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Cristiani nelle terre del Corano
Con Gesù in mezzo
all’islam
«Lo dico sempre con
tanto amore ai giudei: voi siete come me chiamati
alla fede in Gesù. Come anche i musulmani. Gesù
veramente chiama tutti. E la sua non è una nuova
religione contro quelle di prima o di dopo. È
qualcosa d’altro. Un’altra cosa». Intervista con
Grégoire III Laham, patriarca di Antiochia dei
Greco-Melkiti
Intervista con Grégoire III Laham di
Gianni Valente
http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=15078
Sulla condizione presente
e sul destino dei cristiani in Medio Oriente tornano a
concentrarsi attenzioni diffuse. C’è chi, seguendo il
Papa, esprime in questo modo la sollecitudine per i drammi
e le sofferenze vissuti dall’inerme gregge di Cristo nelle
terre dove è iniziato il cristianesimo. In altri casi,
tanto zelo appare spesso predeterminato da fattori di
schieramento cultural-politico.
Pochi
ascoltano gli argomenti e le ragioni dei cristiani arabi.
Pochi prendono come punto di partenza il loro sguardo su
quello che sta succedendo nella polveriera mediorientale.
Anche per
questo può tornar utile ascoltare sua beatitudine Grégoire
III Laham, patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti dal
2000.
Quello che accade in Iraq a molti appare come l’epicentro
di un fenomeno più grande: la sparizione dei cristiani da
tutto il Medio Oriente.
GRÉGOIRE
III LAHAM: Gesù ci ha detto di non avere paura. E noi
siamo sempre sul punto di avere paura. Ma un pastore deve
incoraggiare il suo popolo. Non possiamo cadere nel
panico. In Iraq c’è una situazione terribile di crimine,
vendetta e terrore. Ai cristiani capita quello che capita
agli altri. Qui in Siria sono arrivati un milione e mezzo
di profughi iracheni, e tra loro i cristiani sono una
piccola minoranza. Vuol dire che da lì fuggono tutti. So
che in Occidente qualcuno sta giocando con queste cose. Ma
non mi sembra utile ai cristiani di qui il tentativo di
isolare le loro sofferenze da quelle degli altri.
La guerra
ha portato anche la persecuzione, ha detto il patriarca
caldeo Emmanuel III Delly.
GRÉGOIRE
III: Ogni approccio ai problemi di qui che non parte da
criteri schiettamente politici si ripercuote su di noi.
Questo è accaduto in Iraq. Gli americani sono arrivati
quasi con l’intento dichiarato di una crociata nuova, che
cambiasse il volto del Medio Oriente. Adesso in Libano
sento affibbiare l’etichetta di “crociati” perfino ai
soldati dell’Unifil. E i cristiani vengono sempre
associati a queste strategie occidentali. Nell’ultima
lettera di Natale ho scritto: «Cari musulmani, non
possiamo tollerare che tra voi ci sia chi ci definisce
come gli alleati dei “crociati”. Viviamo, lavoriamo,
lottiamo con voi. Costruiamo con voi il futuro di queste
nazioni».
In certe
analisi il Medio Oriente viene descritto
tout court
come un luogo di persecuzione dei cristiani.
GRÉGOIRE
III: Qui in Siria il governo tratta le chiese come tratta
le moschee. Siamo esentati dal pagamento della luce e
degli altri servizi. Lo scorso anno, un decreto
presidenziale approvato dal Parlamento ha stabilito che i
cattolici, su questioni che toccano i diritti individuali
come quelle matrimoniali e di eredità, seguano norme
giuridiche proprie. In pratica hanno preso il diritto
canonico per le Chiese orientali e lo hanno trasferito nel
diritto civile. Una o due volte l’anno vado col mio
vicario generale a trovare il presidente Assad e i suoi
collaboratori. Lui ha voluto pranzare con tutti i
patriarchi e i capi delle Chiese in occasione della
Pasqua. Parliamo di politica, comprese le relazioni tra
Oriente e Occidente E poi vengono a trovarci ministri,
parlamentari,
shaykh.
La Siria
sarebbe uno Stato canaglia. Ma in Medio Oriente, quando i
cristiani fuggono, spesso fuggono a Damasco.
GRÉGOIRE
III: Qui per noi c’è la migliore situazione di tutto il
Medio Oriente. Preghiamo che rimanga. C’è sempre il
pericolo che tutto questo venga destabilizzato, magari da
chi vuole forzare le cose per creare una nuova situazione
di potere nell’area.
Si
registra anche in Siria la crescita dell’integralismo
religioso tra il popolo?
GRÉGOIRE
III: C’è un contagio integralista che si registra in tutto
il mondo, e non solo in Medio Oriente. Qui in Siria il
governo è forte e cerca di porre degli argini. Per
esempio, coi ragazzi si lavora molto coi libri di
formazione civica. E anche i testi di catechismo e di
insegnamento religioso, compresi quelli nostri, vengono
sottoposti al vaglio del Ministero dell’Educazione e di
quello della Cultura. Si vigila per garantire che siano
ispirati al rispetto reciproco e alla convivenza, senza
istigazioni all’odio e al disprezzo verso le altre
religioni. Il nostro testo è in vigore da più di
quarant’anni, una commissione mista di sacerdoti e
professori delle diverse Chiese lo ha rivisto nel 2002,
sotto il controllo del Ministero dell’Educazione. Io ne
vado molto fiero.
Quali
criteri secondo lei devono ispirare lo sguardo e
l’atteggiamento dei cristiani verso i credenti islamici?
GRÉGOIRE
III: In Vaticano a volte ci hanno detto che noi cristiani
orientali dobbiamo lavorare con l’islam per favorire i
diritti umani, l’emancipazione della donna, la difesa
della vita, la libertà religiosa. Ma che vuol dire? Noi
abbiamo una relazione unica, specifica con l’islam, che
non è quella che voi avete in Europa con le minoranze
islamiche. Io dico sempre: noi siamo la Chiesa dell’islam.
Quest’espressione le piace. La usa spesso.
GRÉGOIRE
III: Anche il giornale egiziano
Al-Ahram
ha scritto che è la formula più riuscita per descrivere la
condizione comune dei cristiani nei Paesi arabi e del
Medio Oriente. L’islam è il contesto in cui viviamo e con
cui siamo storicamente solidali. Abbiamo vissuto 1.400
anni in mezzo a loro. Capiamo l’islam dall’interno. Quando
sento un versetto del Corano, per me è un’espressione
della civiltà cui appartengo. E a noi tocca di
testimoniare Cristo nel mondo dell’islam. Abbiamo una
responsabilità unica. Non potremo rispondere come Caino,
quando il Signore gli chiese dove era Abele.
Nelle terre dell’islam non sono possibili strategie
missionarie.
GRÉGOIRE
III: Ma si può approfittare di ogni contatto umano.
Mostrare una Chiesa che li ama. Valorizzare tutte le
affinità e le simpatie possibili. I dicasteri vaticani
possono fare documenti su documenti. Ma poi tocca a noi
testimoniare Cristo davanti ai nostri fratelli islamici
nella vita di ogni giorno.
Può fare
qualche esempio concreto?
GRÉGOIRE
III: Una volta, alla fine del Ramadan, il gran muftì di
Damasco Ahmed Kaftaro mi ha invitato a predicare dal
pulpito della moschea. Anche quando stavo a Gerusalemme mi
è capitato tante volte di essere accolto in moschea, dopo
le manifestazioni dei palestinesi. Essere Chiesa
dell’islam vuol dire anche questo.
Intanto,
in Occidente, aumentano le voci di chi sostiene che la
violenza è un elemento radicato nella natura stessa
dell’islam.
GRÉGOIRE
III: Sono travisamenti che prendono a pretesto una lettura
fuorviante del discorso di Ratisbona, che il Papa stesso
ha sconfessato. Anche la citazione di Manuele Paleologo,
che ha fatto esplodere tante reazioni violente, era
un’estrapolazione di una disputa lunghissima tra
l’imperatore e il saggio islamico, che durava addirittura
giorni. Nel Papa non c’era alcuna intenzione di offendere
l’islam. E del resto anche il Vangelo può diventare
oggetto di manipolazioni maligne e fuorvianti. Ad esempio
quando Gesù dice: «Non sono venuto a portare la pace ma la
spada».
Gli
intellettuali occidentali più polemici con l’islam si
spingono a dire che «il nostro Dio non è il loro Dio…».
GRÉGOIRE
III: Coi fratelli islamici eviterei discussioni teologiche
inconcludenti per stabilire se adoriamo o no lo stesso
Dio. Mi sembrano cose da accademia teologica. Il mistero
di Dio è così grande, non possiamo comprenderlo. Davanti a
esso noi esclamiamo: che bello! Ma che cosa comprendo di
questa bellezza, che cosa comprendo di Dio? Quando
confessiamo il mistero della Trinità, magari la bellezza
di questo mistero può toccare e sorprendere anche gli
altri. Ma poi non tocca a noi “dimostrare” questo mistero.
Si rischia di essere temerari. Quindi, meglio attestarsi
su quanto ha indicato il Concilio Vaticano II: «La Chiesa
guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico
Dio», i quali, benché «non riconoscano Gesù come Dio, lo
venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre
vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con
devozione». Del resto, neanche il giudaismo riconosce la
Trinità e la divinità di Gesù, Figlio di Dio.
A volte le
Chiese d’Oriente vengono presentate come ricettacoli di
antisemitismo.
GRÉGOIRE
III: È vero proprio il contrario. Lo dico sempre con tanto
amore ai giudei: voi siete come me chiamati alla fede in
Gesù. Come anche i musulmani. Gesù veramente chiama tutti.
E la sua non è una nuova religione contro quelle di prima
o di dopo. È qualcosa d’altro. Un’altra cosa.
Something else,
come dicono gli inglesi.
Riguardo
ai rapporti con i cristiani ortodossi, qualche anno fa si
era ipotizzato, come esperimento locale di
riconciliazione, il ritorno alla piena comunione tra la
vostra Chiesa e il patriarcato ortodosso di Antiochia.
GRÉGOIRE
III: Avevamo coltivato quel progetto forse con troppa
euforia, come se fosse una cosa realizzabile dall’oggi al
domani. Il patriarca Maximos, mio predecessore, era già
vecchio. Da Roma c’è arrivato un richiamo: continuate a
dialogare, ma non arrivate a risultati definitivi in campo
teologico senza accordo con la Santa Sede. Purtroppo la
nostra gerarchia l’ha preso come uno stop. E adesso la
cosa è stata accantonata. Ma con gli ortodossi abbiamo
comunque rapporti di fraternità, compresi i ritiri comuni
del clero.
Secondo
lei quali sono le prospettive del dialogo
cattolico-ortodosso in corso sui temi della collegialità e
del primato?
GRÉGOIRE
III: La Chiesa ortodossa non può accettare l’ecclesiologia
romana come tale. Bisogna capire che l’ecclesiologia
sviluppatasi nella Chiesa latina non si può imporre ai
cristiani orientali. Loro possono accettare il primato del
Papa come titolare della
prima sedes
e come ultima istanza a cui ricorrere. Ma non la prassi
del centralismo senza reale collegialità. Se Roma vuole
andare avanti bisogna riprendere le formule che Ratzinger
aveva esposto negli anni Settanta sul rapporto con le
Chiese d’Oriente.
In campo
cattolico, anche rispetto al dialogo con gli ortodossi, si
parte spesso dal rapporto tra Chiesa universale e Chiesa
locale.
GRÉGOIRE
III: La Chiesa universale non è la somma di tante Chiese
locali. E non è nemmeno un concetto astratto. La Chiesa di
Cristo esiste concretamente in un determinato posto. San
Clemente papa scrisse la sua lettera intestandola «Dalla
Chiesa di Dio, che alberga a Roma, alla Chiesa di Dio, che
alberga a Corinto». Mica scrisse alla Chiesa “locale” di
Corinto. Dove ci sono i sacramenti, la fede, il Credo,
cosa manca? C’è anche il Papa, perché il vescovo o il
parroco che celebrano l’Eucaristia sono in comunione con
il Papa. La Chiesa una, santa, cattolica e apostolica è
presente anche in una piccola parrocchia dove il sacerdote
celebra la messa davanti a uno o due fedeli. Non è che c’è
“più” Chiesa se ci sono tutti i vescovi riuniti in
Concilio. Una goccia di mare ha tutti gli elementi del
resto dell’acqua di mare. Così ogni Chiesa in un
determinato luogo ha tutti gli elementi dell’unica Chiesa
di Cristo.
Cosa
risponde a chi dice che le Chiese cattoliche orientali
sono d’ostacolo alla riconciliazione con gli ortodossi?
GRÉGOIRE
III: Le Chiese orientali cattoliche diventano un problema
soprattutto perché gli ortodossi vedono il trattamento che
a volte viene loro riservato. Vengono definite Chiese
sui iuris,
ma poi non si riconosce che il patriarca è capo e padre
della sua Chiesa. Vengono nominati vescovi per le nostre
comunità in diaspora, ad esempio nei Paesi americani, e
noi non abbiamo voce in capitolo su queste decisioni. Ai
nostri vescovi arrivano dei formulari in cui si chiede
loro: da che Congregazione dipendete? Chissà cosa ne
penserebbero i patriarchi e i metropoliti ortodossi: io,
patriarca, io vescovo, “dipendo” da un ufficio vaticano?
Cosa vuol dire?
Delle
Chiese orientali si dice: troppe curie, gelose delle
proprie prerogative, e pochi fedeli, sempre di meno. Si
offre spettacolo di divisione proprio dove le minoranze
cristiane dovrebbero unirsi. Cosa pensa di questa
obiezione?
GRÉGOIRE
III: Anche in Italia ci sono alcune diocesi piccolissime.
E poi qui c’è un elemento della tradizione che va
rispettato. Una comunità di fedeli siro-cattolici o
ortodossi, per quanto piccola, non può essere assimilata
ai greco-ortodossi, ai latini, ai caldei. Vai a sentire le
loro liturgie, ascolta i loro inni… Già al Concilio
Vaticano II c’era chi tirava fuori questa idea: uniamo
tutti i cristiani di un Paese sotto un solo rito e un solo
vescovo o patriarca. In Libano il maronita, in Siria il
melkita, in Egitto il copto… Ma solo chi le guarda da
lontano, con occhio da contabile più che da pastore, può
pensare di omologare tradizioni così varie e così ricche.
E a chi
stigmatizza la vostra animosità nei confronti di Roma,
cosa risponde?
GRÉGOIRE
III: Siamo a Damasco. Qui, da quando nel 1724 abbiamo
ritrovato la comunione con il vescovo di Roma, siamo stati
fuori legge per 120 anni. I sacerdoti andavano con l’abito
per le liturgie nascosto nei cesti, entravano nelle case e
celebravano messa sottovoce. Abbiamo sofferto molto, per
affermare la nostra comunione con la sede di Roma. È un
segno di quanto ci teniamo.
Intervista con Grégoire III
Laham di Gianni Valente
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