La vacca sacra
del diritto a esistere di Israele
di Gianluca
Bifolchi
03-08-2007

In una recente conversazione privata
sul carattere fondamentalmente filo-israeliano della
copertura dei fatti del Medio Oriente da parte della
grande stampa occidentale, mi sono trovato a
sostenere la tesi che se il sistema
dell’informazione nel suo complesso, e non solo in
esperienze periferiche, riflettesse i principi di
completezza ed obiettività che vengono insegnati
nelle scuole di giornalismo -- e di cui tutti i
direttori di testata, nessuno escluso, menano gran
vanto -- la causa dei diritti nazionali del popolo
palestinese sarebbe vinta in una settimana.
Riflettendo più tardi su questo
soggetto mi sono accorto di quanto fosse
ingenua la mia
opinione, nonostate la verità del la
sua premessa, e cioè la parzialità pro
Israele della maggior parte dei resoconti
giornalistici occidentali, messa a nudo qualche anno
fa, per la stampa anglosassone, da una ricerca
dell’università di Glasgow.
Parlo di ingenuità non solo perché
una stampa che si attenesse ai principi di
completezza e obiettività non avrebbe alcuna
funzione (se non residuale) in un sistema politico
ed economico come quello occidentale, in cui la
diversità dei punti di vista a cui viene permesso di
emergere riflette solo interessi diversi di elite
politico-finanziarie in concorrenza tra loro.
Teorizzazioni di comodo come quella della “società
aperta” servono solo ad offuscare la realtà di una
ineguale distribuzione del potere e della richezza a
cui corrisponde una ineguale capacità di controllare
la comunicazione.
Ma per venire ad aspetti più
inerenti al conflitto israelo-palestinese, nutro
qualche dubbio sul fatto che la mera dimensione
della cronaca, sia pure nella sua forma più nobile
(dedotta dal reame onirico delle utopie politiche),
possa di per sé produrre quei cambiamenti generali
di opinione, e dunque di equilibrio politico, in
grado di assicurare al popolo palestinese la
realizzazione delle sue giuste aspirazioni
nazionali. Questo perché
le unità sparse di informazione portate dalla
cronaca quotidiana finiscono
per essere elaborate attraverso filtri legati alla
percezione del contesto storico in cui gli eventi si
producono. Chi controlla il contesto controlla anche
il processo di assimilazione della notizia, e dunque
il significato politico della stessa.
Da questo punto di vista l’impegno
per un’informazione più corretta sul conflitto
israelo-palestinese rischia di essere sterile, se
non è accompagnato da una capacità di mettere in
discussione la percezione del contesto storico del
conflitto imposta dagli stessi blocchi di potere che
favoriscono la distorsione del resoconto cronistico
ad uso di un lettore occidentale manipolato.
Da questo punto di vista è
imperativo condurre l’assalto critico più
determinato ad uno dei caposaldi fondamentali del
dibattito politico occidentale, e cioè il “diritto
di Israele ad esistere nella sicurezza”. Nella
formula si colgono due elementi: 1. Il diritto di
Israele ad esistere; 2. il codicillo “nella
sicurezza”.
Cominciamo dal primo, e precisiamo
che se in questo discorso parleremo soprattutto
delle posizioni della sinistra, sarà perché le
conclusioni da trarsi si applicheranno in maniera
tanto più ovvia alla destra.
In un recente dibattito organizzato
dall’organizzazione filoisraliana KKL ,
coordinato dal direttore del GR3 Antonio Caprarica,
e i cui oratori erano Piero Fassino e l’ambasciatore
di Israele Elazar Cohen, il primo dei due, di fronte
ad uditorio prevedibilmente partecipe, ricordava con
orgoglio e commozione un manifesto della Federazione
di Torino del PCI ritraente una nave carica di
emigranti ebrei che si recavano in Palestina, e che
era parte di una campagna di sottoscrizione
organizzata nei primi del dopoguerra dai comunisti
torinesi a favore delle organizzazioni sioniste che
organizzavano l’emigrazione. Va infatti detto che in
quegli anni la sinistra storica italiana, con poche
o nessuna eccezione, sosteneva fervidamente il
progetto sionista, secondo una posizione che si è
mantenuta nei decenni e che di recente, almeno nei
suoi aspetti più
ufficiali, non ha fatto che rafforzarsi. E’ vero che
per una fase questa posizione è stata più
marcatamente filo-palestinese. I documenti e gli
storici seri datano il cambio di corso con la guerra
dei sei giorni, nel 1967, e l’inizio
dell’occupazione della West Bank, della Striscia di
Gaza e dell’intera Gerusalemme. Altri grandi amici
della sinistra, come Furio Colombo nel suo ultimo
libro “La fine di Israele”, non si peritano di
anticipare di diversi anni la data, risalendo agli
ultimi anni di vita di Stalin e alla
sua isteria antisemita (trasmessasi, par di capire,
e sia pure in forme meno virulento ,
alla sinistra italiana). Ma anche negli anni del più
stretto rapporto tra la sinistra storica italiana e
l’OLP di Yasser Arafat, la premessa della giustezza
per progetto sionista e della partecipazione non
solo morale alla fondazione dello stato di Israele
non è mai stata messa in discussione.
E’ ora di dire chiaramente che i
sensi di colpa delle elite politico culturali
europee, il sentimento di sincera condoglianza per
la tragedia della Shoah, e la partecipazione attiva
dell’ebraismo europeo alla Resistenza al
nazifascismo, non sarebbero mai stati sufficienti a
far maturare nella sinistra una posizione di
cooperazione ad un progetto smaccatamente coloniale
come quello sionista, e quale in effetti ci fu, se
non facendo leva sull’opportunismo di Stalin e del
suo precipitoso riconoscimento dello stato ebraico
(oltreché della sua assistenza militare durante la
guerra del 1948), in combinazione ad un fondamentale
eurocentrismo che, ad onta del conclamato
internazionalismo della sinistra, imponeva una
percezione assai debole dei diritti di
autoderminazione delle popolazioni extraeuropee. Non
giudico con eccessiva severità questo limite, dato
che l’universo mentale degli Italiani di allora era
molto più parrocchiale di oggi. A noi può sembrare
normale scambiarsi online messaggi in tempo reale
con un amico palestinese o israeliano, ma allora
l’immaginario mediorientale degli Italiani oscillava
tra rappresentazioni esotiche e film come quello in
cui Totò nel deserto si fa rubare i soldi da un
gelataio che si rivela essere un miraggio (“Un
miraggio sì, ma un miraggio ladro!”). Ci si può
stupire se persino agli occhi di un movimento
operaio così avanzato e ben organizzato come quello
italiano il progetto sionista potesse essere così
profondamente frainteso, ed essere scambiato per
qualcosa di “progressista”?
Ma oggi che la nostra percezione del
mondo si è espansa e che la nascita dello stato di
Israele è uscita dalla dimensione della lotta
politica per entrare in quella dell’esame
storiografico dei doumenti, nessuno può mettere in
dubbio che il successo del sionismo ha le sue radici
nella combinazione di un nazionalismo ebraico
aggressivo, e delle politiche coloniali delle
potenze europee tese a spartirsi i resti del
decaduto impero ottomano. Da questo punto di vista
va definitivamante denunciata la mistificazione
storica che assimila il sionismo alle epopee patriottiche
dell’ottocento, come quella italiana, greca,
polacca, ungherese... cronologia alla mano il
sionismo appartiene alla fase successiva, quella in
cui i nazionalismi europei vincenti acquisivano un
tratto decisamente aggressivo ed attuavano politiche
estere inprontate al principio di potenza. I primi
sionisti avevano molte più affinità con l’ex
garibaldino Francesco Crispi e il suo avventurismo
coloniale, che non con i protagonisti
della lotta per l’indipendenza nazionale contro il
dominio austriaco.
Su queste basi, affermare il
“diritto di Israele a esistere”, significa
riconoscere il fatto compiuto -- compiuto con la
forza delle armi -- come fonte di diritto
internazionale, per un evento prodottosi quando le
appena nate Nazioni Unite si davano uno Statuto che
negava recisamente tale principio, e in cui in Asia
e in Africa si compiva un immane processo di
decolonizzazione che i manuali di storia in uso
presso le nostre scuole presentano sotto una luce
elogiativa, come la direzione in cui il mondo deve
procedere.
La non accettazione di tale diritto,
che ritroviamo nella posizione di quasi tutto il
mondo arabo, non implica affatto il programma di
annichilimento di Israele appena le condizioni
saranno propizie, come la propaganda filo-israeliana
vuole far credere. Con l’eccezione di minoranze
salafite che agitano il vessillo della distruzione
di Israele per ragioni demagogiche, non c’è nessuno
nel Medio Oriente che non creda che Israele è lì per
restare, e che la sua presenza è una costante per
ogni futura evoluzione degli equilibri regionali.
Ciò include anche l’Iran, Hezbollah e Hamas, come sa
ogni onesto osservatore dei fatti mediorientali. Il
mancato riconoscimento di Israele significa il
rifiuto di accettare la composizione del conflitto
con i Palestinesi sulla base della mendace narrativa
sionista, perché ciò restringerebbe la posta in
gioco negoziale fino ad escludere qualunque
soluzione ragionevolmente equa per la parte araba.
In questo senso, lo
stallo diplomatico del mancato risconoscimento di
Israele non ha niente di diverso dai rapporti tra
Cina Popolare e Taiwan, il cui mancato rinoscimento
reciproco non esclude un modus vivendi incruento, in
attesa di circostanze più favorevole alla
normalizzazione dei rapporti. In questo senso la
posizione araba è quantomai appropriata, ad onta
degli sforzi occidentali di comprare singoli
governi, come è accaduto con l’Egitto e la Giordania
(quelli che al momento erano in vendita).
Il secondo elemento da mettere in
discussione è l’apparente truismo secondo cui, se
Israele ha diritto ad esistere, ha anche diritto a
farlo “nella sicurezza”. Si citano spesso sondaggi
secondo cui la maggioranza degli Israeliani “sono
per la pace”. Dato che, rimpallato sui nostri organi
di stampa, vorrebbe suggerire che se la pace non c’è
è colpa di quegli altri, che “non sono per la pace”.
Ma si sorvola sempre sulle interessanti
caratterizzazioni, spesso riportate in queste
ricerche demoscopiche, che gli Israeliani assegnano
al concetto di pace. L’Israeliano medio, interrogato
su cosa intende per “pace”, dirà malinconicamente
che è il modo in cui si vive a Roma, a Parigi, a
Brouxelles, o a Londra; una felice condizione di
assenza di tensioni per la possibilità di
un’aggressione esterna, che il tragico e sfortunato
destino della storia mediorientale nega a
lui.
In altre parole l’anelito di pace
dell’Israeliano medio deriva dagli elementi di
incompiutezza del progetto coloniale sionista che,
ammirevole per tutti gli altri aspetti, non è ancora
riuscito a piegare definitivamente l’ostilità delle
popolazioni indigene, che tutt’ora non si lasciano
chiudere nelle riserve indiane come un Navaho
qualsiasi nell’Arizona di oggi. Sarebbe molto meglio
se l’Israeliano medio mettesse da parte i sospiri e
si interrogasse molto seriamente su cosa è disposto
a dare in cambio della
pace, e sulle ottime ragioni che hanno avuto fino ad
oggi i Palestinesi a dire no a
tutte le offerte che sono state fatte loro.
Ma l’apparente truismo del diritto
di Israele alla sicurezza diventa politicamente
insidioso quando viene fatto proprio -- con appena
un pizzico di ipocrisia in più -- dalle elite
politiche e intellettuali europee (teniamo fuori dal
discorso gli USA, dove entrano in ballo numerosi
altri fattori non presenti sullo scenario europeo).
Il fatto che appaia lapalissiano che un Israeliano
ha diritto di vivere “come si vive a Roma”, fa si
che ogni singolo razzo Qassam che cade su Sderot
fornisca il pretesto per l’ufficialità politico
mediatica europea di lavarsi le mani di una
situazione strutturalmente ingiusta per i
Palestinesi, giustificando invece la successiva
rappresaglia israeliana e chiudendo gli occhi sulle
libertà che Israele strutturalmente si prende con il
diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra
sugli obblighi delle potenze occupanti sulle
popolazioni controllate. Tutto ciò in nome della
sicurezza.
Ma Israele non ha affatto diritto
alla sicurezza. Ha tutt’al più il diritto di vivere
in una regione pacificata dopo aver rinunciato a
quegli atteggiamenti che rendono impossibile questa
realizzazione.
I discutibili retaggi culturali
della sinistra storica italiana vanno respinti con
forza. Lavorare per un Medio Oriente in cui gli
Ebrei di Israele possano sentirsi a casa loro,
liberi dall’ansietà di chi, pur potendo contare su
una schiacciante superiorità militare, non può evitare
di sentirsi sotto assedio, non implica affatto
l’accettazione di una visione delle cose che
spingeva gli operai comunisti di Torino a fare le
collette per finanziare l’emigrazione degli Ebrei in
Palestina. Il realismo politico di considerare la
presenza ebraica in Palestina come un dato
definitivo ed irreversibile non significa affatto
riconoscere “il diritto di Israele ad esistere nella
sicurezza”, perché nella tavola dei diritti, quelli
di Israele non godono di nessun diritto di
primogenitura. Parlo di “presenza ebraica in
Palestina” per quel tanto di riguardo che si deve ai
temi del dibattito sulla soluzione a due stati o a
un solo stato, certo importante, ma anche assai
aderente ai gusti di astratto formalismo degli
occidentali, amanti del suono della propria voce e
riluttanti a fare lo sforzo di vedere le cose con
gli occhi di chi vive là.
Quello che è certo è che prima di
parlare dei diritti di Israele, va stabilito che
l’unica pace possibile è quella in cui i parametri
della soddisfazione esistenziale e
dell’autorealizzazione, per gli Ebrei e per gli
Arabi, come popoli e come individui, sono
assolutamente gli stessi. Senza il sostanziale
riconoscimento della comune umanità dei due, Israele
non ha diritto a un bel niente.