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Anno II, Comunicato n. xx (italiano),
del 31-05-2007
Immagini del campo
profughi palestinese di Nahr al Bared, vicinissimo alla
base di Kleiaat
LIBANO -
Beirut, il 14 luglio (presa della Bastiglia) di 25 anni
fa, anno 1982.
Al ristorante «Le Chef» ornato di bandiere
francesi, nel quartiere chic di Ashrafiyeh, un tavolo
ospita un pranzo di lavoro fra quattro personaggi.
Uno è Ariel Sharon.
Un altro è Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore di Tshal.
Il terzo askenazi è Danny Yalon, uno dei capi della
diplomazia israeliana.
Il quarto, il solo libanese, è Bashir Gemayel, il giovane
e brillante capo della Falange maronita. Bashir era, in
quel momento, il candidato di Israele alla presidenza del
Libano.
Gli avevano fornito armi, condividevano con lui una certa
intelligence sui palestinesi, partecipavano alle stesse
uccisioni di palestinesi.
Lui stesso sapeva che doveva tutto agli israeliani, e che
essi potevano schiacciarlo a volontà.
Uno dei falangisti della security, che sorvegliava la
tavola e l'entrata del ristorante, ricorda benissimo:
Sharon tirò fuori un foglietto e lo diede a Gemayel
accompagnandolo con queste parole: «Un'ultima
richiesta…».
Nel foglietto era scritta una sola parola: Kleiaat.
Sharon diede qualche istruzione a voce.
Gemayel ascoltò, annuì, disse: «Non sarete delusi,
amici». Sharon era raggiante.
Ma quando Bashir Gemayel tornò al suo quartier generale ad
Ashrafiyeh, numerosi dei suoi consiglieri e collaboratori
lo ricordano furioso: «Una base aerea israeliana in
Libano? Nemmeno un granello di sabbia di Kleiaat, a quei
figli di p…».
Due mesi dopo, Bashir Gemayel moriva in quello stesso
quartier generale, in un attentato esplosivo che rase al
suolo l'intero edificio.
Questo episodio,
raccontato dal giornalista Franklin Lamb
(1), un esperto del Libano (i due suoi ultimi
libri s'intitolano: «The price we pay: a quarter
century of Israel's use of american weapons against
Lebanon», e «Hezbollah, a brief guide for
beginners») illumina gli eventi che hanno luogo in
questi giorni, 25 anni dopo, dentro e attorno al campo
profughi palestinese di Nahr al Bared, che l'esercito
libanese ha bombardato ferocemente con il motivo di
scacciare il movimento Fatah al-Islam «associato ad Al
Qaeda».
Il campo palestinese si trova a non più di tre chilometri
da Klieaat, la base aerea (da tempo abbandonata) su cui
gli americani vogliono costruire una loro base «atta a
servire come quartier generale per una forza di
dispiegamento rapido della NATO, con elicotteri e unità di
forze speciali».
Formalmente, la nuova base si chiamerà «Centro di
Formazione dell'Armata e della Sicurezza Libanese»,
perché il pretesto è di servire come base d'addestramento
per la truppa locale impegnata contro «l'estremismo
islamico», leggi Hezbollah.
Ma va notato che il luogo è a ridosso della frontiera
siriana.
La «piccola richiesta» di Sharon - oggi in coma
perpetuo - sta per essere esaudita.
Con la complicità anche europea.
La pista d'atterraggio di Kleiaat non è sempre stata in
disuso come oggi.
Anni fa, serviva alla Middle East Airlines per i voli
interni Beirut-Tripoli.
Durante la lunga guerra civile (1975-1990), quando le
strade erano di fatto interrotte, un servizio di
elicotteri faceva navetta.
Nella vicina cittadina di Bibnin Akkar, sunnita e leale
alla famiglia Hariri, già vedono ghiotte opportunità di
affari: hotel, ristoranti, internet-cafè, discoteche.
Nell'ancor più vicino campo-profughi di Nahr al-Bared,
invece, non ci sono speranze ma concreti timori: di essere
sloggiati anche da lì, per fare spazio alla base voluta da
Sharon.
Già la metà dei 40 mila che abitano nel campo sono stati
cacciati, o sono fuggiti, nei giorni dei bombardamenti
libanesi contro il fantomatico gruppo Fatah al-Islam, e
tutti dicono che non sarà loro permesso fare ritorno alle
loro baracche.
E' gente che è stata cacciata dalla Palestina nel 1948 e
nel 1967, poi è stata ancora cacciata dalla Falange nel
1975 dal campo di Tell az-Zatar; a questi primi arrivati
si sono aggiunti rivoli di profughi delle varie guerre
giudaiche contro il Libano nel '78, nell'82, nel '93, nel
'96 e nell'ultima, del 2006.
Secondo l'UNRWA, il commissariato ONU per i rifugiati
palestinesi, di quei 40 mila almeno 10 mila (uno su
quattro) si trovavano «in condizioni di miseria
estrema» già prima delle bombe dei giorni scorsi.
Gli abitanti di Bibnin Akkar hanno visto arrivare, il 28
maggio, una delegazione militare composta da statunitensi,
tedeschi e turchi (la NATO) ad ispezionare il luogo.
Ma già al principio dell'anno - dunque molto prima
dell'apparizione di Fatah al-Islam - si è visto «personale
dell'ambasciata USA» venire a constatare lo stato
dell'aeroporto di Kleiaat.
E' arrivato a dare un'occhiata anche David Welch,
consigliere del segretario di Stato Condy Rice, che
risponde al vice-segretario di Stato Elliot Abrams, il «khazaro»
che a Gaza ha armato Fatah contro Hamas.
David Welch ha stabilito da tempo proficue relazioni, in
funzione anti-Hezbollah, con il druso Jumblatt, con Samir
Geagea (il «cristiano») e con Saad Hariri.
Secondo Lamb, è
la rete di potere di Hariri che ha formato e
pagato (700 dollari mensili a combattente) il gruppo Fatah
al-Islam.
Secondo i fuggiaschi dal campo-profughi, si tratta di
200-400 persone armate, apparse nel campo in ottobre 2006,
e senza relazioni familiari nel campo: sono per lo più
sauditi, pakistani, algerini, iracheni e tunisini.
«Non fanno altro che pregare ed addestrarsi
militarmente», ha detto una donna al giornalista.
Grazie alla loro «difesa», il campo-profughi è
tutt'ora pieno di cadaveri insepolti e di incendi.
L'armata libanese ha sequestrato le foto e telecamere dei
reporter che cercavano di penetrare nel campo per
documentare la situazione. (2)
«La prima preoccupazione del governo
[Siniora] e dell'armata è di evacuare i civili
palestinesi dal campo e metterli fuori pericolo», ha
dichiarato Saad Hariri al giornale Al-Shark al-Aswat: «Dopo,
l'esercito liquiderà Fatah al-Islam. Nessuna trattativa
con questi terroristi venuti in Libano ad eseguire gli
ordini della Siria».
E' ogni giorno più evidente la funzione «utile» del gruppo
«terrorista legato ad Al Qaeda»: del resto, da
mesi Bush, profetico, metteva in guardia il Libano contro
la presenza di Al Qaeda nel nord del Paese.
Ora la base NATO di Kleiaat fornirà, una volta sloggiati i
profughi palestinesi, la necessaria sicurezza contro
questo pericolo.
Le ricadute promesse alla popolazione locale (sunnita a
schiacciante maggioranza) sono attraenti.
Ancor più per Hallibruton e Bechtel, che probabilmente si
aggiudicheranno gli appalti di costruzione, per cui il
Pentagono ha stanziato un miliardo di dollari.
Anche il defunto (nel noto attentato) Rafik Hariri aveva
messo a suo tempo gli occhi sulla base abbandonata:
maestro della speculazione edilizia, aveva intenzione di
farne una zona franca commerciale ed un porto, progetto
malvisto dalla Siria perché avrebbe attratto i traffici
del vicino porto siriano di Latakia.
I neocon
americani sono oggi i più entusiasti del
progetto.
«Dobbiamo fare in modo che questa base sia costruita
al più presto come punto avanzato contro Al Qaeda e gli
altri terroristi (Hezbollah e Iran)», ha dichiarato
Rachael Cohen, una dirigente dell'AIPAC (American-Israeli
Political Affair Committee).
Il che significa che la lobby eserciterà tutta la sua
potenza occulta per convincere i democratici del Congresso
ad autorizzare l'enorme stanziamento, per il bene supremo
di «Khazaria».
Che gli israeliani avranno accesso alla base, magari come
«istruttori» per i libanesi, è cosa ritenuta
pacifica da tutti gli abitanti locali.
Come ha spiegato il quotidiano di Beirut Al-Akhbar, «un
simile progetto americano taglierebbe il Libano in due. Il
Libano non lo autorizzerà mai. Tutte le comunità si
opporranno…».
Vana speranza, probabilmente.
I giochi sono già fatti.
I palestinesi importuni già sloggiati, e mandati ad
affollare altri campi.
Maurizio Blondet
per
www.effedieffe.com
Note
1) Franklin
Lamb, «Lebanon and the planned US airbase at Kleiaat»,
Counterpunch, 30 maggio 2007.
2) Franklin Lamb, «Qui est derrière
les combats dans le Nord du Liban?», International
Solidarity Movement, 25 maggio 2007.
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