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dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 85/5
(italiano), del 9/7/2007
|
"Abu Mazen stai attento sei un burattino
Usa"
da
La Stampa del
6/7/2007
«Vogliamo una soluzione pacifica del
conflitto con Fatah ma siamo pronti a usare tutta la forza
che sarà necessaria»
INVIATA A GAZA
Il
primo messaggio è per il presidente dell’Autorità nazionale
palestinese Abu Mazen: «Attenzione all’abbraccio mortale con
gli americani». Il secondo per i rapitori del reporter della
Bbc, il potente clan dei Dormush: «Vogliamo una soluzione
pacifica ma siamo pronti a usare tutta la forza necessaria».
Il terzo per Romano Prodi che il 9 luglio arriverà in Medio
Oriente: «Lo aspettiamo a Gaza se vorrà». Il premier di
Hamas Ismail Hanyieh, doppio petto grigio e camicia bianca,
apre a La Stampa le porte del quartier generale di Hamas per
la prima intervista ufficiale dopo la guerra civile di Gaza.
Dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano di un
edificio modesto, si sentono gli impiegati che protestano
per gli stipendi congelati da mesi.
Abu Mazen ha nominato un
nuovo governo sostituendola con Salem Fayed. Come si sente?
«Mi sento il primo ministro palestinese. Hamas ha la
maggioranza parlamentare e io sono stato votato. Secondo il
nostro sistema costituzionale resto legittimamente in carica
fino alla formazione di un nuovo esecutivo regolarmente
eletto. Le nostre leggi non prevedono governi d’emergenza,
al massimo casi d’emergenza. Questo è un caso d’emergenza?
Bene: sono qui, pronto a collaborare per trovare una
soluzione».
Intanto Hamas è chiuso a Gaza, tagliato fuori dal mondo. La
prossima settimana Prodi incontrerà i leader politici
israeliani e palestinesi a Gerusalemme e a Ramallah. Lei non
è stato invitato.
«Personalmente ho rapporti amichevoli con Prodi. L’ho
chiamato due volte per congratularmi con lui: la prima
quando è stato eletto, la seconda quando l’Italia ha vinto
il mondiale di calcio. Contiamo molto sull’iniziativa
italiana, manteniamo ottime relazioni con il vostro Paese».
Prodi andrà a Ramallah?
Breve risata. «Faccia pure, con comodo. Ma sappia che se
vorrà è benvenuto a Gaza».
Che rapporti ha con Abu Mazen?
«Gira voce che l’avrei definito un debole. Non è vero. Siamo
politicamente diversi, ma Hamas rispetta il sistema
democratico e gli alleati. Dopo quanto è accaduto a Gaza ci
aspettiamo che Abu Mazen reagisca in modo razionale e non
emotivo, che non ascolti i cattivi consiglieri e capisca che
l’abbraccio con l’amministrazione Usa è mortale. Le nostre
priorità sono un governo di unità nazionale basato sugli
accordi della Mecca e apparati di sicurezza a tutela di
tutto il popolo palestinese. Inutile parlare di elezioni,
non c’è una buona atmosfera per votare».
Lei invita l’Anp al dialogo ma fino a due settimane Hamas e
Fatah hanno combattuto una guerra civile violentissima. Cosa
è cambiato?
«A Gaza è tornato l’ordine. C’è qualche problema in
Cisgiordania, ma non siamo noi a crearlo. È Fatah. La storia
è piena di movimenti di resistenza fratelli che a un certo
punto si scontrano per questioni interne. È accaduto anche
in Libano. Certo, è negativo per l’immagine dei palestinesi.
Ma crediamo nel dialogo».
È vero che avete una Executive Force in sonno in
Cisgiordania, pronta a combattere gli avversari come a Gaza?
«Quello che accade in questi giorni in Cisgiordania è
vergognoso. Gli uomini di Fatah stanno lavorando contro
Hamas seminando terrore. Ma non troveranno niente contro di
noi. Così facendo dimostrano solo quel che sono. Lunedì
hanno arrestano 9 membri di Hamas regolarmente eletti e di
sicuro li terranno in carcere per anni. Noi a Gaza non
arrestiamo i loro rappresentanti, non occupiamo i loro
uffici. Hamas ha vinto le elezioni e anzichè distruggere
Fatah si occupa di risolvere i problemi di Gaza, la
criminalità, la sicurezza, l’embargo».
Sembra che la guerra civile di Gaza sia una leggenda. Chi
erano quelli che solo ieri scovavano gli uomini di Fatah
casa per casa?
«A Gaza non c’è stata guerra civile né colpo di Stato.
Abbiamo combattuto per la sicurezza, non per ragioni
politiche. Dopo 15 mesi di anarchia, per la corruzione di
Fatah, siamo arrivati alla resa dei conti. Le devastazioni
sono state causate da alcuni comandanti di Fatah che
abbandonando le postazioni hanno lasciato il campo alla
furia cieca della gente. La calma oggi a Gaza dimostra che
il conflitto è finito e i fratelli di Fatah sono liberi di
uscire e lavorare, non perché Hamas gliene faccia dono ma
perché è loro diritto. Guardate invece come ci trattano loro
in Cisgiordania...».
Abu Mazen ha chiesto l’intervento di una forza
internazionale.
«Sbaglia. Vuole risolvere i problemi palestinesi aprendo
alle ingerenze esterne. Noi lavoriamo dall’interno».
Ma Gaza dipende quasi interamente da Israele, la benzina,
gli alimenti, l’acqua.
«Sia chiaro: non
cambieremo la nostra politica per fame. Che Israele ci
riconosca e poi dialogheremo».
Come pagherete gli stipendi?
«Discriminando tra palestinesi di Cisgiordania e Gaza Abu
Mazen porterà alla vera separazione tra noi. Hamas pagherà
tutti senza guardare l’appartenza politica. Guardate com’è
cambiata la sicurezza da quando governiamo: niente più check
point, niente miliziani col volto coperto. Nei primi 15
giorni di giugno ci sono stati 15 omicidi tra clan, nelle
ultime due settimane appena tre. La sicurezza è la base
dello sviluppo economico, ma non ci sarà mai sicurezza né
sviluppo sotto l’occupazione».
Le strade sono sicure ma sembra che stia per esplodere una
nuova guerra tra Hamas e il clan Dormush, quello che ha
rapito il reporter della Bbc.
«Non abbiamo problemi con la famiglia Dormush ma con le
persone accusate di aver rapito Johnston. Conduciamo
negoziati da 3 mesi, ufficialmente e sotto banco. Inutile:
non mollano e ci tengono tutti in ostaggio. Ma noi abbiamo
il diritto di arrestarli. Non si tratta di sequestri:
facciamo il nostro lavoro e non smetteremo finchè non avremo
finito».
Siete pronti a usare la forza?
«Preferiramo la via del dialogo ma tutte le strade sono
aperte».
Istaurerete a Gaza la sharia?
«Quel che è accaduto a Gaza nelle settimane scorse è il
risultato di un problema di sicurezza, non di politica. Non
instaureremo alcun emirato islamico: siamo una parte
importante dello Stato palestinese».
Fine. Ismail Haniyeh si porta le mani alla bocca per dire
che ha finito di parlare, le guardie del corpo,
giovanissime, barbute e vestite di nero, lo marcano stretto.
La strada ora è silenziosa.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200707articoli/23350girata.asp
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