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EMERGENZA
GAZA - Novembre 2007
Nota di Redazione

Ci scusiamo con coloro i quali si
aspetterebbero oggi da questa newsletter
forse più articoli di spiritualità, ma
in questo momento di massima emergenza
per un'intera popolazione, quella
araba-palestinese che vive sotto
occupazione nella Terra Santa di
Palestina, è necessario far sentire il
suo grido di sofferenza ed agonia,
soffocato da quei cialtroni
dell'informazione e della politica che
si pavoneggiano a fare i cicisbei, gli
illuminati e saccenti tuttologhi nei
salotti buoni dell'informazione
(negata). Ciò non esime comunque tutti
dal pregare per tutti.
C'è
chi prevede un'ulteriore escalation
degli attacchi da parte delle milizie
israelite, da soluzione finale, dopo il
summit americano di fine novembre.
Non si può esserne certi, ma i recenti
avvenimenti di ulteriore stretta ai
rifornimenti energetici ed alimentari
non fanno presagire nulla di buono.
L'embargo, l'assedio, ha ormai ridotto
le scorte di medicine e attrezzature
mediche al lumicino.
Gli arresti indiscriminati di tutti gli
oppositori politici alla linea
Bush-Abbas-Olmert continuano incessanti
in tutta la Cisgiordania e le galere
israeliane sono colme di padri e madri
di famiglia, in alcuni casi pure con i
loro figli, colpevoli solo di avere
un'idea diversa della libertà e della
democrazia da quella di coloro che la
vorrebbero imporre a colpi di cannone e
muraglie interminabili. Non è necessario
essere dei miliziani per finire in
prigione, basta dissentire.
Continua quindi la nostra consueta
cronaca degli avvenimenti della Terra
Santa, Palestina, Territori Occupati,
Israele, e Medio Oriente in generale.
Le nostre posizioni sono chiare e, al di
là della fede e dell'aspetto spirituale
che ci muove, motivo per cui tutte le
creature ci sono care, non possiamo non
schierarci che dalla parte dei più
deboli, di coloro che subiscono
ingiustizie immeritate, dalla parte
della popolazione civile autoctona,
dalla parte dei bambini e delle famiglie
espropriati della loro terra, della loro
vita, del loro futuro.
Ci devono perdonare gli amici d'Israele,
e del sionismo che ne è l'anima, per i
quali preghiamo che la misericordia
divina ammorbidisca i cuori e le dure
cervici, ma lo spregiudicato e cinico
spirito coloniale che li guida non fa
parte nel nostro DNA.
Facciamo quel che possiamo e sappiamo,
ma con tutti i nostri limiti cerchiamo
di dare l'immagine più reale e veritiera
degli aspetti di mera cronaca, di
spiritualità, di politica e purtroppo
anche di quella guerra strisciante, mal
comunicata e silenziata, che passa con
il nome di "conflitto
israelo-palestinese".
Termine che oggi più che mai risulta
essere inesatto. Sarebbe infatti più
appropriato parlare di "campagna di
aggressione coloniale israeliana ai
danni dell'etnia arabo-palestinese". La
peggiore e più violenta guerra con fini
coloniali che si possa registrare da
oltre cent'anni a questa parte.
Detto anche recentemente a voce di
rappresentanti delle Nazioni Unite.
Ciò che è ancor più ripugnante è il
fatto che essa venga sostenuta,
foraggiata, difesa, mascherata e
distorta dalle nazioni così dette civili
e democratiche.
Tale vergogna e debito da pagare con la
storia ricadrà inevitabilmente, oltre
che sugli uomini i quali si sono
macchiati direttamente le mani di sangue
innocente, anche su tutti coloro che tra
noi non vogliono muovere neppure un dito
mignolo o una corda vocale per
ostacolare in qualche modo tale progetto
infernale.
Certo risulta difficile comprendere e
racchiudere nel nostro orizzonte
limitato i piani universali del
Creatore, per cui tutto alla fine ha un
senso e uno scopo.
Il darwinismo lo lasciamo ai comici
d'avanspettacolo e agli imbonitori
scientisti di regime.
Perchè grazie a Dio ci sono ancora dei
giusti a questo mondo.
La speranza è perciò sempre l'ultima a
morire e noi siamo certi del fatto che
alla fine le porte degli inferi non
prevarranno.
Dobbiamo avere fede in ciò,
comportandoci "come se tutto dipenda da
noi, ma credendo che tutto si svolge
come Dio lo vuole. Occorre evitare lo
scoraggiamento e la viltà, che porta
tanti a nascondersi, come pure l'eccesso
della temerarietà, che porta pochi a
peggiorare la situazione. La lotta non
deve cessare mai, l'uomo deve cooperare
con Dio, non siamo fatalisti; ma nello
stesso tempo occorre sapere che l'aiuto
principale è nel nome di Dio, il quale
esaudisce chi lo prega e vive
rettamente, senza vendersi nè esaltarsi"
(Curzio Nitoglia, sacerdote cattolico).
Filo D. F.
2 ragazzini palestinesi
del campo Al-Bureij crivellati di
proiettili

10-11-2007 Gaza
Questa mattina, fonti ospedaliere hanno
reso noto che questa notte l'esercito
israeliano ha ucciso 2 minori, dopo aver
invaso il campo profughi di al-Bureij,
nel centro della Striscia di Gaza.
Le due vittime sono i fratelli Jihad, 16
anni, e Ibrahim Nabahin, 17.
Testimoni oculari hanno raccontato che i
due ragazzi stavano giocando vicino a
casa quando i tank israeliani hanno
iniziato a sparare.
I cadaveri dei due ragazzi sono arrivati
all'ospedale Martiri di Al-Aqsa, a Deir
Al-Balah, crivellati di proiettili. Sono
stati poi trasferiti all'ospedale
Ash-Shifa di Gaza per l'autopsia.
Fonte:
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6774
La guerra ai bambini di
Gaza

Saree Makdisi,
Los Angeles Times, 22 Settembre 2007
Una intera generazione di Palestinesi di
Gaza sta venendo su in maniera
distorta: fisicamente e nutrizionalmente
distorta perché non c'è abbastanza da
mangiare; emozionalmente
distorta per la pressione rappresentata
dal vivere in una prigione virtuale
affrontando continuamente la minaccia di
essere distrutti o cacciati via;
intellettualmente e accademicamente
perché non riescono a concentrarsi -- o,
nel caso che ci riescano perché stanno
cercando di studiare in circostanze che
nessun bambino dovrebbe conoscere.
Anche prima che Israele questa settimana
dichiarasse Gaza "territorio ostile" --
evidentemente per preparare il terreno
al taglio delle ultime forniture di
combustibile o elettricità per un
milione e mezzo di uomini, donne e
bambini -- la situazione era terribile.
Come risultato del blocco da parte di
Israele della maggior parte delle
importazioni ed esportazioni, e di altre
politiche rivolte a punire la
popolazione, circa il 70% della forza
lavoro di Gaza non ha un impiego,
secondo le Nazioni Unite, e circa l'80%
dei suoi abitanti vive in condizioni
logoranti. Circa un milione e 200 mila
persone dipendono ora per la loro
sopravvivenza su forniture umanitarie di
cibo da parte delle Nazioni Unite o
altre agenzie internazionali, senza cui,
come dice Kirstie Campbell del World
Food Program, "conoscerebbero l'inedia".
Un numero crescente di famiglie
palestinesi a Gaza non sono in grado di
fornire ai propri bambini che un solo e
povero pasto al giorno, per lo più riso
e lenticchie bollite. Frutta fresca e
verdure sono fuori dalla portata di
molte famiglie. Carne e pollame sono
carissimi. Gaza si affaccia sulle ricche
acque del mediterraneo, ma il pesce è
inesistente nei suoi mercati per le
limitazioni poste dalla marina
israeliana ai movimenti dei pescatori.
I genitori di Los Angeles che
nelle ultime settimane si sono affannati
dietro agli acquisti scolastici
dovrebbero rivolgere qualche minuto di
riflessione alle loro controparti nella
Striscia di Gaza. Come risultato
dell'assedio, a Gaza non mancano solo le
stoffe per fare abiti e altri beni
essenziali, ma anche la carta,
l'inchiostro ed altre cose necessarie a
scuola. Un terzo dei bambini di Gaza ha
iniziato l'anno scolastico senza i
necessari libri di testo. John Ging, il
direttore per Gaza dell'UNRWA (l'agenzia
ONU per i rifugiati palestinesi), le cui
scuole si prendono cura di 200.000
bambini a Gaza, ha avvertito che i
bambini arrivano a scuola "affamati e
incapaci di concentrarsi".
Israele sostiene che le sue politiche a
Gaza hanno lo scopo di esercitare
pressione sulla popolazione
palestinese perché questa faccia a sua
volta pressione su quelli che lanciano
razzi artigianali da Gaza sulla città
israeliana di Sderot. Questi attacchi
con razzi sono sbagliati. Ma è anche
sbagliato punire una intera popolazione
per le azioni di pochi -- azioni che gli
studenti di Gaza e i loro genitori sotto
assedio non sono in grado di fermare.
Si tratta di una violazione del diritto
internazionale per punire
collettivamente più di un milione di
persone per qualcosa che non hanno
fatto. Secondo la Convenzione di
Ginevra, di cui è un paese firmatario,
Israele ha l'obbligo di assicurare il
benessere delle persone su cui ha scelto
di imporre un'occupazione militare da
più di quarant'anni.
Invece ha calpestato la legge. Ha
ignorato le ripetute richieste del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite. Ha reagito sprezzantemente alla
decisione della Corte Internazionale di
Giustizia dell'Aya. Ciò che John Dugard,
osservatore speciale per i diritti umani
delle Nazioni Unite nei territori
occupati, definisce "l'accortamente
orchestrato" strangolamento di Gaza --
agli occhi di un mondo indifferente -- è
esplicitamente parte di questa
strategia. "L'idea", dice Dov Weisglass,
un consigliere del governo israeliano,
"è mettere i Palestinesi a dieta, ma non
farli morire di fame".
Da:
http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=14883&CategoryId=5
Saree Makdisi è
un professore di letteratura inglese
alla UCLA ed è l'autore di "Palestine
Inside Out: An Everyday Occupation," in
prossima uscita presso Norton.
Tradotto dall'inglese da Gianluca
Bifolchi, un membro di Tlaxcala
(www.tlaxcala.es), la rete di traduttori
per la diversità linguistica. Questa
traduzione è in Copyleft per ogni uso
non-commerciale : è liberamente
riproducibile, a condizione di
rispettarne l'integrità e di menzionarne
l'autore e la fonte.
La commissione popolare
in visita all’ospedale Ash-Shifa per
affrontare l’assedio:
riusciranno i
malati di Gaza a farsi curare fuori
dalla città prima di morire?
Gaza - 10-11-2007
All’ospedale ash-Shifa le penne e le
camere dei giornalisti hanno assistito
alla sofferenza dei malati di Gaza ed ai
lamenti di Laila Elewah, ricoverata in
una camera dell’ospedale:
lamenti che fendono le mura della sua
stanza: “Abbiate pietà di noi ...
abbiate pietà dei malati ... da più di
tre mesi non riesco a dormire né a
mangiare, vivo soltanto con la flebo ..
che colpa abbiamo perché non possiamo
andare a prendere le nostre cure? Noi
siamo malati, non portiamo armi o
altro... non chiediamo tanto, vogliamo
solo medicine ... vogliamo solo
medicine”.
Elewah si è sforzata molto per
nascondere il suo dolore ma le lacrime
hanno preceduto il suo sforzo: “Abbiate
pietà, mi fa male tutto il corpo e non
trovo la cura... oh musulmani, dove
siete? Le persone che stanno in alto e
decidono del nostro dolore dovrebbero
rompere l’assedio, che colpa hanno i
malati? Cosa hanno fatto per essere
puniti con il fuoco dell’assedio?
Aiutate il povero popolo palestinese...
non abbiamo nemmeno i soldi per comprare
le medicine, i miei parenti non possono
venire a trovarmi, non hanno i soldi per
il viaggio... Dio è il più grande... Dio
è il più grande... abbiate pietà di noi
… mangiamo solo ‘Zatar’, timo e sale…
vogliamo solo essere curati e guarire”.
Vogliamo medicine
Anche Ni‘mah Ramadan non chiede molto,
solo cure per il cuore, il diabete e la
pressione. La mancanza di tutte queste
medicine per lei significa molto, poiché
rischia di perdere la vita.
Sul suo viso sono chiari i segni della
stanchezza e del dolore, mentre dice:
“Spesso non trovo le medicine, ottenerle
per me è molto difficile, e, se si
trovano in qualche farmacia, il prezzo
non mi permette di acquistarle; così mi
accontento di vederle, perché il mio
portafoglio mi bisbiglia che i soldi che
contiene non bastano nemmeno per
comprarne la metà”.
Non è molto diversa la situazione della
piccola Diana Abu Amro: l’embargo, la
chiusura dei passaggi e la mancanza di
medicine, di cui ha bisogno ogni giorno,
non le permettono di vivere come gli
altri bambini del mondo, costringendola
a preoccuparsi quotidianamente della sua
sopravvivenza.
Si legge sul suo piccolo volto la
speranza che possa guarire
definitivamente dal diabete, e mettere
fine al suo soffrire giornaliero,
specialmente quando non trova le
medicine, oppure quando sua madre, dopo
aver faticato a trovarle, non ha
abbastanza soldi per comprargliele.
La stessa madre di Diana, molto stanca e
preoccupata, ha detto: “Dovrei misurare
il diabete a mia figlia 7 volte al
giorno, perciò dovrei comprare le
strisce per testare l’urina, che però
sono molto care visto che costano 120
Shekel, un prezzo che non posso
permettermi”.
No all’assedio
A questo proposito, l’ing. On. Jamal
al-Khudari, capo della Commissione
Popolare per Affrontare l’Assedio, Rami
Abdo, portavoce della Commissione, e
molti altri intellettuali, che hanno
voluto portare la sofferenza del loro
popolo alla loro Commissione (che
sostiene lo slogan “No all’assedio di
Gaza”), si sono recati lunedì in visita
ai malati dell’ospedale.
Il deputato al-Khudari ha affermato che
finché il malato palestinese soffrirà
non potrà esistere nessuna sicurezza o
pace nella zona: “La gente di Gaza vive
in uno stato di lenta agonia”. Ha poi
chiesto al mondo di non restare più
sordo alle sofferenze del popolo
palestinese in generarle e degli
abitanti di Gaza in particolare, e ha
precisato che ottenere delle medicine e
poter spostarsi in un altro luogo per
procurarsele è il minimo dei diritti
umani.
Al-Khudari ha visitato il reparto di
terapia intensiva dell’ospedale
ash-Shifa, il reparto che mostra più di
ogni altro il dolore dei malati la cui
esistenza oscilla tra la vita e la
morte, dove mancano le medicine e dal
quale non è possibile partire per
curarsi all’estero a causa della
chiusura dei passaggi, oppure della
difficoltà di ottenere il permesso per
curarsi nei territori occupati.
Lo stesso al-Khudari si è domandato:
“Cos’hanno fatto questi malati per
essere assediati e non poter ricevere le
cure?”, e ha rivolto un appello a
"chiunque sia dotato di buon senso
perché si accorga della sofferenza di
queste persone che non hanno alcuna
colpa per essere privati della cura”.
In un angolo del reparto di cure
intensive giace Ahmad al-Madhun, un
bambino il cui corpo non ha la forza per
muoversi, ma le medicine di cui ha
bisogno si trovano solo negli ospedali
dei territori occupati, e la sua salute
continua a peggiorare ogni giorno. Il
suo caso ha lasciato tutti senza parole,
perché non ce ne sono che possano
descrivere ciò che appare, e che non può
che commuovere, non solo per la
situazione del bambino ma per il
silenzio che lo ucciderà.
Il capo della Commissione popolare per
Affrontare l’Assedio ha confermato che
la stessa commissione intende in primo
luogo difendere l’interesse della fascia
debole nella Striscia di Gaza
senz’alcuna disputa tra diverse fazioni
politiche. Ha quindi sollecitato tutti i
settori della società palestinese e le
sue forze influenti a collaborare per
formare un grande fronte palestinese
unito e per opporsi a questo assedio che
intende indebolire la fermezza del
popolo palestinese.
Muoiono sotto i nostri occhi
Da parte sua, il dott. Hasan Khalaf,
direttore dell’Ospedale ash-Shifa, ha
ricordato che tutto il personale fa il
possibile con i mezzi a disposizione,
“ma quando arriviamo al punto che non
possiamo offrire i nostri servizi per la
mancanza di medicine e la chiusura degli
accessi alla città, siamo costretti ad
ammettere che i nostri pazienti
moriranno sotto i nostri occhi”. Ed
ha confermato la mancanza di più di 35
tipi di medicine dai magazzini
dell’ospedale, aggiungendo che in molti
casi ci sarebbe bisogno di cure
all’estero, ma le forze dell’occupazione
vietano loro di partire, giustificando
il divieto con diversi pretesti.
Khalaf ha aggiunto: “C’è una chiara
violazione dei diritti del malato, molte
medicine non sono disponibili in
quantità sufficiente e questo influisce
pesantemente sulla salute dei malati”.
Il piccolo Ahmad ha bisogno di essere
trasferito urgentemente fuori dalla
Striscia di Gaza per essere curato, ma
la domanda che si pongono dentro di sé i
genitori e gli altri malati è una sola:
cosa capiterà più in fretta, che il
bambino riesca a ricevere delle cure
fuori da Gaza oppure che l’attesa
diventi troppo lunga?
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6769
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Morire per mancanza di cure a causa
dell'embargo
Gaza
Fonti mediche palestinesi hanno
comunicato il decesso di Bassam
Hamdi Younes Hararah, 36 anni.
L'uomo aveva lottato per diversi
mesi contro la malattia, ma a causa
del duro assedio israeliano non
aveva potuto recarsi all’estero per
sottoporsi a un’operazione
chirurgica.
Hararah, residente a Gaza, da
quattro mesi aveva problemi ai reni
ed era stato curato presso
l’ospedale ash-Shifa. Negli ultimi
tempi la sua situazione era
peggiorata, e per avere possibilità
di sopravvivere, avrebbe dovuto
recarsi all’estero per le cure.
Samir Hararah, uno dei familiari, ha
raccontato che erano riusciti ad
ottenere l'autorizzazione per il suo
trasferimento all’estero, ma a causa
dell’assedio e della chiusura dei
passaggi non sono riusciti a
partire. E ha aggiunto che Bassam,
negli ultimi tempi, soffriva molto
perché i reni funzionavano solo per
il 17%: due giorni fa, il dolore è
aumentato ed è stato trasportato in
ospedale, dove è deceduto.
Hararah ha invitato a muoversi
rapidamente per rompere
l’assedio prima della morte di altre
decine di cittadini malati: "Bassam
non era l’unico malato grave, altri
stanno aspettando la morte come
lui”.
Hararah si è rivolto ai paesi arabi
ed islamici e alle organizzazioni
umanitarie affinché si attivino per
riaprire il valico di Rafah, che
collega la Striscia di Gaza
all'Egitto.
Da mesi, la Striscia è chiusa e
assediata, come un grande campo di
concentramento, dove la popolazione
è privata di tutto - dal cibo
all'acqua, dall'energia elettrica e
al combustibile e alle cure mediche
- e dove ogni giorno l'aviazione,
l'artiglieria e la marina israeliana
sparano all'impazzata. Gli ospedali
non hanno più scorte di medicinali e
di anestetici, e i macchinari che si
rompono non possono essere
aggiustati a causa della mancanza di
pezzi di ricambio.
Hararah ha sottolineato che il mondo
sta guardando la Striscia "morire
lentamente". |
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6732
I bambini di Gaza
chiedono la fine dell'assedio

02-11-2007 Gaza

Ieri
sera, il Comitato Popolare contro le
Sanzioni ha organizzato una
manifestazione di bimbi di Gaza che
hanno sfilato per le strade manifestando
contro l'assedio e la chiusura dei
valichi.
I bambini, avvolti nella kafiya,
reggevano cartelli che chiedevano la
fine dell'assedio imposto da Israele,
dagli Usa e dalla comunità
internazionale dopo la vittoria di Hamas
il 25 gennaio dell'anno scorso.
I piccoli si sono rivolti poi alla
comunità internazionale affinché si
impegni a garantire loro pace e libertà.
Il feroce assedio e boicottaggio imposto
alla Striscia di Gaza ha provocato una
grave crisi umanitaria: l'assistenza
sanitaria è a pezzi, i malati muoiono
perché non possono ricevere le cure
necessarie, i bambini sono nutriti in
modo carente e insufficiente, gli
studenti non possono recarsi
all'università, 3500 tra aziende e
laboratori sono falliti per mancanza di
materie prime e per l'impossibilità di
esportare i prodotti.
Tutto ciò, perché il popolo palestinese,
un anno e mezzo fa, ha liberamente e
democraticamente votato ed eletto il
movimento di Hamas, inserito nella black
list israelo-americana.
Se questa è Civiltà...
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6693 |