HOME PAGE  (italiano)

HOME  PAGE  (english)


NEWSLETTER ARCHIVIO

Issued Newsletters


 Diario di un Pellegrino

A Pilgrim's Diary



 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 

Ç

CLICCA  QUI

Vuoi ricevere la nostra

Newsletter con articoli,

commenti,  avvenimenti,

aggiornamenti,

appuntamenti

riguardanti la Terra

Santa ed il Medio

Oriente?

Iscriviti alla nostra

Newsletter "Notizie

dalla Terra Santa",

semplicemente

CLICCA  QUI

È

 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 

 

Notizie dalla Terra Santa

 

Anno II, Comunicato di

 

BOCCHE SCUCITE n. 39 - 1 SETTEMBRE 2007

 

 


 

voci dalla Palestina occupata

 

BoccheScucite

 

 

quindicinale di controinformazione

numero 39 - 1 settembre 2007

 

  

 SAPPIATELO!

 Le agenzie di stampa hanno perso un'altra occasione e non hanno battuto una notizia assai più rilevante degli scandalizzati giudizi dei nostri politici sulle sagge aperture di Prodi al dialogo con Hamas (leggi Moni Ovadia in HANNO DETTO). Ma dello 'scoop' se n'è accorta la città-fantasma di Hebron, che il 16 agosto ha visto una cinquantina di italiani infilarsi tra le case occupate dai coloni israeliani, riempire le moleskine di osservazioni e perfino contestare un gruppo di arroganti soldati entrati in moschea con le armi e con gli scarponi ai piedi. Non poteva passare inosservata questa lunga fila di “peace-builders” nonviolenti, 'armati' di macchine fotografiche e taccuini, per monitorare le pesantissime conseguenze umanitarie del sistema di occupazione. Certo non si potevano confondere con gli innocui e distratti turisti religiosi dei classici pellegrinaggi in Terra Santa! Ecco allora la notizia: cinquanta operatori di pace, attraverso le by-pass road o le strade secondarie, da Jenin a Hebron, hanno  superato i check-point dell'esercito e il muro dell'apartheid, per raggiungere centinaia di esseri umani nei villaggi dimenticati della West Bank, per raccogliere il grido disperato di un intero popolo sull'orlo del disastro umanitario. Ma la vera notizia è che ognuno di loro -potete esserne certi!- non tacerà.

 

Sappiatelo: non taceremo e non indietreggeremo di un passo nella denuncia di ciò che abbiamo visto e ascoltato dal nord al sud di una terra violata fin dal 1948. Mostreremo e racconteremo della “pulizia etnica di centinaia di villaggi” (leggi l'intervista esclusiva allo storico israeliano Ilan Pappe in A VOCE ) attraverso il ricordo allucinante del  Vescovo Chacour e l'allegria dei figli degli abitanti di Bar'am che da 42 anni organizzano un campo tra le case distrutte per non dimenticare la Nakba delle loro famiglie.(vedi la recensione di Blood Brothers in ABBIAMO LETTO).

 

Sappiatelo: siamo talmente disgustati dal quotidiano nascondimento della tragedia palestinese, che picconeremo, fino a demolirlo, il muro di falsità che avvolge crimini così pesanti. Non riusciranno a metterci il silenziatore, perchè abbiamo imparato il coraggio della denuncia da S., che a Qalqylia non ha obbedito all'altolà del soldato dalla torretta lungo il muro, insegnandoci un criterio-guida: “E noi non ci fermiamo!”

 

Sappiatelo: abbiamo voluto metterci in ascolto della società israeliana raggiungendo Sderot, concentrato della sofferenza di un popolo che continua ad essere ingannato e impoverito dai suoi governanti. Abbiamo compreso l'ansia di chi si sente minacciato dai razzi kassam e diventa -pur con una enorme sproporzione asimmetrica tra la forza occupante e quella del popolo occupato- rappresentazione viva della 'politica globale della paura': in Italia come in Palestina, in Israele come negli Usa, ad opera delle destre di ogni colore, la paura si è impossessata della gente. Ed essendo la questione sociale strettamente legata alla pace, la disastrosa situazione sociale israeliana è la cifra di quanto sia ancora distante una reale volontà di riprendere il processo di pace.  

 

A pochi metri dalla più infernale prigione del mondo -Gaza- abbiamo immaginato come possano sopravvivere milioni di palestinesi in gabbia e fotografato la mongolfiera con cui l'esercito controlla ogni angolo della Striscia...

 A pochi chilometri da lì, poi, abbiamo scoperto la città beduina di Rahat con la tristissima realtà dei 'villaggi non riconosciuti' da Israele.

 

Sappiatelo: non trascureremo di denunciare, insieme alla più intelligente e aperta società civile israeliana, questo piano di 'transfer' di migliaia di beduini del Negev, obbligati ad abbandonare i loro villaggi e le loro tradizioni per ammassarsi in nuovissime città dove si mette in pratica il principio: 'più arabi possibile in meno terra possibile'.

 

Questa silenziosa seminagione di giustizia, che si serve della passione e dell'impegno di tante e tanti pacifisti italiani, è la vera notizia per la pagina 'esteri' dei nostri media, appiattiti sul “dovere di sostenere Abu Mazen con armi e denaro”, cioè facendoci credere che la pace consista nel mettere palestinesi contro palestinesi, con “aiuti concreti” di armi a Fatah e ad Israele (30 miliardi di dollari dagli Usa!).

 

Sappiatelo: mentre l'occupazione militare più lunga della storia moderna sembra esser riuscita ad addomesticare i media, tante  mail partite dai computer di quel piccolo gruppo di italiani, e racconti, serate e articoli stanno moltiplicando denunce e appelli alla mobilitazione...

 

Era sotto i nostri occhi lo stillicidio della colonizzazione che ha modificato irreparabilmente questa terra, i suoi villaggi e le sue case. Ma...

sappiatelo: giovani e adulti di una ventina di città italiane sono stati accolti nelle abitazioni palestinesi minacciate dall'espansione 'naturale' degli insediamenti e questo numero aumenterà, nonostante tutti gli ostacoli, presidiando una resistenza popolare nonviolenta che -come dicono le nostre amiche di Ramallah- sta diventando “resilience”, cioè presa di coscienza realistica dell'apartheid in atto, lotta priva di rassegnazione per obiettivi sempre più significativi.  Perché tutti i nostri amici ci hanno fatto comprendere che anche se sono costretti a piegarsi, non si lasceranno spezzare.

  

Sappiatelo: se questo dramma infinito si consuma da sessant'anni tutti i giorni, ogni venerdi, con ostinazione, si raccolgono israeliani, palestinesi e internazionali, in quattro luoghi diversi della Cisgiordania, per protestate con manifestazioni nonviolente: a Bil'in, dove ormai regolarmente si fa sentire la pesante repressione dell'esercito; lungo al muro di Betlemme in preghiera con le suore e i cristiani di diverse confessioni; davanti alla casa del Primo Ministro con i pacifisti israeliani di Bet'selem; oppure in un villaggio sfigurato dal muro, facendo volare sopra i soldati gli aquiloni dei ragazzini.(anche tu puoi protestare contro il muro: vedi in APPELLI)

 

Sappiatelo: nessuno può sfuggire alla corresponsabilità in questa devastazione annunciata. Non si tireranno indietro altri volontari che stanno già preparando lo zaino per la Palestina. Quelli di Pax Christi, intanto, l'hanno scritto sul muro: “Siamo tutti responsabili!” E la nostra denuncia allo Stato d'Israele non dimenticherà le pesantissime responsabilità dell'Europa e del nostro Paese.

         

 

C'è una possibilità. concreta.

(e se anche avesse lo spessore di un sogno -sappiatelo- è di quelli diurni, che li vedi realizzarsi piano piano...): Se la cinquantina di donne e uomini di quest'estate assicura che certo non tacerà, i 50 potranno diventare 500 e poi 5000, tutti con la stessa destinazione: la terra violata di Palestina.

Per ora stanno mettendo in subbuglio le loro città di provenienza, da Torino a Molfetta, da Firenze a Verona. E poi Roma e Milano, Venezia e Aosta...

Pensatela come volete, ma quest' abbondante seminagione, mentre il mondo discute di pace in medio oriente... è già stata realizzata.

E il grano della giustizia, che resiste da sessant'anni e cresce ostinatamente nella dura terra di Palestina, diventerà pane per un popolo affamato solo di pace.

Sappiatelo.

Nandino, 1 settembre 2007

nandyno@libero.it


intervista esclusiva per BoccheScucite

allo storico israeliano ILAN PAPPE

 

Uno

 dei più celebri tra i 'nuovi storici', già professore all'Università di Haifa, ha recentemente sconvolto il mondo intellettuale israeliano con la sua decisione di abbandonare lo stato ebraico per trasferirsi in Gran Bretagna. «Trattato come un appestato, era diventato impossibile lavorare per chi come me è contrario al sionismo».

Rompere gli schemi, sfidare il pensiero dominante, raccontare un'altra verità, più scomoda e compromettente di quella ufficiale. È questo che nella sua lunga attività accademica ha fatto lo storico ebreo israeliano Ilan Pappe, superando ostilità e diffamazioni. Il suo percorso tuttavia si sta complicando, la sua strada è piena, oggi più di prima, di insidie di ogni genere. Così è giunta la decisione temuta dai suoi lettori ed estimatori in giro per il mondo. «Sono continuamente preso di mira», dice Pappe con tono di profonda amarezza. Poi, accennando un sorriso, aggiunge «Ma dall'estero continuerò la mia battaglia affinché il conflitto israelo-palestinese venga riportato nel suo vero contesto storico, lontano dal mito e dalle false verità che lo hanno segnato in tutti questi decenni». Docente presso il Dipartimento di scienze politiche e rappresentante dell'Istituto Emil Touma per gli studi palestinesi, Ilan Pappe ha scritto numerosi libri e collabora con riviste locali e internazionali. Tra i suoi saggi sono da segnalare «The Making of the Arab-Israeli Conflict» (London and New York 1992), «The Israel/Palestine Question» (London and New York 1999), «La storia della Palestina moderna» (Einaudi 2004), «The Modern Middle East» (London and New York 2005) e l' ultimo, «The Ethnic Cleansing of Palestine» (2006).

 

Nandino Capovilla, referente nazionale per Pax Christi della Campagna Ponti e non muri, lo ha incontrato a Ramallah alla presentazione del suo ultimo libro «La pulizia etnica della Palestina» che ci auguriamo esca presto in Italia per le edizioni Einaudi. Per capire la forza dirompente degli studi di Pappe, che utilizzano nuove fonti israeliane e che gli fanno concludere che «la guerra del '48 non ebbe come risultato l'espulsione dei palestinesi ma come obiettivo stesso la loro pulizia etnica», annotiamo il semplice fatto di cronaca che la sede della conferenza è stata tenuta segreta fino all'ultimo minuto...

 

BOCCHESCUCITE:  Pensa che la soluzione ‘due popoli, due stati’ sia ancora possibile? Se lo è, pensa che sia una soluzione democratica?

 

ILAN PAPPE: No, penso che questa soluzione sia irrealistica e moralmente  sbagliata. L'unico modo per applicare dei veri principi democratici alla questione della Palestina è quello di istituire uno stato democratico e laico. 

 

BOCCHESCUCITE: Cosa pensa l’Israeliano medio della situazione attuale? Che reazione avrebbe leggendo il suo ultimo libro? 

 

ILAN PAPPE: L'israeliano medio è confuso per quanto riguarda il futuro e non ha una prospettiva su come uscire della crisi attuale.

La situazione economica è buona, mentre sicurezza personale è minacciata e la paura  di una guerra catastrofica è sempre presente. Una delle cose su cui l'israeliano medio è d'accordo è l'atteggiamento dell'élite politica israeliana nei confronti dei Palestinesi: l'occupazione nei territori palestinesi deve continuare, come deve continuare la discriminazione contro i palestinesi dentro Israele.

 

La maggior parte degli ebrei israeliani potrebbe in un primo momento negare quello che scrivo;  poi potrebbe giustificarlo… E forse alcuni, dopo un po',  si sentirebbero in imbarazzo e cambierebbero i loro punti di vista. Tutto sommato è per questo che i media israeliani stanno provando a ignorare il mio libro.

 

BOCCHESCUCITE: Cosa dovrebbe fare l’Europa per cambiare la situazione?

 

ILAN PAPPE: Dovrebbe fare due cose: primo, allontanare la sua politica da quella degli Stati Uniti, se possibile. Secondo, i politici devono ascoltare i loro elettori che chiedono una forte pressione, anche sanzioni, su Israele per cessare l'occupazione e permettere una vita normale e democratica per i palestinesi. 

 

Ramallah, 4 agosto 2007 

(si ringrazia Farah per i contatti e la traduzione).

 

QUESTA INTERVISTA sarà pubblicata in MOSAICO DI PACE, rivista promossa da Pax Christi.  www.mosaicodipace.it

 


 

Il dialogo e il nemico

di Moni Ovadia, 18 Agosto 2007

 

Il

 Levitico, uno dei libri del Pentateuco, contiene molti versetti memorabili, fra questi ve ne è uno che recita più o meno così: «Se trovi l’asino del tuo nemico smarrito, prendilo per la cavezza e riportaglielo». Strana indicazione quella del biblista. Perché mai dovrei darmi la pena di riportare al mio nemico il suo asino risolvendogli un problema, se i sentimenti che mi animano nei suoi confronti mi portano a distruggerlo o, nel migliore dei casi, a ridurlo all’impotenza? Che cosa dunque vuole indurci a considerare il biblista con questo suggerimento apparentemente contraddittorio? A mio vuole invitarci a non dimenticare mai che il nostro nemico, chiunque egli sia, non cessa di rimanere titolare della condizione universale di essere umano. L’altro memorabile precetto del Levitico, il 18,19 «Amerai il prossimo tuo come te stesso», acutamente non indica quali siano le caratteristiche, né i comportamenti, né i tratti caratteriali del prossimo che siamo tenuti ad amare. Il versetto sottace altresì l’etnia, la religione o il colore della pelle di quel prossimo che abbiamo di fronte. Ora, la Toràh non sceglie mai di specificare o di sottacere a caso. Lo fa per sollecitare la responsabilità dell’uomo a stabilire priorità, ad assumersi il peso di un’interpretazione. Ritengo che i due versetti del Levitico mirino ad affermare un umanesimo radicale che non accetta a nessun titolo, la disumanizzazione dell’essere umano. Di nessun essere umano. Per questa ragione e molteplici altre, noi siamo tenuti a considerare ogni essere umano come un partner. Quel partner può essere ideale o scabroso, disponibile od ostile ma deve rimanere un partner con il quale non possiamo rifiutarci di cercare il dialogo. Se quel partner è il nemico, dobbiamo in ogni modo sforzarci di cercare una chiave per dialogare con lui appena sia possibile per fare la pace che è l’unica condizione in cui i due precetti del Levitico si possono avverare.

E la pace si fa con il nemico!!!

Veniamo ora alla fattispecie concreta di questi giorni. Il nostro Presidente del Consiglio Romano Prodi, ha invitato a non escludere totalmente la possibilità di aprire il dialogo anche con Hamas in un’eventuale riapertura delle trattative fra israeliani e palestinesi per una pace definitiva e duratura sulla base del contesto “due popoli, due stati”. Questa opinione è stata espressa anche da Yossi Beilin, esponente politico della sinistra israeliana ed ex negoziatore degli accordi di Oslo in un’intervista al nostro giornale. In quell’intervista Beilin ricordava che sull’apertura di un possibile dialogo con Hamas, si è espresso anche l’ex capo del Mossad (il servizio segreto israeliano). Quest’opinione, che personalmente condivido, è solo un’opinione, può essere accettata o respinta, ma è una degnissima opinione che merita di essere vagliata con attenzione e pacatezza, non un’adesione incondizionata alle idee e alla prassi di quella formazione islamista. Cosa accade invece nel nostro Paese dove la vera discussione è stata bandita a favore dell’insulto, dell’aggressione e dello sproloquio? Accade che sussiegosi esponenti del nostro centro destra quali l’onorevole Casini, ma in particolare l’onorevole Ronchi di An, specialista in faccine indignate o disgustate, si presentano in televisione con espressione compunta e addolorata e quasi accusano l’on.Prodi e il ministro degli Esteri D’Alema di voler distruggere Israele. Questi addolorati professionali sono poi gli stessi che hanno trascinato l’Italia nell’ignobile avventura irachena avallando le criminose e spudorate menzogne di Bush. Costoro inoltre si credono i veri amici di Israele solo perché sono proni alla politica del governo Olmert in ogni suo aspetto. E se invece, alla fine, i veri amici di Israele si rivelassero i critici onesti e leali dell’occupazione e degli omicidi “mirati”, i sostenitori di quella pace di Ginevra firmata dalle opposizioni palestinese e israeliana e tanto insultata e sbeffeggiata dai teorici dell’uso delle armi?

E se avessero ragione i sostenitori del dialogo a oltranza, anche con Hamas, non per avallarne le opzioni terroriste, ma al contrario per farne emergere le componenti politico sociali che hanno guadagnato ad essa il consenso maggioritario dell’elettorato palestinese in una delle elezioni più democratiche che si ricordino in tutto il secondo dopoguerra? Dopo tanto inutile - sì inutile! - spargimento di sangue prodotto dalla logica ipersicuritaria e dal terrorismo, non si potrebbe almeno riprendere in considerazione la via del dialogo con tutti, invece di indossare le faccine del dolore e dell’indignazione che sui volti consumati dall’ipocrisia di certi politici italiani e non, fanno la mostra di un nasino all’insù sulla faccia lignea di Pinocchio?


Pena di morte...

Bene fanno i radicali e la loro benemerita associazione Nessuno tocchi Caino a battersi contro la pena di morte nel mondo. (salvo premiare un nuovo Hitler africano!). Ma c’è modo e modo di eseguire una condanna a morte. Israele non compare tra i paesi sotto accusa per le esecuzioni capitali; eppure quasi quotidianamente pratica la pena di morte uccidendo palestinesi dei Territori (illegalmente) occupati, attraverso i cosiddetti “omicidi mirati”  (e quando la mira non è esatta, fa lo stesso): nel solo mese di agosto ha ucciso più di venti palestinesi tra cui 4 bambini:  dal settembre del 2000 al 22 agosto 2007, 4665 palestinesi sono stati uccisi, a fronte di 1.050 israeliani uccisi dai palestinesi ( vedi Internazionale del 24 agosto 2007, p.14). Nel solo 2006,  70 donne palestinesi hanno perso il loro bambino ai checkpoint israeliani nei Territori occupati perché i soldati israeliani non le hanno lasciate passare per andare a partorire negli ospedali. Contro queste pene di morte i radicali tacciono. Legittima difesa, esigenze supreme della sicurezza di Israele! Appunto la motivazione che tutti gli stati adducono per praticare la pena di morte.

“Nessuno tocchi Caino”, ma nessuno tocchi Israele.

Luigi Fioravanti 


Solo restituendo la dignità ai palestinesi

sarà possibile la riconciliazione

Blood brothers-Una testimonianza di pace in Medio Oriente,
 ELIAS CHACOUR, 2006, Rubbettino Editore


Credo che sia stato un dono incommensurabile per me leggere questo libro e leggerlo dopo aver  incontrato a Ibillin, un villaggio dell'alta Galilea, il suo autore. Egli stesso ha accolto un piccolo gruppo di "pellegrini di giustizia" di Pax Christi con queste parole: "Se siete venuti per solidarizzare con noi palestinesi contro il popolo ebraico, potete tornare. Non abbiamo bisogno di ulteriori divisioni. Coloro che abitano questa terra sono fratelli di sangue. cristiani, ebrei, musulmani, drusi ma fratelli di sangue".
Oggi nel piccolo villaggio di Ibillin ci sono scuole di ogni ordine e grado e la prima Università cristiana araba , sono frequentate da studenti provenienti dai tanti villaggi della regione e, come i loro docenti, appartengono a tutte le confessioni religiose presenti in Israele.
 La vita di Elias Chacour e della sua famiglia, improvvisamente sconvolta dall'occupazione sionista, è tutt'uno con la storia nell'ultimo secolo della Palestina e dei suoi abitanti. Ed è una storia che fa verità senza dividere né contrapporre e costituisce il je accuse di fronte ad ogni facile generalizzazione riguardante il popolo palestinese.
L'Arcivescovo melchita dedica il suo libro alla memoria del padre "che non conobbe altro linguaggio che quello della pazienza, del perdono e dell'amore", "ai miei fratelli e sorelle ebrei, morti a Dachau, e ai miei fratelli e sorelle palestinesi, martiri nei campi di Tell Zaatar, Sabra e Chatila a Beirut".
Aveva imparato ad accogliere Gesù come amico nella sua vita fin da ragazzo e l'incontro con l'Uomo della Pace non poteva non porre interrogativi sempre più pressanti nel giovane che si preparava al sacerdozio: ebrei e palestinesi sarebbero ancora tornati a vivere pacificamente nella stessa terra? Com'era potuto accadere che il ritorno del popolo ebraico dalla persecuzione nazista potesse trasformarsi in una forza di distruzione e di oppressione per i palestinesi?
Nel rito della sua ordinazione sacerdotale a Nazaret le parole del Vescovo "E' degno." riecheggiano nel suo cuore: la parola "dignità" riferita al suo popolo lo ossessiona !
Cerca nel silenzio e nella Scrittura il senso della sua vocazione sacerdotale e sul Monte delle Beatitudini trova la risposta: "Se il mio destino era portare il messaggio di Dio al mio popolo, avrei dovuto sollevare, seguendo l'esempio di Gesù, gli uomini e le donne oppressi e avviliti: solo ritrovando la loro dignità umana infranta, questi potevano cominciare a riconciliarsi con gli Israeliti nei quali vedevano dei nemici. Capii subito che questa esigenza era prioritaria, doveva avere la precedenza su qualsiasi rivendicazione territoriale e su qualsiasi diritto di proprietà.la mia prima vocazione consisteva nell'essere un operatore di pace".
Sarà una vocazione difficile la sua, a cominciare dalla stessa comunità cristiana affidata alle sue cure pastorali, Ibillim appunto.
 ".E' un villaggio piuttosto piccolo. Modesto. Forse un po' povero. La situazione non è facile. Abbiamo pensato che potresti fare la prova di un mese." gli dice il Vescovo.
Una chiesa in rovina da ricostruire, non con sassi e calcina, ma con pietre vive.
Poi l'animazione culturale nei villaggi vicini.
Il 13 agosto 1972 la marcia a Gerusalemme con la partecipazione di ebrei, musulmani, drusi, fino alla Knesset : tanta folla ma la richiesta del vescovo mons. Raja di incontrare Golda Meir per discutere della riconciliazione tra Israele e il popolo palestinese va disattesa.
Successivamente l' impegno di operatore di pace porta Abuna Elias frequentemente in Europa.
Attualmente continua a svolgere la sua missione di riconciliazione nell'atmosfera così problematica di Israele.

(Anna Maria Di Leo)


Il nuovo tabù si chiama dialogo

di Luigi Bonanate

 

(…) Non è facile dialogare con il nemico, ma è più necessario che dialogare con l’amico. O meglio: vorremmo far crescere un dialogo che non avesse bisogno della spinta dei nemici e ci vedesse tutti amici. Ma sappiamo bene che le cose non vanno mai così. Due grandi concezioni del mondo hanno storicamente, nei millenni, proposto due diverse teorie politiche: il realismo e l’idealismo (politico, non filosofico). Il primo, per esperienza convinto che il male domini la storia del mondo, pensa che il modo migliore per trasformare un nemico in amico sia eliminarlo. Il secondo ingenuamente ma coraggiosamente riprova, ogni volta, a innalzare la bandiera del dialogo e della ricerca di basi comuni da cui far scaturire delle possibilità di colloquio. Questo la storia ci ricorda; ma il secondo mantiene pur sempre in sé quella virtù meravigliosa che è la speranza nella comprensione reciproca. Non cerco di convincer nessuno: ma a che cosa ha portato la rigidità (che molti di noi, molte volte, per mille motivi, hanno appoggiato) di Israele nei confronti dei disordinati, disorganici, e contraddittori tentativi palestinesi (nelle sue diverse fasi e nelle sue successive anime) di trovare una soluzione al suo problema? Piaccia o no ammetterlo, tutti (dico proprio: tutti) sappiamo che la questione israelo-palestinese si scioglierà il giorno che Fatah e Hamas riconosceranno Israele, e Israele accetterà il diritto palestinese a una patria con un territorio piccolo purché compatto, senza intermittenze né muri. La via dello scontro ha ormai 60 anni e non è servita a nulla. Lasciamo che a provarci adesso sia un pizzico di ottimismo, di idealistica speranza nel bene invece che nell’invincibilità del male. Sovente le buone intenzioni hanno finito per provocare cattive azioni. Tutti siamo contenti che Saddam Hussein non governi più l’Iraq, ma non lo siamo invece che la vita di decine di migliaia di persone sia stata considerata equivalente a quella sola del dittatore; non riusciamo a credere che il dialogo possa fiorire quando l’interlocutore tiene in mano una pistola fumante e ci mostra quanti proiettili ha ancora in canna (con il nuovo bilancio presentato la settimana scorsa gli Usa hanno superato la soglia del 50% della spesa militare mondiale!). Che Prodi nei giorni scorsi, D’Alema qualche settimana prima, e Fassino e tanti altri di noi abbiano perorato la causa del dialogo non è una penosa ricaduta nell’irrealismo ingenuo e buonistico di cui i pacifisti vengono sempre accusati. Dobbiamo riprovarci sempre e continuamente: forse non sarà un ragazzino a salvare il mondo, ma scommetto che se si salverà sarà stato grazie al dialogo. Se il dialogo è l’arma dei disarmati, ebbene utilizziamola al più presto, prima che sia tardi, perché le armi non dialogano, uccidono.

(da l'Unità, 21 agosto 2007)

MA DIAMO I  NUMERI?

 All'incolpevole commento dell'uomo della strada, per il quale: “In queste settimane in Palestina la situazione è più tranquilla”, la pesantissima realtà di un quotidiano stillicidio di palestinesi non fa più notizia. Senza commento, allora, riportiamo i numeri del massacro degli ultimi giorni e -come non si stanca di fare ogni settimana 'Internazionale', anche quelli dall'inizio della seconda intifada (28 settembre 2000):

21 agosto : uccisi due bambini di 10 e 12 anni e due feriti;

22 agosto : ucciso un palestinese e due feriti

23 agosto : tre feriti

24 agosto : ucciso un ragazzino di 13 anni

25 agosto : uccisi tre palestinesi

29 agosto : non c'è limite alla follia. dilaniati dalle cannonate di un carroarmato due bambini di 10 e 12 anni

 .... (dal 2000:) uccisi 4.665 palestinesi e 1.050 israeliani.

 ORMAI E' ROUTINE...

 In un'azione armata, questa settimana,

due ragazzini, di 9 e 11 anni,

sono stati colpiti a morte.

Il Ministro della Difesa, Ehud Barak,

leader del partito laburista,

non ha chiesto scusa

né ha espresso alcun rincrescimento.

Il silenzo è un'ammissione:

oggi come oggi questa è la nostra politica.

 

Il bambino Khalil Sha'er stava aspettando l'autobus

vicino a Tekoa quando è stato preso e picchiato a morte

da cinque soldati.

Quasi ogni giorno nella West Bank e a Gaza

l'esercito uccide.

Bambini, donne e altre persone disarmate.

Ormai è routine...

 

Mentre Olmert balbetta di pace

l'occupazione sta diventando

sempre di più

distruttiva, violenta,

assassina.

 

Movimento pacifista israeliano Gush Shalom,

Haaretz, 24 Agosto 2007 


Siamo pronti al dialogo. Non ci sarà pace

escludendo una parte dei palestinesi

di Ghazi Hamad (*)

 

“HAMAS È ANDATA AL GOVERNO attraverso libere elezioni. Quando mai si è visto un movimento che vince le elezioni, governa e partorisce un golpe? Non abbiamo abbandonato la via politica. Siamo pronti da subito a riprendere il dialogo con al-Fatah. Non abbiamo messo in discussione l’autorità del presidente Abbas. Ciò che è avvenuto a Gaza è stata la reazione a una situazione di impunità di cui godevano personaggi che usavano i servizi di sicurezza per rafforzare il proprio potere personale. Hamas non vuole trasformare Gaza in un califfato, il nostro obiettivo resta quello di creare uno Stato, un solo Stato di Palestina con Gerusalemme sua capitale, sui territori occupati nel ’67.

Avevamo chiesto ad Abu Mazen una gestione unitaria dei nuovi servizi di sicurezza. La risposta è stata che il governo non doveva mettere becco su questo tema. Chi è che ha abusato dei suoi poteri? Il presidente Abbas si è affidato a Gaza ad un uomo corrotto, al servizio di Israele e Usa, Dahlan, un individuo che aveva trasformato i servizi di sicurezza in una mafia al suo servizio. Si pretendeva il nostro disarmo, mentre le milizie di Fatah potevano agire indisturbate. Ci siamo ribellati. Ma ora è giunto il momento di voltare pagina e di guardare al futuro Siamo pronti a riprendere un dialogo con al-Fatah e il presidente Abbas. (...) La Conferenza internazionale voluta dagli Usa è destinata al fallimento se intende escludere una parte rappresentativa del popolo palestinese. Senza Hamas non potrà mai esserci una pace che regga davvero in Palestina. Prodi l’ha compreso, ed è per questo che è stato attaccato”

 

(*) portavoce del premier di Hamas (dimissionato da Abu Mazen) Ismail Haniyeh

(da l'Unità del 19 agosto 2007)


 

Appello urgente da Betlemme : Fermate il Muro!

Salvate il bosco di Al Walaja!

Da quale parte stanno i Salesiani di Cremisan?

 

Il Muro nei prossimi giorni sta per ingoiare

2000 alberi ed il paese di Al Walaja

Gli

 abitanti di Al Walaja chiedono che intervenga la società civile ed il movimento di solidarietà internazionale con la Palestina per fermare la costruzione del Muro dell’Apartheid che sta crescendo attorno al loro paesino. Soltanto nella giornata del 15 di agosto i bulldozer hanno sradicato più di 300 alberi nel bosco antico attorno al monastero Salesiano di Cremisan, luogo famoso per i suoi vigneti e adiacente al paese che sarà circondato da tutti i lati. “Saremo condannati a vivere in una prigione a cielo aperto. Se i bulldozer non saranno fermati ora, si verificherà una tragedia irreversibile che non colpisce solo noi, ma anche tutte le future generazioni di Al Walaja”, dice un membro del comitato popolare che da tempo cerca di aprire un negoziato con il monastero affinché si muova a proteggere il bosco ed il paese.

Finora però padre Ronzani, il nuovo priore del monastero, si è rifiutato di parlare con i suoi vicini palestinesi. Da oltre una settimana i membri del consiglio comunale di Al Walaja cercano di raggiungerlo telefonicamente per conoscere i dettagli dell'accordo riguardo il percorso del Muro, stipulato tra il monastero e le forze d’occupazione israeliane. Tutti i tentativi di contattarlo sono risultati vani. Mentre ai palestinesi finora non è stato comunicato nemmeno che estensione avrà la loro enclave murata, le istituzioni israeliani hanno offerto ai Salesiani di scegliere da quale parte del Muro stare: o all’interno del ghetto palestinese di Betlemme e dintorni, o dalla parte dei coloni di Har Gilo, che saranno annessi a Gerusalemme assieme alle terre rubate ai palestinesi. I Salesiani hanno fatto la loro scelta. Una nuova strada collegherà il monastero verso nord all’autostrada riservata ai coloni. Accettando questa proposta e consentendo la costruzione del Muro sul terreno del monastero i Salesiani di Cremisan hanno dato implicitamente il proprio consenso all’esproprio degli ultimi terreni coltivabili che rimarranno all’interno del ghetto murato di Al Walaja! Infatti la nuova strada di accesso permette alle forze d’occupazione di separare dal paese l’ultima fascia di terreno non coltivato che rimane ai palestinesi. Si tratta di un’intera vallata, un pendio dietro al quale le colonie sioniste assediano il paese dal nord in una morsa di cemento armato e filo spinato, mentre all’orizzonte si estende una panoramica mozzafiato di Gerusalemme.

“Hanno deciso di trasformare Al Walaja in un ghetto. Ma noi ci batteremo per ogni metro quadro”, spiega una delle consiglieri locali. Le corti israeliani hanno già approvato con una decisione inappellabile il tragitto del Muro lungo tre lati del paese.

Per gli abitanti di Al Walaja rimane incomprensibile perché i Salesiani di Cremisan hanno scelto di abbandonarli. “Negli ultimi anni organizzavamo il campo giovanile nel bosco del monastero. I bambini frequentavano l’asilo gestito dalle suore”, dice una giovane donna palestinese che si batte contro il Muro. Se il monastero non cambia idea, come faranno gli abitanti di Al Walaja a spiegare ai loro bambini che le comunità cristiane e musulmane nella zona di Betlemme hanno sempre offerto tanta ospitalità ai monaci e alle suore venuti dall’estero e hanno convissuto in pieno rispetto reciproco su una terra che è santa non soltanto per i Palestinesi?

GLI ABITANTI DI AL WALAJA CHIEDONO A TUTTI DI MUOVERSI IMMEDIATAMENTE PER FERMARE I BULLDOZER!

Tramite l’impegno della società civile e del movimento si può ancora riuscire a far disdire l’accordo tra la Nunziatura cattolica e l’occupante, che viola in modo gravissimo il diritto internazionale. La Corte Internazionale dell’Aja ha sancito il 9 giugno del 2004 che il Muro dell’Apartheid è fuorilegge e la comunità internazionale, chiesa cattolica inclusa, è obbligata a non dare nessun tipo di appoggio alla situazione illegale creatasi. Anche la Corte è convinta che Israele stia costruendo il Muro per annettersi illegalmente parti ingenti dei territori palestinesi occupati nel 1967.

*

Secondo l’accordo tra la Nunziatura cattolica e l’occupante il monastero sarà collegato alla strada che porta a Gerusalemme alla quale solo i coloni hanno accesso. Il monastero rimarrà al di fuori del Muro sacrificando cosi i terreni di Al Walaja che si trovano a nord del monastero tra il suo bosco e la strada riservata ai coloni.

· Contattate il monastero di Cremisan e il suo capo Padre Ronzani (sdbcremisan@yahoo.it ; www.cremisan.org ) e il capo della chiesa cattolica a Gerusalemme Michel Sabbah, Latin Patriarche of Jerusalem chancellery@latinpat.org  - Website: www.lpj.org  

· Chiedete che la chiesa cattolica usi la sua posizione legale – in quanto considerata proprietaria del bosco colpito – e il suo peso politico per ottenere il fermo immediato della campagna di distruzione e per impedire che la popolazione di Al Walaja sarà incarcerata a casa sua.

· Attivate tutti i canali all’interno e fuori della chiesa cattolica per far conoscere la tragedia di Al Walaja e per far sí che il monastero Salesiano stia dalla parte dei Palestinesi e della legalità internazionale.

Contattate ad esempio l’Ordine dei Salesiani in Italia. Direzione Generale Opere Don Bosco, Via della Pisana 1111, 00163 Roma

Modulo per e-mail: http://www.sdb.org/sdb2006/index.asp?FileCentro=_1_29_.asp&Mysez=29&Lingua=1

· Mandate dei fax e e-mail di protesta per fermare il Muro in costruzione da pochi giorni tra Cremisan ed Al Walaja. Organizzate dei sit-in davanti alle istituzioni responsabili. Attivate i vostri contatti con i media per far conoscere la storia di al Walaja e la realtà del Muro contro cui i Palestinesi si battono ogni giorno.

· Informateci su tutte le vostre attività mandando foto delle vostre proteste e una copia di comunicati e volantini a global@stopthewall.org. Informeremo gli abitanti di al Walaja che vi state muovendo per dare più forza alle loro proteste.

· Sul sito www.stopthewall.org è documentata anche la storia di Al Walaja. Per approfondimenti: global@stopthewall.org

Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (L. 675/96). Gli indirizzi ai quali mandiamo la comunicazione sono selezionati e verificati ma può succedere che il messaggio pervenga anche a persone non interessate.

VI CHIEDIAMO SCUSA se non volete ricevere più "boccheScucite".

Vi preghiamo di segnalarci, se non siete interessati a ricevere ulteriori messaggi, mandando un messaggio con oggetto: RIMUOVI a nandyno@libero.it e verrete immediatamente rimossi dalla mailing list.

 

 Torna ai Comunicati gia' pubblicati - Home Page