosa ha attirato la nostra attenzione sono i tentativi israeliani di ridefinire il concetto di soluzione dei due stati. Adesso Israele pretende un riconoscimento reciproco di una patria per gli ebrei e, su ciò che rimane della terra, la Palestina , una patria per i palestinesi”. 

La preoccupazione palestinese circa i pericoli dell’imposizione di un accordo sconsiderato che esclude il diritto al ritorno, ha indotto un gran numero di fazioni palestinesi con base a Damasco a richiedere un incontro nella capitale siriana per ridefinire gli obbiettivi nazionali palestinesi, compreso il diritto al ritorno. Le fazioni, che comprendono gruppi islamisti e formazioni progressiste di sinistra, dovrebbero metter in guardia Abbas contro il cedimento alle pressioni americane fatte per sacrificare il diritto al ritorno in cambio di un improbabile staterello palestinese in Cisgiordania. 

Il saccheggio israeliano di terra palestinese è continuato senza accennare a diminuire mentre Olmert parla di pace con i palestinesi. Lunedì, la stampa ebraica ha riportato che l’esercito israeliano aveva deciso di impossessarsi di terre ad est di Gerusalemme allo scopo di costruire ulteriori migliaia di abitazioni per coloni. 

La fondazione di una nuova colonia, chiamata E-1, ostacolerebbe la rimanente continuità territoriale tra la Cisgiordania meridionale (Hebron e Betlemme) e la zona di Ramallah.  

Khalid AMAYREH 

Originale da: The People's Voice

Tradotto da  Diego Traversa http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3941&lg=it

FOTO d'archivio e di FiloDeFero per www.jerusalem-holy-land.org

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