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La primavera libanese contro l’asse
israeliano
Jacqueline Amidi
16/06/2007
 
BEIRUT
- George
Orwell ha scritto un giorno: «In questo tempo di inganno
universale, dire la verità è un atto rivoluzionario».
Basta scorrere i giornali - di sinistra o di destra (se
ancora si distingue la differenza!) - per rendersi conto che
si tratta di prossenetismo mediatico, senza vergogna. E le
televisioni? Dei lupanari dove si lavora sodo sui
marciapiedi della globalizzazione. L'informazione è dettata
dal «Grande fratello» e dovunque si ha ormai diritto
alle stesse notizie, formulate con gli stessi termini e lo
stesso tono.
Chiasso di battitori, insomma, per una mediatizzazione
totalitaria.
Una vera politica di terrorismo informativo che costituisce
precisamente la disinformazione.
I sacrosanti telegiornali sono trangugiati, ruminati e
digeriti senza scrupolo.
La massa si rimpinza allegramente di bassezze, menzogne e
volgarità, diffuse da tutti i mass media.
Tutto sembra andare verso il peggio.
«Bene!», gridava il diavolo vittorioso nella canzone
di Jacques Brel. (1)
Ai tempi della guerra fredda, i due poli USA-URSS se ne
stavano a distanza, si scrutavano, si evitavano, si tenevano
nel mirino e si rilassavano. E prima di molestarsi, si
davano accuratamente la pena di ragionare, di misurarsi, di
equilibrarsi e di calmarsi. Perché una guerra non è un gioco
da ragazzi!
Ma dopo la caduta dell'URSS, via libera alla dittatura
americana!
Si decide allegramente una guerra qui, uno sterminio là, la
distruzione e la morte di una qualsiasi nazione.
Dal 1991, "USA-la-morte", con la sua falce, non ha
più represso la sua fame di pianti e di sangue.
Oggi la Russia si risveglia e si rinnova, dopo il lungo
letargo che fece seguito alla caduta del totalitarismo
comunista.
Ed era ora che si riprendessero alcuni elementi di
equilibrio, sul piano della politica internazionale!
Forse in futuro potremmo avere diritto a tempi più umani e
pacifici.
Una Nuova Russia, dunque, come contrappeso al gangsterismo
globale israelo-americano, e forse anche un contrappeso
cinese, riequilibrerebbero in una certa misura le forze
geopolitiche e i poteri tra gli Stati.
Sarebbe ora!
1. La macchina dell'aggressione e il suo granello di sabbia
La macchina usraeliana dell'aggressione, della distruzione e
del terrore è oggi pronta a essere scagliata di nuovo contro
il Libano e il Medio Oriente.
Ma ogni macchina, prima o poi, ha il suo granello di sabbia
che la mette in panne. E grazie a Dio, l'atto rivoluzionario
di dire la verità è ancora un vento che infervora gli
spiriti che combattono contro l'inganno universale.
La loro divisa: il vero, il bene, il bello.
La passione per la giustizia è la loro arma.
Il Libano sta oggi vivendo il suo periodo storico più
pericoloso e decisivo.
Il mondo ha deciso di abbatterlo di nuovo, questo antico
Cedro, così da impedirgli ogni possibilità di libertà e di
rinascita.
Ma ecco manifestarsi il primo granello di sabbia (grande e
forte, in realtà, come una montagna): l'immensa
manifestazione, tanto attesa e voluta dal popolo libanese,
che ha preso inizio venerdì 1° dicembre 2006.
La maggioranza della popolazione, guidata dal generale
Michel Aoun e da sayyed Hassan Nasrallah, decide quel giorno
di afferrare le redini degli eventi, da mesi manifesta in
modo massiccio la sua opposizione e inizia la sua battaglia:
a) contro coloro che vogliono continuare nella vecchia
politica di corruzione, di concessioni e di tradimento;
b) contro il governo anticostituzionale di Fouad Siniora e
dei suoi alleati, furfanti che hanno fatto del Libano la
loro proprietà privata, prendendo in ostaggio il popolo,
barattando il nostro destino con i loro loschi interessi di
vecchi mafiosi.
Da allora, il sitin non si è fermato neppure un giorno. Non
deve fermarsi. Si mandi finalmente via la vecchia carcassa
decrepita della sciagurata politica libanese ammuffita e
putrefatta! E prenda il volo l'era della giustizia e della
legalità.
Quel primo dicembre 2006, si può dire sia stato l'inizio
dell'autentica primavera libanese.
Primavera dell'unità libera e sovrana del Libano.
Unità che è in marcia vittoriosa dal marzo 1989, data
d'inizio della «Guerra di liberazione» condotta dal
generale Michel Aoun contro l'occupazione siriana. Marcia
che è proseguita nel luglio-agosto 2006, data della difesa e
della vittoria dell'Hezbollah e del Libano contro
l'aggressione israeliana.
Marcia che sempre procede, sotto la guida del generale Aoun
e di sayyed Nasrallah.
 
Beyrouth - L'immensa manifestazione del 1° dicembre 2006,
organizzata dall'opposizione guidata dal generale Michel
Aoun e da sayyed Hassan Nasrallah: «Quel primo dicembre
2006, si può dire che fu l'inizio dell'autentica primavera
libanese»
2. Chi è l'opposizione? Chi sono quelli che manifestano
contro il governo ?
Innanzitutto, il sit-in che si svolge ancor oggi nelle due
piazze del centro di Beirut - Piazza Riad Solh e Piazza dei
Martiri - non è organizzato esclusivamente dall'Hezbollah,
come dicono i media occidentali.
Ma anche:
a) dal CPL - Courant patriotique libre (Movimento
patriottico libero), il partito del generale Michel Aoun;
b) dai Màrada, maroniti del nord del Libano fedeli alla
famiglia Frangìyeh, rappresentata oggi da Sleimane
Frangìyeh, nipote dell'ex presidente della Repubblica
libanese;
c) dai sunniti guidati da Omar Karameh – già primo ministro
e deputato, attualmente leader di Tripoli - e da Oussama
Saad, deputato di Sidone;
d) dai drusi dell'emiro Talal Arslan.
Cosa chiedono tutti questi libanesi di ogni comunità (tutto
il movimento, d'altronde, rappresenta un'intesa puramente
politica e non ha nulla a che fare con diatribe
confessionali)?
Chiedono la caduta di questo governo, che si è appropriato
di funzioni che non gli spettano.
Questi collaborazionisti dei nemici usraeliani del Libano -
che si fanno chiamare "anti-siriani" e che ancora
fino a ieri miagolavano sotto lo stivale siriano - questi
servitori di molti padroni, queste marionette che
rappresentano il regime attuale, sono una minoranza, che si
aggrappa al potere senza tener conto della volontà
elettorale della popolazione, e che vuole assolutamente
perseverare nella propria esistenza illegittima e
anticostituzionale.
I manifestanti chiedono dunque la caduta di questo governo e
la formazione di un nuovo governo di unità nazionale, che
dovrebbe promulgare una nuova legge elettorale in base alla
quale svolgere le elezioni legislative per eleggere un nuovo
parlamento, che a sua volta eleggerebbe il nuovo presidente
della repubblica.
Solo allora si potrà parlare di una vera democrazia, non
come questa, fittizia, che ci è imposta, "alla Bush".
3. Chi è il generale Michel Aoun?
Il generale Aoun è il solo uomo politico libanese ad avere
combattuto l'occupazione siriana, al tempo in cui egli era
alla guida dell'esercito libanese, poi quando era capo del
governo, infine durante il suo esilio. Aoun, il vincitore
della prodigiosa ed eroica battaglia di Souk el Gharb, nel
marzo 1989, contro l'esercito d'occupazione siriano. Aoun,
l'anima del Libano ribelle durante la «Guerra di
Liberazione».
Quando, al termine del mandato presidenziale di Amin
Gémayel, quest'ultimo gli affidò un governo di transizione,
il 22 novembre 1988 (festa dell'indipendenza libanese), il
generale Aoun così si esprimeva:
«[...] Libanesi, Noi vogliamo recuperare una patria prima
di ogni altra cosa. È passato il tempo in cui si
indietreggiava davanti all'affermazione delle proprie
convinzioni. È finita questa politica della menzogna
reciproca e della profanazione dei valori più sacri. Siamo
stati disprezzati e illusi a sufficienza, e abbiamo seguito
a sufficienza le loro orme nel disprezzo di noi stessi,
dimenticando i nostri interessi e rinunciando alla nostra
volontà [...]».
«In tutta semplicità, sincerità e determinazione,
esigiamo il nostro diritto. Vogliamo il nostro diritto a una
patria intera [...]».
«La nostra terra, il nostro popolo e la nostra dignità
non sono mercanzie da vendere o da ipotecare in un qualsiasi
mercato regionale o internazionale. [...] Noi
dichiariamo la nostra volontà di investire tutte le nostre
capacità e le nostre relazioni fraterne e amicizie
internazionali nell'obiettivo della liberazione della nostra
patria e di mettere termine all'umiliazione del nostro
popolo. Così come dichiariamo che resisteremo politicamente,
economicamente e militarmente a ogni occupazione e
violazione della nostra sovranità sul nostro territorio».
Già si intuisce dal suo discorso quanto Aoun dovesse
infastidire i nemici del Libano, poiché parlava di
liberazione e di resistenza.
E il popolo si è entusiasmato, lo ha appoggiato, lo ha
adottato e gli è stato fedele.
Fedele ancora oggi. Aoun convoca i libanesi a una
manifestazione?
Accorre una marea umana.
Fin dall'inizio, a ogni suo discorso rivolto a questo popolo
che egli ama più di ogni cosa, Aoun comincia il suo discorso
con le parole: «Grande popolo del Libano!». E fino a
oggi, ogni giorno, ripete le stesse verità e conferma il suo
programma senza cambiarvi uno iota, mentre la banda dei
traditori minoritari (che si dicono "maggioranza"
solo in forza della legge elettorale imposta dai siriani e
soprattutto appoggiandosi sui brogli elettorali spudorati di
cui hanno avuto comunque bisogno per potersi affermare)
cambia maschera, ed elemosina i trenta denari alle porte di
tutte le ambasciate dei paesi complici degli aggressori del
Libano.
 
L'annuncio dellala presentazione, il 31-5-2007, del volume
del generale Michel Aoun «Une certaine vision du Liban»
(Una certa visione del Libano), Fayard, 2007
Ecco il discorso del generale Aoun
venerdì primo dicembre 2006, giornata dell'immenso movimento
di protesta organizzato dall'opposizione libanese e
sostenuto dalla maggioranza del popolo libanese, più
determinato che mai:
«Grande popolo del Libano!»
«In questo momento storico, mi rivolgo a voi in
un'atmosfera piena di speranza e non di inquietudine, perché
noi abbiamo la coscienza tranquilla e cerchiamo di
conseguire i nostri obiettivi nazionali in modo da garantire
la sicurezza, la sovranità e l'indipendenza della nostra
patria. Oggi, noi concretizziamo insieme i concetti
nazionali ed etici che non sono più slogan vuoti, ma una
realtà vissuta in ogni casa e in tutti i cuori. Noi
consolidiamo oggi l'unità nazionale, che è diventata un modo
di vita che scegliamo per l'avvenire». [...]
«Abbiamo a sufficienza determinazione, pazienza e
saggezza per cercare di ottenere il ritorno del figlio
prodigo a questo grande popolo che aspira solo a riunire
tutti i suoi figli». [...]
«È una vergogna fare discriminazioni tra libanesi su basi
confessionali. Noi ci siamo riuniti sotto la bandiera
nazionale e ne siamo fieri, senza doverne provare nessuna
vergogna, di fronte al mondo intero. [...]».
«La libera decisione è di incontrarci tra libanesi. E
attraverso l'intesa sulla politica interna, la politica
estera e la difesa, noi otteniamo la nostra libera
decisione. Cosa che non può farsi se non mediante l'intesa
dei libanesi sulla politica interna, la politica estera e la
politica di difesa del paese». [...]».
«Noi contiamo di preservare le nostre amicizie e di
stabilire legami di amicizia con tutti, in oriente come in
occidente, a condizione che oriente e occidente rispettino
la nostra volontà nazionale e lascino decidere noi sulle
nostre questioni interne».
«Noi consideriamo che ogni appoggio al governo Siniora,
da qualunque Stato provenga, non sia un sostegno amichevole
al Libano, appoggi amichevoli, ma miri a provocare conflitti
all'interno della società libanese, e che il complotto abbia
come bersaglio il Libano e la sua unità nazionale.
[...]».
«Noi oggi soffriamo di una emarginazione sistematica e
alcune parti di quelle che sono al potere vogliono provocare
un'atmosfera di scontro che noi non cerchiamo. Noi, noi
siamo aperti al dialogo e cerchiamo ogni tregua che ci
conduca a un'unità nazionale in cui tutti i libanesi possano
partecipare all'elaborazione delle sue decisioni.
[...]». (2)
Ma già nel gennaio 1989,
al tempo dell'incontro a Tunisi con sei ministri arabi,
quando questi gli chiedono quali siano le sue intenzioni
riguardo ai suoi progetti di riforme politiche da effettuare
in Libano, il generale risponde:
«Io sono personalmente per tutte le riforme che
liberamente il popolo libanese approverà. Non sono qui per
rappresentare o sostituire una parte o l'intero popolo
libanese. Dal 1972, non ci sono state elezioni in Libano. Si
garantiscano libere elezioni in Libano e noi tutti dovremo
piegarci al verdetto popolare. A questo fine, due condizioni
previe, imposte dalla natura della situazione sul campo,
sono da adempiere: occorre procedere al disarmo delle
milizie e al ritiro di tutte le forze non-libanesi dal
territorio libanese. L'esercito potrebbe prepararsi a
garantire la sicurezza su tutto il territorio libanese e una
commissione dell'ONU e della Lega araba potrà sovrintendere
allo svolgimento dello scrutinio. Se pensate che io sia qui
a nome dei cristiani libanesi, disilludetevi. Non ho tale
mandato. Sono il capo di un governo libanese legale e
costituzionale, esercito le mie responsabilità e compio il
mio dovere».
Dopo tali dichiarazioni, è evidente che per i nemici del
Libano (USA, Israele e Siria) il generale Aoun era ormai
l'uomo da abbattere: è un uomo che mette loro i bastoni tra
le ruote, è il loro guastafeste.
Durante la «Guerra di liberazione» contro
l'occupazione siriana, nel 1989, quando ormai era chiaro che
la Siria - sostenuta dalla politica israelo-americana e con
la complicità di alcuni Paesi arabi, tra i quali, sempre,
l'Arabia Saudita - avviava il Libano verso la sua scomparsa
e il suo annientamento, il generale Aoun, in un misto di
amara verità e di scherzo, spiegò ai libanesi la situazione
in questi termini: «Ci accompagnavano in una bara verso
la nostra estrema dimora. E noi abbiamo sollevato il
coperchio, gridando loro che eravamo ancora vivi!».
E aggiunse: «Noi contiamo solamente su noi stessi. Siamo
in una situazione di legittima difesa. Le forze siriane
occupano il nostro Paese e ci attaccano all'interno delle
nostre frontiere. Noi stiamo combattendo l'esercito siriano
sul nostro territorio e non in Siria. È il nostro più
elementare diritto».
Accusare oggi il generale di essere
un "pro-siriano"?
Accusare anche il popolo che lo segue di essere "pro-siriano"?
Il generale Aoun è l'unico uomo politico ad avere pagato
maggiormente a causa della sua lotta accanita contro
l'occupazione siriana, che ebbe fine nell'aprile 2005.
E ha subito 14 anni di esilio.
Ed è il solo, insieme alla maggioranza del popolo che lo
sostiene, a pagare ancora. Non a causa della Siria, che si è
ormai ritirata dal Libano, ma a causa degli antichi vassalli
della Siria: la stessa minoranza che oggi - illegittimamente
e anticostituzionalmente, con uno stile tipicamente mafioso
- vuole "governare" contro una maggioranza del popolo
libanese, che non ne vuole sapere.
4. Chi è l'Hezbollah?
Come lo dichiara il deputato britannico George Galloway,
l'Hezbollah «Non è un'organizzazione terroristica, è
Israele a essere uno Stato terrorista. [...]
L'Hezbollah fa parte della resistenza nazionale del Libano e
tenta di respingere Israele - avendo respinto dalle loro
terre con successo, nel 2000, la maggior parte degli
israeliani - dal resto delle loro terre e di liberare quei
[...] prigionieri libanesi che sono stati rapiti da
Israele secondo i termini della loro occupazione illegale
del Libano». (3)
Chi sono dunque gli hezbollahis?
Sono resistenti, che si vuole demonizzare a ogni costo.
Perché?
Perché non hanno permesso un ritorno glorioso di Tsahal in
Israele nell'estate 2006. Perché hanno resistito alla
brutalità dell'esercito israeliano.
Perché hanno forse provocato il declino del dispotismo
bush-olmertiano.
Infine, perché hanno messo in imbarazzo lo Stato di Israele,
edificato sulla menzogna e sul sangue.
Ricordiamo, anzitutto, che sotto l'occupazione straniera le
formazioni paramilitari di resistenza e di liberazione sono
sempre esistite.
Ci risparmi dunque Israele i suoi piagnistei, poiché la
formazione libanese paramilitare dell'Hezbollah è esistita
soprattutto e principalmente per resistere, sulla propria
terra, all'occupazione israeliana del Libano del 1982,
avendo gli sciiti sofferto maggiormente - tra tutte le
comunità libanesi - da questa occupazione, pagando il
tributo più pesante in vite civili.
E poi, Israele stesso ha conosciuto questo tipo di
organismi.
Tranne che questi organismi ebraici erano illegali e
terroristi, dato che il Paese in cui sono nati all'epoca non
era il loro e si chiamava Palestina. E la Palestina, dopo la
prima guerra mondiale, era sotto il mandato britannico.
Nel 1937 vengono dunque fondate le formazioni paramilitari
clandestine ebraiche: l'Irgun (rinomato a quel tempo per le
sue azioni terroristiche, sia contro i palestinesi che
contro i britannici) e l'Haganah (che, dopo la nascita dello
Stato d'Israele, nel 1948, formerà il nucleo dell'esercito
israeliano).
L'Haganah, guidata da Ben Gurion, e l'Irgun, di Menahem
Begin, si sono combattuti a morte tra loro. E di questi
fratelli nemici è stata l'Haganah ad averla vinta
sull'Irgun, allo scopo, come sembra, di «"unificare"
il fucile».
Passare per il sangue, come sempre!
Ma per un "bene comune" per soli ebrei, naturalmente.
Cioè cacciare o uccidere i palestinesi e impadronirsi delle
loro terre, per veder nascere alla fine lo Stato di Israele.
Ritornando all'Hezbollah,
ricordiamo inoltre - per gli animi preoccupati e ansiosi -
che «per bocca del presidente dell'Unione in carica dal 1
agosto 2006, l'Unione Europea segnala che l'Hezbollah
non verrà iscritto nella lista delle organizzazioni
terroristiche». (4)
L'Hezbollah è invece considerato «terrorista» dagli
Stati Uniti, da Israele e dai loro complici. Per questi
signori, del resto, o si è con loro o si è «terroristi».
Ma questo ragionamento tanto stupido non ha alcun valore ed
è totalmente assurdo: sillogismo senza premesse.
Neppure l'ONU annovera l'Hezbollah nella lista delle
organizzazioni terroriste, nonostante il Consiglio di
sicurezza ne esiga il disarmo. (5)
Un altro dettaglio, solo una puntualizzazione, per
rassicurare gli ansiosi e i pusilli: l'Hezbollah dichiara di
non sostenere in alcun modo Al-Qaida e di non avere nulla a
che fare con i suoi troppo sospetti "complotti islamisti"
(o israelo-americani?).
Infine, da quando ha firmato nel febbraio 2006 il Documento
di intesa con il generale Aoun, l'Hezbollah opera per un
equilibrio politico interno, insiste per l'intesa e il
dialogo «senza ingerenze esterne» (cioè senza
ricevere ordini da parte di nessuno, compresi Siria e Iran),
e il suo capo, sayyed Hassan Nasrallah, invita al dialogo e
si pronuncia a favore di un governo di unità nazionale,
avendo dunque scelto una via di rettitudine e avviando in
fin dei conti – grazie soprattutto all'intesa con il
generale Aoun e il suo CPL - Courant patriotique libre - il
processo di guarigione delle piaghe del Libano.
«I due uomini [Aoun e Nasrallah] hanno affermato
che il loro obiettivo è la sovranità, la protezione e
l'indipendenza del Libano, così come la costruzione di uno
Stato forte, capace di assicurare il benessere e la difesa
dei cittadini e capace di assumersi le proprie
responsabilità, invece che rovesciare la colpa sugli altri.
"Con questo documento", ha insistito il generale, "non
avremo più bisogno di recarci presso le diverse capitali
straniere alla ricerca di soluzioni per i nostri problemi"».
(6)
 
Sayyed Hassan Nasrallah, Segretario generale di Hezbollah
Durante l'aggressione israeliana contro il Libano
dei mesi di luglio-agosto 2006, sayyed Nasrallah pronuncia
il 3 agosto un discorso - trasmesso dal canale Al-Manar -
di cui riportiamo alcuni passaggi:
«Il Libano oggi ha bisogno di una volontà nazionale che
unisca, affinché i sacrifici non siano vani. Teniamo ad
assicurare questa volontà e questa solidarietà. Noi teniamo,
a questo punto, a che il governo sia forte, così che possa
assumersi le proprie responsabilità nazionali a favore del
Libano e del suo popolo. Teniamo a collaborare con il
governo e con tutte le correnti e le forze politiche, per
presentare un Libano unificato e coerente intorno a ciò che
protegge e assicura i suoi interessi nazionali. E agiamo su
questa base [...]. L'essenziale è che noi resistiamo
per essere vittoriosi, se Dio vuole. E saremo vincitori, se
Dio vuole [...]».
E «confermo che la vittoria sarà per tutto il Libano, con
tutte le sue regioni, le sue confessioni, le sue correnti e
le sue istituzioni ufficiali e popolari in primo luogo
[...]. La vittoria sarà, per la resistenza e la sua gente
in particolare, un potente motore per l'amore e la concordia
di tutti i libanesi [...]».
«Questa vittoria sarà un catalizzatore per la
ricostruzione del Libano, più bello di quanto non fosse. Un
Libano bello, ma forte. Un Libano bello, ma degno. Questa
vittoria sarà un catalizzatore per l'unità e la
complementarietà, e non un fattore di dominio e di orgoglio».
«Questa vittoria sarà un poderoso movente per concretare
la nostra unità nazionale, che il nostro popolo ha
realizzato in questi giorni. Realizzato grazie ai valori di
Gesù, pace su di lui, e ai valori del messaggero di Dio,
Maometto, preghiere e pace su di lui. I valori dell'aiuto
reciproco, della solidarietà, dell'amicizia, della
fratellanza, dell'inquietudine condivisa, della cooperazione
e dell'amore che tutta la popolazione ha manifestato
[...]».
«Noi non cerchiamo le liti e le inimicizie. Noi siamo
alla ricerca dell'unità, della concordia, della cooperazione
e della solidarietà. E tutto ciò che vogliamo è il bene e la
dignità, per la nostra patria e la nostra nazione. E a
questo scopo noi consacriamo le nostre anime e il nostro
sangue, ed è quanto abbiamo di più caro».
L'intellettuale israeliano Michel Warshawski
dice di Nasrallah: «Ascolto con grande attenzione
Nasrallah, e come molti altri commentatori in Israele,
constato che i suoi discorsi sono ragionevoli e che
[egli] dà prova di grande responsabilità. L'esatto
contrario dell'Occidente, che pretende di essere il baluardo
della civiltà e da cui invece traspare una retorica
fondamentalista. Si crederebbe di assistere a un
capovolgimento dei valori: il campo laico che si abbandona
al fanatismo, e quello religioso che fa di tutto, benché
parta da una diversa concezione, per non pronunciare
discorsi confessionali». (7)
E Aoun, il 5 dicembre 2006, intervistato da Frédéric Pons in
Valeurs actuelles, dichiara: «L'Hezbollah è un movimento
di resistenza contro l'occupazione, un alleato libanese che
difendeva il sud per liberarlo. [...] Ho discusso con
Hassan Nasrallah. È un credente, sereno, determinato, ma non
fanatico».
E a proposito dell'"Asse Damasco-Teheran", il
generale risponde: «È il sottoprodotto della politica
prodotta dagli Stati Uniti e dall'Europa. Il mio unico asse
è libanese». (8)
Tra i militanti dell'Hezbollah non ci sono più, come
all'inizio del movimento, dei pasdaran (volontari iraniani
che arrivavano in Libano, passando dalla Siria, per aiutare
la formazione dei militanti sciiti).
Gli hezbollahis sono tutti libanesi. Hanno i propri deputati
in parlamento.
E, secondo la Costituzione libanese, anche la comunità
sciita deve essere equamente rappresentata nel Governo.
È per quest'ultimo motivo, tra i tanti, che la dimissione
collettiva dei ministri sciiti (a causa della violazione e
del rifiuto di applicazione di tutti gli accordi presi al
momento della formazione del governo Siniora) pone in stato
di flagrante incostituzionalità l'ormai "pseudo-governo"
Siniora.
Che però rifiuta di dimettersi, forte della protezione
mafiosa degli Stati Uniti e di quella degli Stati complici.
Per quanto riguarda la sua presenza militare
sul terreno, rimane auspicabile, all'Hezbollah, l'ultimo
passaggio: che i suoi combattenti siano integrati
nell'esercito libanese, con tutto l'onore che essi meritano.
Cosa che d'altra parte si potrà fare solo quando un governo,
una presidenza e un parlamento del Libano avranno raggiunto
le condizioni costituzionali, legislative e militari
necessarie a dimostrare la loro volontà e la loro capacità
di difendere il Paese contro qualsiasi minaccia esterna,
proveniente da Israele o dalla Siria.
Oggi, voler disarmare l'Hezbollah sarebbe un atto di alto
tradimento.
Perché equivarrebbe a mantenere il Libano senza difesa di
fronte alle minacce crescenti degli israelo-americani e
delle loro milizie all'interno del Libano, dal momento che
l'Hezbollah ha dimostrato più che a sufficienza la scorsa
estate - e precedentemente nel maggio 2000 - di essere
attualmente la sola forza in Libano in grado di respingere
le aggressioni israeliane e di proteggere militarmente il
Paese.
All'Hezbollah sono state attribuite delle catture di ostaggi
occidentali, tra il 1985 e il 1991.
La sua responsabilità non è mai stata dimostrata.
Quanto agli atti terroristici che gli vengono imputati, è
interessante osservare due eventi che hanno avuto luogo in
Argentina: il 17 maggio 1992 una bomba fa trenta morti
all'ambasciata israeliana in Argentina; il 18 giugno 1994,
un attentato fa ottantasette morti in un centro comunitario
ebraico.
In un primo tempo lo Stato argentino ha accusato formalmente
Iran e l'Hezbollah di esservi implicati.
E numerosi membri della comunità sciita argentina sono stati
arrestati. In seguito sono stati rilasciati, per mancanza di
prove.
In tale occasione la Corte Suprema argentina giudicò
infondata la pista sciita, dirigendosi invece verso una
pista israeliana.
Gli Stati Uniti, nella loro "caccia alle streghe
terroriste islamiste" e sempre alla ricerca di prove
(che stentano talmente ad arrivare!), hanno voluto «usare
il ricordo degli attentati di Buenos Aires del 1992 e del
1994 per arricchire il loro dossier contro i musulmani
sciiti. La maggior parte delle enciclopedie continua
effettivamente ad attribuire tali massacri all'Hezbollah o
all'Iran. Ma queste accuse hanno fatto cilecca. La giustizia
argentina si è intanto orientata verso una pista israeliana.
Di colpo, Washington fa pressione per congelare un'inchiesta
che diventa imbarazzante. Per infoltire le sue accuse contro
la "mezzaluna sciita" (l'Iran, la Siria,
l'Hezbollah libanese), Washington ha deciso di inserire
nel dossier gli attentati commessi a Buenos Aires all'inizio
degli anni '90. Così dunque è comunemente ammesso nei Paesi
atlantisti che essi furono opera di terroristi musulmani».
«Ora, questa versione dei fatti è stata nel frattempo
smentita dalla Corte Suprema argentina, che si è
indirizzata, al contrario, verso una pista israeliana. È
stata dunque montata un'operazione da parte dei
neo-conservatori per invertire il corso delle cose. Dopo una
riunione che si è svolta a Washington nel maggio 2006, a cui
hanno partecipato degli alti magistrati di Buenos Aires,
sono state esercitate forti pressioni sia sul governo sia
sulla giustizia argentina. In risposta, un gruppo di
cittadini argentini, guidati dal dottor Oscar Abdura Bini
hanno sporto denuncia, davanti al "Tribunal de Grande
Istanza" di Buenos Aires, specificatamente contro l'American
Jewish Committee e i procuratori Nissman e Martinez Burgos,
per intralcio alla giustizia [...]».
In realtà «[...] i due attentati sarebbero stati commessi
da agenti israeliani per spezzare l'antisionismo della
comunità ebraica argentina»(!). (9)
Tutto questo è molto strano e molto interessante.
Un incidente alquanto bizzarro viene segnalato
mercoledì 9 agosto 2006, quando in Argentina (ancora!) la
polizia aeronautica militare ha arrestato un importante
diplomatico israeliano che trasportava nella valigia una
considerevole quantità di esplosivi. Questo diplomatico era
diretto in Cile ed è stato arrestato mentre saliva
sull'aereo. Estremamente arrabbiato e offeso, ha scagliato
contro la polizia l'"orribile" accusa: «Antisemiti!».
(10)
«Il caso del diplomatico con l'esplosivo - commenta
Maurizio Blondet - diventa allarmante, soprattutto perché
"poche settimane prima dell'attacco di Israele in Palestina
e in Libano, la DAIA [Delegación de Asociaciones
Israelitas Argentinas] e il Centro Wiesenthal hanno
iniziato a diffondere comunicati che mettevano in guardia
sulla possibilità di un terzo attentato in Argentina».
E non è la prima volta che degli israeliani vengono fermati
con esplosivi, "in flagranza di reato", come si dice.
Il 6 agosto 2006 due israeliani vengono arrestati a Santo
Domingo in possesso di apparecchiature militari, compresi
anche strumenti per la localizzazione geografica delle
comunicazioni e per la visione notturna. (11)
Che ci fanno dunque, questi globe-trotters, con tali
materiali esplosivi o militari, colti per fortuna in tempo -
a volte! - in flagrante (e non virtuale) reato?!
Fermati veramente in tempo e in flagranza di reato, dunque.
E non come le solite retate e gli arresti preventivi di
presunti terroristi, come spesso si sente dire in
televisione e si legge sui giornali.
Arresti di persone che per la maggior parte vengono in
seguito rilasciate per mancanza di prove.
Chi, nella stampa internazionale, ha parlato di questi
israeliani arrestati in Argentina e a Santo Domingo lo
scorso agosto?
Ma i media e i giornalisti "embedded" hanno l'ordine
di tenere queste tra le notizie occulte.
5. Chi sono coloro che si dicono "anti-siriani",
appoggiati dall'Occidente?
Ci assillano, su tutti i media, che l'Occidente appoggia
Siniora e che bisogna salvare il suo governo!
Ma chi ha detto che l'Occidente attuale dovrebbe, o
potrebbe, essere un modello per noi?
Un Occidente anticristiano, propagatore
dell'assassinio-aborto, dell'assassinio-eutanasia, della
pedofilia, dell'adulterio, dei gay pride. Un Occidente
modello di morte, di Sodoma e Gomorra, difensore dei poteri
«demonocratici» («demonocrazia», il cui potere
viene dal maligno, dal demonio).
Ebbene, di questo Occidente, noi, libanesi, non vogliamo
saperne.
Per noi, l'Occidente risale al tempo in cui la cristianità
era la sua identità: l'Occidente dei valori morali, civili e
culturali che non ci sono più. L'Occidente è anzitutto
l'Europa del tempo glorioso delle cattedrali.
Di san Benedetto, san Domenico e san Francesco.
Dei re e dei poeti che si ispiravano a Dio.
Di Carlo Magno, san Luigi e Isabella la Cattolica. Quando
l'Europa cristiana ed epica ritornerà, allora sì, noi
aderiremo.
Oggi l'Europa agonizza. Bisogna salvarla. Aiutarla a
risollevarsi. E non cedere davanti agli aborti e ai bastardi
delle civiltà, vale a dire gli Stati Uniti, questo «Paese
di bambini», come dice gentilmente Jacques Brel.
E chi sono allora questi Siniora e ciò che resta dei suoi
ministri (6 si sono già dimessi e uno è stato assassinato),
sostenuti dall'Occidente?
Ritorniamo all'omicidio di Rafic Hariri.
Perché, due anni dopo, il caso è ancora avvolto nel mistero?
Perché la commissione Mehlis non è mai venuta a capo delle
indagini?
E perché continua a ristagnare con Brammertz, che tuttavia
ha ammesso, più volte, che la Siria coopera positivamente
all'inchiesta?
Perché i tentativi (documentati!) di fabbricare false
testimonianze per l'accusa?
Perché, in tali condizioni, mettere in moto un tribunale
internazionale e imporlo al Libano, senza discussioni delle
sue clausole, senza garantire il rispetto elementare della
sovranità giudiziaria del Libano, senza neppure avere ancora
giuridicamente degli accusati o delle prove (ma avendo già
preliminarmente dei "colpevoli": quelli che sono
richiesti dalle mafie internazionali "politicamente
corrette" degli aggressori del Libano e dei loro
complici libanesi del "14 marzo")?
Perché «l'instaurazione [da parte del Consiglio di
sicurezza dell'ONU] di un tribunale speciale
[internazionale] la cui competenza sarà parimenti
straordinaria», quando «nel caso libanese non esiste,
giuridicamente parlando, un crimine internazionale da
reprimere, e quando l'indagine in corso presenta dei tratti
sufficientemente inquietanti, così da interrogarsi su una
strumentalizzazione della giustizia internazionale?».
D'altronde, «Sarebbe vano mascherare il carattere
politico del Consiglio di Sicurezza: è così che la Carta
dell'ONU l'ha concepito. Esso gode di un potere
discrezionale estesissimo, e la sua azione non è per nulla
controllata giuridicamente». (12)
Le mafie israelo-americane - e i loro compari sedicenti "maggioritari"
in Libano - vogliono dunque avere assolutamente la "loro"
indagine e il "loro" tribunale, per paura che si
arrivi ai veri colpevoli?
Come disse bene Jürgen Cain Külbel,
già investigatore criminale della RDT, l'indagine stessa è «truccata»,
essa è «un atto criminale e premeditato» e «merita
solo le pattumiere della criminologia». (13)
Mehlis prima o Brammertz oggi, avrebbero osato indagare
sulla pista degli emettitori elettronici di disturbo,
utilizzati da Hariri per equipaggiare la protezione delle
automobili del suo convoglio, emettitori prodotti
dall'impresa israeliana il cui direttore è Gil Israeli, già
membro dei servizi segreti israeliani?
Avrebbero osato indagare sulle reti del Mossad che sono
chiaramente coinvolte in intrighi criminali e in attentati
terroristici, che sono stati scoperti in Libano nel maggio
2006 e avevano seminato il terrore per mezzo di autobombe e
omicidi?
Un'altra timida notizia è uscita domenica 3 dicembre 2006
sull'AGI (Agenzia Giornalistica Italia), che annuncia
sviluppi riguardo a tale assassinio: «Secondo il giornale
tunisino filo-governativo Al Chourouk, che utilizza fonti
francesi, dietro l'assassinio [di Hariri] ci sarebbero
personaggi appartenenti alla coalizione del 14 marzo».
(14)
Due piste volutamente ignorate?
Ma presto o tardi qualche verità emergerà.
A. Chi era Rafic Hariri?
Chi era?
Era anzitutto un uomo che aveva barattato la sua nazionalità
libanese con quella saudita. L'uomo che mise in ginocchio
l'economia libanese, che fu la causa dell'emigrazione di
centinaia di migliaia di libanesi e il responsabile di tanta
povertà in Libano.
In meno di tredici anni, Hariri ha almeno sestuplicato la
sua fortuna (alla sua morte la sua eredità ammontava a 17
miliardi di dollari americani).
Da dove gli viene tale fortuna?
Da quale spoliazione?
Come si spiega il fenomeno secondo cui i debiti del Libano
sarebbero arrivati e forse avrebbero superato i 40 miliardi
di dollari, mentre parallelamente fortune immense gonfiavano
i conti personali di Hariri?
Hariri dirigeva lo Stato «come se si trattasse di una sua
proprietà personale». (15)
L'eredità che Hariri ha lasciato all'economia libanese e ad
ogni famiglia del Libano è di una durezza schiacciante.
Certo il suo assassinio rimane un crimine, e la pietà umana
e cristiana va a colui che ne è stato la vittima e ai suoi
familiari.
Assassinato forse, o molto verosimilmente, dalle stesse
persone da cui credeva di essere sostenuto.
Külbel nella sua intervista ne fa uno studio molto
interessante, in cui si trovano coinvolti insieme Israele,
gli Stati Uniti e la Francia.
La Francia con a capo il grande amico di Hariri: Chirac, che
è, sempre secondo Külbel, «non solo un socio di intrighi
americani in Medio Oriente, ma ha anche cercato attivamente
di convincere Bush a dare carta bianca alla Francia nella
sua vecchia zona coloniale di influenza».
«Molto chiaramente», continua Külbel, «la Francia
è tra i principali responsabili della catastrofe che ha
colpito il Libano dopo la morte di Hariri». (16)
Hariri era un "anti-siriano"?
Il mondo intero sapeva il modo in cui Hafez Assad formava
governi e ministri in Libano. Era Assad che li nominava e li
destituiva secondo il bisogno.
E Hariri è stato nominato da Hafez Assad.
E non è stato Hariri a voler chiamare «Autostrada Hafez
Assad» l'autostrada che porta all'aeroporto
internazionale di Beirut? E chi, se non Hariri, ha pagato
per intero le spese scolastiche dei due figli cadetti - che
hanno frequentato la George Washington University - del
generale di brigata siriano Gazi Kanaan, in seguito ministro
degli Interni siriano?
Si saprà un giorno l'ammontare dei "doni" - offerti
ai politici libanesi e stranieri, in particolare siriani -
che Rafic Hariri proponeva continuamente, al solo scopo di
usare il suo denaro per conquistare e mantenere il potere?
Dopo l'Accordo di Taëf, tramite un industriale francese,
Rafic Hariri propone al generale Aoun il "dono" di
trenta milioni di dollari perché lasci il suo posto di primo
ministro e riconosca quel trattato di tradimento nazionale
denominato [trattato di] Taëf. Al che il generale rispose,
sbarazzandosi in questi termini del suo ospite: «Se
questo denaro è per me, non vivrei abbastanza per spenderlo.
Se è per vendere il Paese, il prezzo è troppo basso».
(17)
Solo per rispetto dei morti, mi fermerei qui.
La storia farà il suo corso!
B. Chi sono Siniora, Saad Hariri, Geagea e Joumblatt?
Ma è quanto meno incomprensibile, riguardo a questa
inchiesta «truccata», che Saad Hariri, il figlio
dell'assassinato, sembri preferire che si trovino dei
siriani, costi quel che costi, quali responsabili
dell'assassinio del padre, piuttosto che cercare in tutte le
piste che portino ai veri colpevoli.
D'altronde pare che Saad Hariri avesse anche altre
preoccupazioni per la testa, come quella, per esempio,
secondo quanto riferisce Külbel, del premio
dell'assicurazione: «All'inizio di luglio 2006, Sleiman
Franjieh, presidente del partito libanese dei Màrada, ha
dichiarato, nel corso di una intervista televisiva, che
erano state esercitate pressioni su di lui, quando era
ministri degli Interni. Doveva dire che la bomba che ha
ucciso Hariri era stata piazzata sotto terra, perché la
famiglia del defunto potesse beneficiare del premio
dell'assicurazione».
Cosa pensarne?
Ma quale tragedia, per il nostro Libano, l'aver dovuto
subire dei primi ministri del livello di Hariri e Siniora!
E chi è Siniora?
È un primo ministro che ha paura di incontrare i
manifestanti! Politicamente, è un cadavere che subisce
l'accanimento terapeutico per una rianimazione disperata. È
già perdente. E sarà estromesso e abbandonato dagli stessi
che oggi lo sostengono, cioè gli Stati Uniti, Israele e la
Francia.
Insieme con lui, soprattutto tre altri personaggi degradano
gravemente la scena politica libanese: sono Saad Hariri, lo
sponsor ricchissimo dei mercenari "terroristi buoni"
salafiti, e due criminali sanguinari della guerra libanese
degli anni '80, vale a dire Geagea e Joumblatt.
Il primo è un figlio di papà che crede - come del resto suo
padre - che col denaro tutto si compri e tutto si venda: un
Paese, un governo, persone, voti... Saad Hariri si mette in
luce dopo la morte del padre e decide da un giorno all'altro
di far politica. Pericoloso a motivo del suo denaro. Grazie
agli Stati Uniti e a Israele, riceve armi in Libano.
Contro chi?
I due criminali Walid Joumblatt e Samir Geagea, secondo il
giornale al Chourouk e le sue fonti francesi, come riferisce
l'AGI, hanno in seguito incassato 15 e 25 milioni di
dollari. (18)
Vengono armati anche oggi da Israele e USA.
Contro chi?
 
I boss dell'«Asse della tutela israelo-americana».
Da sinistra a destra: Samir Geagea, Fouad Siniora, Saad
Hariri e Walid Jumblatt
Joumblatt si dice anti-siriano?
Ma non era lui che nel marzo 1989 si era alleato con
l'esercito d'occupazione siriano contro l'esercito libanese
durante la battaglia di Souk et Gharb, battaglia condotta
dal generale Aoun? Non fu lui a essere costretto, volente o
nolente, a far parte del governo Karameh - quando prima
aveva tentato di opporvi resistenza - dichiarando senza
vergogna: «Sono ritornato mio malgrado, su insistenza dei
fratelli siriani». (19)
Su Joumblatt, Külbel avrà una bella trovata: «Non
desidero parlare di Joumblatt, perché non sono psichiatra».
(20)
Geagea si dice cristiano maronita,
ma la sua appartenenza è interamente quella del male.
È responsabile di innumerevoli crimini.
Viene armato soprattutto da Israele: «Le bande di Geagea
sono state equipaggiate [di armi] direttamente da
Israele, durante la guerra dello scorso anno: per settimane,
mentre il resto del Libano veniva bombardato, gli elicotteri
israeliani atterravano sulle zone controllate da Geagea [e
dalla sua milizia, le Forze libanesi, che sarebbe ben più
giusto chiamare «Forze di tradimento»!], scaricando
armi. Oggi le armi per le differenti bande arrivano
direttamente nelle zone dell'aeroporto [di Beirut]
rese inaccessibili alle forze di sicurezza libanesi.
L'obiettivo comune dell'assassino psicopatico Geagea, del
mafioso ricchissimo Saadeddine Hariri e del druso Walid
Joumblatt, è quello di provare a innescare in Libano un
processo di "guerre di milizie", come in Iraq. Allora
arriverebbero i "pacificatori" americani, a fare il resto».
(21)
Geagea è anti-siriano?
Ma chi brindava, durante la battaglia di Souk el Gharb,
auspicando la rovina di Michel Aoun durante la sua guerra
contro l'occupazione siriana (testimonianza diretta di
Cheikh Farid Hamadeh, grande e onesto notabile druso
libanese)?
E come mai un "anti-siriano" si è trovato a
combattere ferocemente contro il solo che ha condotto la
guerra di liberazione contro l'occupazione siriana, cioè il
generale Aoun?
Cosa ha fatto dunque Geagea?
Ha diretto i cannoni della sua milizia contro le popolazioni
civili libanesi che resistevano al fianco del generale Aoun
e combattevano contro le forze siriane.
Allora, ancora una volta: Hariri, Joumblatt e Geagea, contro
che cosa e contro chi si armano?
Si armano contro il Libano. Perché non lo amano.
«Ama, e fa ciò che vuoi», dice sant'Agostino.
Disgraziatamente, per coloro che non amano e fanno tanta
rovina, la storia si ripete: finiranno male, molto male.
6. Chi trae vantaggio da un Libano sempre in guerra?
Per primo Israele, che trae sempre profitto dal caos
libanese. Del resto, come spiega Klaus von Raussendorf nel
suo articolo del 27 ottobre 2006 (22), i dolori del
parto di un "Nuovo Medio Oriente" - la nuova
strategia della politica usraeliana, volta a rimodellare la
regione - non hanno forse in codice il nome di «Caos
creativo»?
E che cos'è il «Caos creativo»?
È lo smembramento di numerosi Paesi del medioriente in
molteplici mini-Stati.
Per riuscirci, occorre prima istaurarvi il necessario
disordine, il clima di confusione adeguato a una situazione
di conflitto e di divisione. E il Libano, secondo la nuova
strategia dei tiranni usraeliani - nuova, ma fedele ai
vecchi piani israeliani, tra cui quello di Oded Yinon
(23) - il Libano dunque dovrebbe essere diviso come la
vecchia Yugoslavia, come si cerca di fare dal 2003 in Iraq.
Il rumoroso annuncio di una guerra contro l'Iran dovrebbe
portare allo stesso risultato, cioè allo smembramento del
Paese.
Lo stesso avverrebbe per altri Paesi della regione, senza
risparmiarne nessuno, anche quelli che si credono al riparo
dalla tempesta (penso soprattutto all'Arabia Saudita, alla
Giordania e all'Egitto).
Nell'agosto 2006 il Consiglio Mondiale delle Chiese ha
dichiarato, al rientro di una delegazione che aveva visitato
Beirut e Gerusalemme:
«L'aggressione israeliana contro il Libano era
pianificata prima ancora che l'Hezbollah procedesse al più
piccolo attacco. Essa aveva lo scopo di affondare un cuneo
di discordia tra le diverse confessioni religiose che
coabitano in armonia in questo Paese [...]. Noi
ritorniamo dal Libano condividendo l'impressione che questa
distruzione sia stata pianificata. E che si trattasse di
un'operazione che aspettava solo un segnale di via libera,
benché l'operazione dell'Hezbollah abbia fatto da detonatore
[...]. I rappresentanti delle diverse comunità libanesi
che abbiamo incontrato sono stati unanimi nel dire che la
distruzione del Libano era insieme deliberata e pianificata».
(24)
La commissione israeliana d'indagine diretta dal giudice
Eliyahu Winograd ha confermato per bene, recentemente, la
tesi della pianificazione da lungo tempo dell'aggressione
israeliana contro il Libano.
Tra parentesi,
questa commissione d'indagine è stata di grande utilità, per
noi libanesi.
In primo luogo, Israele ha riconosciuto la sua sconfitta
contro di noi, dunque la vittoria della resistenza libanese,
cioè la vittoria dell'Hezbollah e di tutti i libanesi, che
hanno sostenuto l'Hezbollah, e che fino a oggi rifiutano di
abbandonare il proprio Paese.
In secondo luogo, Israele ha riconosciuto, per bocca dello
stesso Olmert, di avere preordinato la guerra e di avere
dunque congiurato (per l'ennesima volta!) contro il Libano.
(25)
In Libano dunque, oggi,
quello che l'invasione israeliana della scorsa estate non è
riuscita a ottenere, cioè la fine irrevocabile del Libano,
saranno alcuni veterani del crimine e di massacri - i Samir
Geagea e i Walid Joumblatt, attuali marionette degli
usraeliani - a fare l'impossibile per ottenerlo, provocando
cioè disordini tali da far esplodere il Paese: con omicidi,
autobombe e altro.
La lunga esperienza di Geagea e Joumblatt in materia di
crimini, ha fatto sì che venissero scelti precisamente loro,
per le guerre future del Libano.
È l'insieme delle loro competenze nel provocare bagni di
sangue, che essi mettono al servizio dei nemici del Libano.
I loro crimini mafiosi hanno conferito loro la fama di
perfetti Giuda del momento.
La tattica?
Provocare guerre all'interno del Paese, guerre chiamate di
volta in volta «guerre civili», «guerre
confessionali», o «guerre fratricide».
Saad Hariri si occuperà della sua "guerra sunnita"
contre gli sciiti, tra l'altro mediante denaro saudita,
servendosi dei terroristi di Fatah al-Islam.
 
Sayyed Hassan Nasrallah e il generale Michel Aoun il giorno
della sottoscrizione del «Documento d'intesa», nella
cripta della chiesa di San Michele, nel quartiere sciita di
Chiyah, a Beirut, il 6 febbraio 2006
Il quotidiano israeliano Yedioth Aharonot del 5
ottobre 2006 riferisce infine la seguente dichiarazione di
Bush: «Non c'è alcuna ragione di discutere ora con i
siriani. Il presidente Assad sa perfettamente cosa fare se
vuole svolgere un ruolo positivo». (26)
Domanda: Cosa deve fare il presidente Assad per svolgere un
«ruolo positivo»?
E potrebbe, questo «ruolo positivo», essere negativo
per il Libano, come nel 1990?
Non si può infatti percepire e comprendere un «ruolo
positivo» della Siria, fino a quando la Siria non
prenderà in considerazione l'atto - finalmente positivo e
intelligente! - di riconoscere la sovranità del Libano e le
sue frontiere, di stabilire rapporti diplomatici e di
rilasciare i prigionieri libanesi che detiene nelle sue
carceri.
Altrimenti, di quale «ruolo positivo» starebbe
parlando Bush?
È possibile che la Siria - che l'amministrazione americana
colloca nell'«Asse del male» e che il mondo
occidentale considera un Paese «terrorista» - ebbene,
è possibile che la Siria, per magia, ridiventi un «alleato»
o un «partner» significativo degli Stati Uniti?
Disgraziatamente, l'invasione siriana dell'ottobre 1990 lo
conferma possibile: per poter invadere tranquillamente
l'Iraq nel gennaio 1991, il Libano è stato offerto in dono
dagli Stati Uniti alla Siria.
E si ebbero l'invasione siriana del Libano e i massacri del
13 ottobre 1990.
Per servire gli interessi nazionali e la sicurezza di
Israele, l'amministrazione americana sarebbe pronta a ogni
transazione, anche, forse, fino a offrire nuovamente in dono
il Libano alla Siria.
7. Come uscire dal baratro?
È possibile che il Libano veda la fine delle sue sventure
parallelamente a congiunture geopolitiche, regionali e
internazionali, che facciano giungere il momento propizio
per una vera liberazione.
A condizione, evidentemente, che da ora e fino ad allora:
a) il Libano sappia resistere indomitamente al tradimento
messo in atto dal governo anticostituzionale e illegale di
Siniora-Hariri-Feltman-Welch (27) e dal clan che si
può ben chiamare «la banda del 14 marzo», della quale
fanno parte Geagea e Joumblatt;
b) il popolo libanese, intorno ai suoi due capi - il
generale Michel Aoun e sayyed Hassan Nasrallah, che guidano
la resistenza e la sua marcia verso la riconquista - e sotto
la loro guida, riconquisti realmente terreno, espellendo i
traditori dalle sedi istituzionali che essi oggi usurpano e
trascinandoli nei tribunali per tutti i loro crimini e per
il loro alto tradimento.
I libanesi si trovano a fronteggiare
la «guerra dei traditori» che vogliono soffocarli e
consegnarli - senza il loro consenso - alla loro sorte
infelice di venduti e di sottomessi alla tutela dei loro
nemici.
Ma un insieme di mutazioni starebbero sovvertendo lo
scenario globale previsto dall'«impero» americano.
Cioè:
a) l'impantanamento della politica americana nella palude
della guerra contro l'Iraq;
b) il crollo del mito dell'invincibilità di Israele, dopo la
«vittoria divina» dell'Hezbollah e del Libano nel
luglio-agosto 2006;
c) il rafforzamento - sulla scena geopolitica, economica e
militare - della Russia, che riconquista progressivamente il
suo ruolo di grande potenza mondiale, sbarrando la strada ai
sogni di unipolarità trionfante e assoluta degli Stati
Uniti;
d) l'emergere della Cina come polo mondiale ulteriore di
potenza.
8. L'ultimo granello di sabbia
Ed ecco l'ultimo granello di sabbia (ricompensa forse per
ultimi grani dei nostri rosari?), che viene a inceppare la
macchina dell'aggressione: lo scandalo, pubblicamente
svelato, di questa sciagurata amministrazione Bush e dei
suoi complici libanesi dell'«Asse della tutela
israelo-americana» - gli Hariri-Geagea-Joumblatt-Siniora
- che hanno reclutato, finanziato e armato i loro "buoni"
terroristi mercenari di Fatah al-Islam.
Tre testi in particolare, tra molti altri, danno i primi
necessari elementi:
a) la recente intervista di Seymour Hersh alla CNN,
trascritta nell'articolo di David Edwards e Muriel Kane, «L'Amministrazione
Bush ha organizzato il sostegno ai militanti che attaccavano
il Libano», del 22 maggio 2007 (28);
b) l'articolo di Franklin Lamb, «I retroscena della crisi
libanese», del 24 maggio (29);
c) l'articolo di Nidal, «Gli Hariri finanziano
"Al-Qaïda", ma è per la buona causa», sempre del 24
maggio (30).
Ma altri elementi, riferiti dal settimanale libanese
L'Hebdo Magazine, già il 16 febbraio 2007 davano chiarimenti
di estrema importanza, riguardo alla sponsorizzazione del
Courant du futur (Movimento del futuro) di Saad Hariri al
gruppo terrorista di Fatah al-Islam e all'organizzazione di
ciò che Saad Hariri chiama discretamente la sua «sicurezza».
Ben prima, dunque, che si sentisse parlare di Fatah al-Islam
e molto prima dell'inizio degli attacchi del 20 maggio
scorso, a Nahr el-Bared, contro l'esercito libanese.
Ecco quanto riferisce L'Hebdo Magazine:
«[...] Il deputato Saad Hariri e i suoi consiglieri sono
riusciti a compiere un passo avanti di grande importanza,
mettendo in piedi una struttura comprendente partigiani e
simpatizzanti del Courant du futur [...]. La fonte
del Courant du futur che riferisce tutte queste
informazioni, conferma l'attribuzione d'una funzione
all'ex-islamista Kanaan Naji e all'ufficiale dissidente
[...] Ahmed el-Khatib, entrambi incaricati delle
questioni della sicurezza. Kanaan Naji avrebbe già
mobilitato circa 200 palestinesi che hanno creato
l'organizzazione Fatah al-Islam, dopo essersi separati dal
movimento Fatah-Intifada nel campo palestinese di Nahr
al-Bared, nel dicembre scorso». (31)
 
L'antico santuario di Notre-Dame du Liban, a Harissa, e la
nuova Basilica
Ora, se Fatah al-Islam
– come pretendono tutti i mass media politicamente corretti
e servili degli israelo-americani - è una branca di Al
Qaida, dove e in che ruolo si collocherebbe Saad Hariri,
pilastro del "14 marzo" e del governo
Siniora-Feltman, e cocco degli "Stati Uniti d'Israele"?
Nel ruolo di trait d'union tra Usraele-CIA-Mossad e Al
Qaida? Per "sostenere" il Libano e "democratizzarlo"?
Quando l'aggressore si trova a sua volta in difficoltà,
l'aggredito comincia a sperare di sbarazzarsene.
È un concorso di circostanze ad aver messo fine
all'occupazione ottomana del Libano, dopo la sconfitta della
Turchia nella prima guerra mondiale.
Un concorso di circostanze ha messo fine nel 2005
all'occupazione siriana del Libano.
Sarà probabilmente anche un concorso di circostanze ad
aiutare il Libano a sciogliere o a recidere tutti i nodi
gordiani che oggi pretendono di strangolarlo.
Oggi in Libano ci si attende l'eruzione del vulcano, che non
si è mai spento.
Israele batte il tamburo di guerra, perché non vuole
riconoscere e accettare la sua sconfitta dell'estate 2006.
I terroristi di Fatah al-Islam (terroristi "mercenari"
di numerose nazionalità, in prevalenza arabe) provocano la
belligeranza con l'esercito libanese a Tripoli, capitale del
Libano del nord, nel campo palestinese di Nahr el-Bared.
E gli islamisti palestinesi infiltrati, armati e addestrati
dagli israelo-americani, resterebbero in disparte?
Oppure, spalleggiati da Jound al-Cham (o Jound el-Sitt) - un
altro dei gruppi terroristi mercenari organizzati e
finanziati dal Courant du futur di Saad Hariri e da Bahia
Hariri, zia di Saad e sorella di Rafic (32) -
prenderebbero parte agli scontri, aprendo il fuoco anche al
sud, a partire da Aïn el-Hilweh (campo di rifugiati
palestinesi vicino a Sidone)?
Tutti complici nel progetto di indebolire l'esercito
libanese, di coinvolgere l'Hezbollah nei conflitti interni e
di facilitare così l'entrata in scena dell'esercito
israeliano e/o americano, in future spedizioni offensive - o
"protettive" - contro il Libano.
Conflitti, disordini, carneficine.
Come ogni volta, gli unici a essere presi tra i due fuochi
saranno sempre i libanesi, che dovranno ancora e ancora
combattere per la loro libertà e la pace.
Che Dio ci aiuti.
Che Egli invii ancora quaggiù, al nostro popolo, degli
autentici pastori.
Quelli di oggi hanno disertato, con molti alti prelati alla
loro testa. Chissà quanto essi valgano ancora, ma certamente
essi sono troppo spesso alla portata di tutte le borse.
Che Dio getti uno sguardo sul nostro popolo che Lo chiama,
Lo prega e Lo implora. Che Egli non lo abbandoni. Che vegli
sul Libano.
Il calvario è durato a lungo.
Il nostro popolo si è sempre sottomesso alla volontà di Dio.
Che Egli tenda ancora la mano in suo soccorso.
Nel nostro santuario mariano ad Harissa, Notre-Dame du
Liban, anche molto tardi, anche dopo mezzanotte, anche
all'alba, a ogni ora si trova una folla che prega e che
intona i bei canti dedicati a Maria, pronunciando alto e
forte le lodi che è così dolce rivolgerLe.
 
Notre-Dame du Liban
Noi rifiutiamo di tradire la nostra fede,
la nostra terra e la nostra eredità.
Noi rifiutiamo di disertare. Noi rifiutiamo di disperare.
Il cielo è sempre favorevole ai popoli che amano la luce. E
la cercano.
Jacqueline Amidi
Originale francese:
Jacqueline Amidi, Le printemps libanais contre l'axe
usraélien, in effedieffe.com, 03-06-2007:
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2040¶metro=esteri.
Traduzione di Filippo Fatiga per
www.effedieffe.com
Note:
1)
Le diable (Ça va!), Canzone di Jacques Brel (1953).
2) Discorso del generale Michel Aoun in occasione del
sollevamento popolare, in tayyar.org, 1-3-2006:
http://www.tayyar.org/tayyar/articles.php?article_id=21611&type=GMA.
3) Interview du député britannique G. Galloway sur Israël,
l'Iraq, les États-Unis, le Liban, 6-8-2006, in Babnet.net,
11-8-2006:
http://www.babnet.net/rttdetail-8521.asp.
4) Reuters, EU No intent yet to add Hizbollah to
terror list, in Reuters AlertNet, 1-8-2006:
www.alertnet.org/thenews/newsdesk/BRU004839.htm.
5) La Risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza
dell'ONU, del settembre 2004, chiede tra l'altro «che
tutte le milizie libanesi e non libanesi siano sciolte e
disarmate». Per «non libanesi» si intendono
evidentemente i palestinesi, che non hanno affatto sciolto
la loro milizia né si sono disarmati. Sayyed Hassan
Nasrallah invece, firmando con il generale Aoun (il 6
febbraio 2006, a Beirut, nella cripta della Chiesa di San
Michele, nel quartiere di Chiyah) il Documento d'intesa, ha
perfettamente deliberato di consegnare - nelle condizioni
che saranno precisate con l'adozione, da parte del governo,
di una efficace politica di difesa nazionale che sappia
assicurare la protezione del Paese contro ogni aggressione
straniera, protezione e difesa finora abbandonate
all'iniziativa di privati - le sue armi allo Stato libanese.
Confronta il Document d'entente mutuelle entre le Hezbollah
et le Courant patriotique libre, Beirut, 6 febbraio 2006:
www.tayyar.org/files/documents/cpl_hezbollah.pdf.
6) Scarlett Haddad, Aoun et Nasrallah: Un document
souverainiste et une vision commune du Liban. Conférence de
presse conjointe des dirigeants du CPL et du Hezbollah à
l'église Mar Mikhaël, in L'Orient - Le Jour, 7-2-2006:
www.lorientlejour.com/page.aspx?page=article&id=305401.
7) Michel Warshawski, La pace ha perso. Vi spiego
perché, Intervista raccolta da Geraldina Colotti, in Il
Manifesto, 15-8-2006.
8) Michel Aoun, Il faut en revenir au peuple,
Intervista raccolta da Frédéric Pons, in Valeurs Actuelles,
5-12-2006.
9) Thierry Meyssan, La justice argentine a écarté la
piste islamique. Washington veut réécrire les attentats de
Buenos-Aires, in Voltairenet, 13-7-2006:
http://www.voltairenet.org/article141896.html.
10) L'incidente è riferito da Maurizio Blondet Il
Corriere non lo dice (e neppure l'Unità)... Cartolina da
Buenos Aires, in effedieffe.com, 29-8-2006:
http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1400%20&chiave=Buenos%20Aires.
11) Israelis arrested in Samaná are taken to
Dominican capital, in Dominican Today, 14-8-2006:
http://www.dominicantoday.com/app/article.aspx?id=16370.
12) Géraud de Geouffre de La Pradelle, Antoine
Korkmaz, Rafaëlle Maison, Douteuse instrumentalisation de la
justice internationale au Liban, in Le Monde diplomatique,
aprile 2007, pagine 18-19:
http://www.monde-diplomatique.fr/2007/04/DE_LA_PRADELLE/14595.
13) Jürgen Cain Kulbel, Attentat contre Rafic Hariri:
Une enquête biaisée?, in Voltairenet, 15-9-2006:
http://www.voltairenet.org/article143440.html.
14) Libano, assassinio Hariri. Possibili sviluppi, in
AGI, 3-12-2006, 19h50.
15) Jürgen Cain Kulbel, articolo citato.
16) Ibidem.
17) Abdallah Bou Habib, Le feu orange, pp. 176-177.
Abdallah Bou Habib era, in quel tempo, ambasciatore del
Libano a Washington.
18) Libano, assassinio Hariri. Possibili sviluppi, in
AGI, articolo citato.
19) Elias Hraoui, Le retour de la République. Des
mini-États à l'État, Dar an-Nahar, Beyrouth, 2001, pagina
292.
20) Jürgen Cain Kulbel, articolo citato.
21) Agostino Sanfratello e Maurizio Blondet, Libano.
È sempre il piano Kivunim, in effedieffe.com, 23-5-2007:
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2000¶metro=esteri.
22) Klaus von Raussendorf, Neues vom «Neuen
Mittleren Osten». Condoleezza Rice und das «kreative
Chaos» an mehreren Fronten, in Berliner Umschau,
27-10-2006:
http://www.berlinerumschau.com/index.php?set_language=de&cccpage=27102006ArtikelPolitik3.
Traduzione francese in Tlaxcala, 27-10-2006:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=1457&lg=fr.
23) Oded Yinon, A strategy for Israel in the nineteen
eighties (in ebraico), in Kivunim [Orientamenti], A Journal
for judaism and zionism, [Jérusalem], n° 14, febbraio 1982.
Il testo di Oded Yinon - tradotto dall'ebraico in inglese da
Israel Shahak, da lui intitolato The zionist plan for the
Middle-East, accompagnato da una Prefazione e una
Conclusione dello stesso Shahak - è accessibile on-line in
Alabaster's archive, all'indirizzo:
www.geocities.com/alabasters_archive/zionist_plan.html.
24) Eliane Engeler, World council of churches: Israel
planned to destroy Lebanon, in The Jerusalem Post,
17-8-2006:
http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1154525888240&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull.
Traduzione francese di Marcel Charbonnier, in Tlaxcala,
18-8-2006:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=938&lg=fr.
25) A tale riguardo, sono significative anche le
dichiarazioni del generale Kaplinsky, numero due di Tsahal,
rese a L'Arche, mensile dell'ebraismo francese, nel febbraio
2006. Kaplinsky affermava dunque di essere ben consapevole -
cinque mesi prima del 12 luglio 2006!, giorno dello
scatenarsi dell'aggressione israeliana - del fatto che
l'Hezbollah avrebbe offerto il "pretesto", poiché per
ottenere la liberazione degli ostaggi libanesi detenuti da
Israele, avrebbe effettuato ancora dei tentativi di
catturare soldati israeliani al fine di scambiarli con i
libanesi prigionieri. Ciò «elimina ogni idea di sorpresa
riguardo all'operazione dell'Hezbollah del 12 luglio 2006»
(Béatrice Patrie et Emmanuel Espanol, Qui veut détruire le
Liban?, Actes Sud - Sindbad, Arles, [marzo] 2007, pagine
139-140).
26) Klaus von Raussendorf, articolo citato.
27) Jeffrey Feltman è l'ambasciatore degli Stati
Uniti in Libano.David Welch è il segretario di Stato
aggiunto americano per il Vicino Oriente. È Welch, in
occasione della sua ultima visita in Libano da martedì 15 a
giovedì 17 maggio 2007, ad aver "convocato"
direttamente all'ambasciata americana i deputati sedicenti "maggioritari"
e i membri del sedicente "governo" Siniora - cioè l'«Asse
anti-libanese», o «Asse della tutela
israelo-americana» - per dettare loro le esigenze
usraeliane. Ed è Welch che avrebbe allora «dopato»
(L'Orient - Le Jour, 18-5-2007) tutti questi "lealisti
del nemico" e avrebbe dato il via libera all'aggressione
interna di Fatah al-Islam di domenica 20 maggio 2007
(aggressione che non si è ancora fermata), come preludio ai
round successivi di aggressioni interne ed esterne.
28) David Edwards and Muriel Kane, Hersh: Bush
administration arranged support for militants attacking
Lebanon, in The raw story, 22-5-2007 (con il video
Hersh-CNN):
http://rawstory.com/news/2007/Hersh_Bush_arranged_support_for_militants_0522.html.
Traduzione francese: David Edwards and Muriel Kane,
L'Administration Bush a organisé le soutien aux militants
attaquant le Liban, in Contre Info, 24-5-2007:
http://contreinfo.info/article.php3?id_article=1013&var_recherche=Hersh.
29) Franklin Lamb, Who's behind the fighting in North
Lebanon?, in CounterPunch, 24-5-2007:
http://www.counterpunch.org/lamb05242007.html.
Traduzione francese: Franklin Lamb, Les dessous de la crise
libanaise, in Contre Info, 25-5-2007:
http://contreinfo.info/article.php3?id_article=1024.
30) Nidal, Les Hariri financent "al-Qaëda",
mais c'est pour la bonne cause, in Loubnan ya Loubnan,
giovedì 24-5-2007:
http://tokborni.blogspot.com/2007/05/voir-beyrouth-et-vomir.html.
31) L'Hebdo Magazine, Beyrouth, n° 2571, 16-2-2007,
pagina 11.
32) Franklin Lamb, articolo citato. |