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Israele salvato da
Furio Colombo
Recensione dell'ultimo
libro di Furio Colombo, "La fine di Israele"
di
Gianluca Bifolchi
(Agenzia
InfoPal)
La
ragione per cui Furio Colombo ha scritto La fine di
Israele (Il Saggiatore, 10 euro), è
chiarita nell’introduzione dove l’autore ricorda una
manifestazione di solidarietà ad Israele tenutasi un
anno fa al Portico d’Ottavia, il vecchio ghetto
ebraico di Roma, nell’infuriare della guerra in Libano
tra Israele ed Hezbollah. Colombo, che ovviamente vi
prese parte, ricorda con amarezza il cortese ed
educato apprezzamento della comunità ebraica verso i
leader di sinistra presenti e i tripudi e le ovazioni
riservati invece a Fini, Schifani, Cicchitto e
compagnia bella.
Ciò
che ai più appare come ovvio, e che spiega
perfettamente questo episodio, e cioè la perfetta
conformità della causa di Israele ai valori, ai
principi e agli obiettivi della destra occidentale, è
invece per Colombo frutto di un malinteso e di una
pericolosa situazione di isolamento in cui lo stato
ebraico è venuto a trovarsi in età posteriore al suo
stabilimento, e che ora lo costringerebbe a trovarsi
discutibili alleati in un innaturale connubio che
potrebbe avere esiti esiziali per la sopravvivenza
stessa di Israele.
“Israele appartiene alla sinistra”, dice Colombo, che
sapendo bene come un’idea del genere apparirà ai più
un paradosso o una provocazione, scrive un libro per
dimostrare che non è né l’uno né l’altro. Convincere
la gente alla sua tesi servirà non solo a Furio
Colombo per non passare più alle spalle di Gianfranco
Fini nelle manifestazioni al Portico d’Ottavia, ma
anche, per soprammercato, a salvare Israele da sé
stesso, oltre che dai suoi nemici giurati, perché, ci
assicura Colombo, “senza la sinistra Israele non può
sopravvivere”.
Che
“Israele appartenga alla sinistra” è ovviamente un
problema storico, e può essere utile fornire qualche
esempio di come Colombo tratta i dati storici quando
si tratta della sua opera apologetica a favore di
Israele.
Nello
smilzo capitoletto con cui Colombo cerca di parare
come può ai danni dell’ultimo libro di Jimmy Carter
(“Peace, not apartheid”), uno dei suoi grandi eroi
liberal insieme a Kennedy, che oggi accusa senza mezzi
termini Israele di gestire un ripugnante sistema di
apartheid su base razziale, leggiamo questa frase di
apertura: “Chi è Jimmy Carter? E’ il Presidente
americano di Camp David, l’uomo che nel 1978 ha
insistito nel tenere le mani del primo ministro Begin
e del capo dell’OLP Arafat (che allora non era ancora
il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese)
fino a far incontrare quelle due mani” (pag. 111).
Naturalmente non è mai accaduto niente del genere.
Colombo confonde l’incontro tra Begin e il presidente
egiziano Anwar Sadat -- effettivamente patrocinato da
Carter -- con l’incontro tra Rabin e Arafat, sempre a
Camp David nel, 1994, nel quale fu Clinton e non
Carter ad “insistere nel tenere le mani” dei due
leader fino a quel momento nemici.
Nella
pagina successiva leggiamo “Jimmy Carter, il
presidente buono che ha preferito l’umiliazione degli
ostaggi (il personale dell’ambasciata americana a
Teheran tenuto sotto sequestro per mesi dai militanti
khomeinisti e fondamentalisti dell’Iran) all’azione di
guerra, accusa Israele dello stesso delitto,....” (pag.
112).
Si,
si può metterla così e dire che Carter rinunciò
all’azione di guerra, a condizione di dimenticare il
tentato raid su Teheran nel 1980, finalizzato alla
liberazione degli ostaggi, abortito per vari problemi
tecnici tra cui la collisione di un elicottero e di un
C130 proprio ad inizio missione in cui trovarono la
morte otto soldati americani. Insuccesso che tra le
altre cose costò a Carter
la rielezione.
Quanto alla bontà dispiegata da Carter nei suoi
rapporti con l’Iran si potrebbe ricordare l’assistenza
continua fornita dalla sua amministrazione fino a
qualche mese prima alla Savak, la polizia politica
dello Shah, che secondo Amnesty International era
l’organizzazione con il primato planetario del più
sistematico ricorso alla tortura contro i dissidenti
del regime. Ma a parte quest’ultimo punto, dovuto alla
visione fiabesca della politica estera USA di Colombo,
le altre due sviste possono essere dovute ai tempi
rapidi di edizione di un instant book come La fine
di Israele. Ma quando la stessa mancanza di
accuratezza tocca questioni più connesse al merito
della storia di Israele allora ci troviamo di fronte a
un problema più serio.
Riportiamo un brano da pagina 16: “Gli Israeliani
hanno cominciato ad abitare un piccolo pezzo di
Palestina, quando era territorio dell’ex Impero
Ottomano reclamato proprio dalla Giordania, e occupato
dalle truppe e dall’amministrazione dell’Impero
Britannico. Lo hanno fatto su mandato delle nazioni
Unite (1948). Nello stesso giorno è stato istituito un
piccolo stato palestinese -- altrettanto nuovo e mai
esistito prima -- che però tutti gli Arabi (non i
Palestinesi, ma il potere dei grandi paesi arabi
dell’area), hanno rifiutato, iniziando subito una
catena di guerre”.
L’unico atto dell’ONU che fonda la nascita di Israele
accanto ad uno stato palestinese è la risoluzione
dell’Assemblea generale numero 181, del 28 Novembre
1947, e non 1948. Tale risoluzione era per altro un
semplice suggerimento vincolato all’accettazione di
entrambe le parti e di per sé non “istituiva” un bel
niente. Il rifiuto di parte palestinese, cioè dei
leader delle comunità palestinesi, e non genericamente
degli Arabi, come sostiene Colombo, non era affatto il
rifiuto dello stato palestinese, ma l’atto legittimo
di ripulsa del suggerimento, che gli toglieva
qualunque effetto legale. L’ONU era talmente
consapevole di ciò che nel 1948 approvò la risoluzione
194 che cercava di aggirare il rifiuto palestinese ma
vincolava Israele a riaccogliere i profughi della
Nakba, pena la nullità della risoluzione. Israele
rispose con una legge che proibiva il riaccoglimento
anche di un solo profugo. Inoltre, per tornare al
piano di partizione del 1947, a pagina 104 Colombo
dice che la risoluzione con cui nasceva Israele passò
all’unanimità, mentre in realtà il risultato delle
votazioni della 181, unica risoluzione a cui Colombo
può fare riferimento sia pure sbagliando l’anno, fu di
33 a favore, 13 contrari, e 10 astenuti.
Sempre parlando di questo periodo Colombo sostiene che
fu l’Unione Sovietica il principale patrocinatore di
Israele, vincendo anche qualche riluttanza americana,
ma l’unico fatto storico che sostanzia minimamente
questa affermazione è che l’Unione Sovietica fu la
prima nazione a riconoscere su base bilaterale Israele
dopo la unilaterale Dichiarazione di Indipendenza di
questo nel 1948. Un atto diplomatico tra due stati che
non ha nulla a che vedere con l’ONU, che ammetterà
Israele come stato membro solo un anno dopo. Quanto
alla presunta riluttanza degli USA, qualora pure si
sia manifestata in una qualunque fase del processo
della nascita dello stato d’Israele, essa non fece
certo capolino in occasione dell’approvazione del
Piano di Partizione, che fu una creatura fortemente
voluta da Harry Truman, che aggirò il Dipartimento di
Stato, fortemente contrario, e fece enormi pressioni
su stati che si trovavano in una situazione di
dipendenza verso gli USA, come
le Filippine, il cui originario orientamento di voto
era contrario.
Abbiamo accordato il beneficio del dubbio a Furio
Colombo ammettendo la possibilità che le sciocchezze
che dice a proposito del primo vertice di Camp David
nel 1978 e della crisi degli ostaggi in Iran nel 1979
possano essere sviste dovute alla fretta di far uscire
subito un instant book. Ma come dobbiamo considerare
le sciocchezze che dice a proposito dei dati storici
della nascita di Israele e della fatidica data del
1948? Ignoranza o deliberata disinformazione? E
ammettendo che quella dell’ignoranza sia un’accusa
meno grave per un giornalista che non l’opera di
attiva disinformazione, come può quadrare questa
ignoranza con l’affermazione che Colombo fa nel libro
di avere una esperienza pluridecennale di sostegno
allo stato di Israele? Non ha avuto il tempo di
leggere anche solo i testi ufficiali delle risoluzioni
ONU?
Ma
forse tra ignoranza e deliberata disinformazione
esiste una terza possibilità, più convincente e più
vicina alla tesi dell’ignoranza, anche se non si
identifica del tutto con essa. Nella sua opera di
propagandista filo-israeliano Furio Colombo prova un
sovrano disprezzo per il dato storico-filologico,
intanto perché sa o intuisce che è meglio non andare a
vedere queste cose troppo da vicino, ma soprattutto
perché è convinto che l’abilità letteraria (che
nessuno gli contesta) unita a quella particolare
retorica di cui dà saggio nel libro, e cioè la
traduzione del programma sionista nel linguaggio
politico della sinistra, gli permetterà di evitare gli
inconvenienti della sua documentazione fragile e
rachitica.
Campioni di questa retorica sono disponibili ad ogni
voltar di pagina, limitiamoci dunque ad esaminarne
uno. Scrive Colombo a pagina 20: “Ma chi si è formato
nel ricordo della Resistenza, che è stata liberazione
dal razzismo e dalle persecuzioni, con amara sorpresa
si trova di fronte ad un aspro sentimento di rabbia e
di sdegno contro Israele, nato dalla vittoria contro
il nazismo e il fascismo, e quindi dalla Resistenza”.
In
queste poche parole Furio Colombo comincia ad
autonominarsi curatore testamentario della Resistenza,
giacché lui più di chiunque altro ne conosce i valori
autentici e sa che i suoi eredi più fedeli amano
Israele. E’ ben possibile che a sinistra si trovi
qualcuno che verso Israele covi invece un “sentimento
di sdegno e di rabbia”, anzi sono un bel po’ dato che
il libro La fine di Israele parla proprio
della solitudine di Israele rispetto alla sinistra
mondiale, o almeno europea. Ma la cosa si spiega
subito col fatto che tra questa sinistra
ipermaggioritaria a cui non piace Israele, non vi è
alcuno che “si
è formato nel ricordo della Resistenza, che è stata
liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni”. A
differenza di Colombo. E se questa gente di sinistra
dice che invece si ispira proprio alla Resistenza al
nazi-fascismo nella sua ostilità ad Israele, è perché
sta parlando di un’altra resistenza e non di quella su
cui Colombo -- grande storico,
come abbiamo visto -- ha apposto il suo personale
certificato di origine controllata.
Inoltre, seguendo il suo tipo di logica deduttiva (“e
quindi...”) si potrebbe sostenere che la CIA è una
grande istituzione antifascista, essendo nata dalla
ristrutturazione dell’OSS, l’insieme dei servizi di
intelligence americani che combatterono Hitler, e
pazienza che la CIA sia stata l’angelo custode di
quasi tutti i regimi fascisti del mondo dalla seconda
guerra mondiale a oggi, spesso in joint venture con
Israele (si pensi al Sud Africa, al Guatemala e al
Salvador negli anni 80).
Altro
esempio delle frasi vuote di Colombo è la sua
equiparazione del sionismo al Risorgimento italiano (e
cara grazia che dopo la Resistenza e il Risorgimento
non abbia citato anche Pietro Micca, Pier Capponi, i
vespri siciliani, le guerre puniche e Furio Camillo).
Il concetto sarebbe che l’Italia è diventata
uno stato unitario attraverso il Risorgimento e
Israele attraverso il Sionismo, pari pari
e senza resto. Violento fu il Risorgimento e
violento, necessariamente ma altrettanto
legittimamente, fu l’attuazione del progetto sionista.
Nel riconoscere che vi furono violenze sioniste nella
fase di fondazione di Israele Colombo fa almeno lo
sforzo di prendere le distanze dall’osceno slogan “Un
popolo senza terra per una terra senza popolo”, con
cui si giustificarono da parte sionista le violenze
che Colombo ammette e che, giova ricordarlo, si
concretarono in niente di meno che un’opera di pulizia
etnica della precedente popolazione indigena. Ma la
vera obiezione è che prima del Risorgimento solo
Metternich negava che ci fosse un territorio che si
chiamava Italia e che questa Italia apparteneva agli
Italiani che vi vivevano da sempre. Non erano uno
stato unitario, ma erano un popolo e una nazione che
viveva sul suo territorio avito, e le cui aspirazioni
verso l’Indipendenza erano state ostacolate nei secoli
dalle potenze straniere occupanti e dalla Chiesa.
Nella terra di Palestina non c’era niente del genere
prima dell’inizio del progetto sionista. A questa
difficoltà Colombo risponde in due modi. Primo, come
un qualunque stupido studente Yeshiva scrive: “Le
Nazioni Unite non hanno scelto i territori palestinesi
da concedere ad Israele: la scelta era stata fatta
secoli prima dal celebre saluto della Diaspora
(“L’anno prossimo a Gerusalemme”)”, e poi prosegue:
“...ed era stata confermata, come fede e invocazione
pubblica, dal sionismo laico e socialista, nato negli
stessi anni in cui i patrioti italiani proclamavano
Roma...”, sottintendendo che folklore ebraico e
fantasie sioniste sono una fonte di diritto più che
sufficiente a far si che la “scelta” degli Ebrei di
prendersi la terra dei Palestinesi sia la cosa più naturale
e legittima del mondo.
Il
secondo argomento, meno vacuo e più sottilmente
consapevole della natura coloniale ed aggressiva del
progetto sionista, è l’affermazione che non vi era mai
stato uno stato di Palestina prima dell’immigrazione
sionista, neanche nella forma frammentaria degli
staterelli italiani prima dell’unificazione. La
nozione viene ripetuta, e ripetuta, e ripetuta, per
arrivare a suggerire, senza mai dirlo esplicitamente,
che se non vi era uno
stato nell’accezione propria del termine, non
vi erano perciò neanche diritti nazionali da parte
delle popolazioni indigene, e dunque vi era un diritto
di predazione da parte di chi, venendo da fuori,
poteva disporre di più ricchezza e forza militare.
Questo era vero per i nuovi predoni coloniali, i
Britannici, subentrati agli Ottomani, ed era vero per
i predoni Ebrei sionisti, che utilizzarono
l’infrastruttura coloniale britannica per forzare le
porte dell’immigrazione, e per sfruttare l’ignoranza
dei contadini palestinesi, che
non sapevano difendersi legalmente dai frutti
avvelenati del recente codice civile ottomano, che
inventava proprietà individuali dove per secoli
c’erano stati diritti comunitari, permettendo al Fondo
Nazionale Ebraico di acquistare da privati che
vivevano a Damasco o a Istambul terre comuni che
appartenevano alle comunità contadine, che col
lavoro di generazioni avevano reso fertili i
suoli e creato un ammirevole rete di irrigazione.
Gli
esempi potrebbero essere moltiplicati, ma già dovrebbe
essere chiaro il procedimento di Furio Colombo: si
prendono parole come Olocausto, Resistenza,
Risorgimento, Sionismo, gli si dà una bella shakerata,
e si crea un alone emotivo in cui cose molto diverse
tra loro appaiono come se fossero la stessa cosa. A
questo punto ci si rivolge alla sinistra e si dice: lo
vedete? Se siete di sinistra non potete che amare
Israele. Qualche amante dei beveroni potrebbe anche
cascarci.
Altra
mossa di Furio Colombo è la menzione costante di David
Grossman come campione dell’anima più profonda di
Israele, e della vocazione di Israele alla pace. Come
si mettono i critici di sinistra di Israele di fronte
a Grossman, che ovviamente li spiazza? Colombo sembra
dare per scontato che la figura di David Grossman sia
al di là di ogni critica, e questo perché quando La
Repubblica, giornale di sinistra, vuole un
articolo “pacifista” sul conflitto
israelo-palestinese, lo fa scrivere a Grossman.
Torneremo in seguito su questa confusione che Colombo
fa costantemente tra l’ufficialità della sinistra dei
partiti e dei grandi organi di stampa, e le opinioni e
i sentimenti reali della gente di sinistra. Sta di
fatto che David Grossman non è affatto la moglie di
Cesare, e può essere messo in discussione eccome. Il
fondamentale sionismo di Grossman lo porta
ad evitare attentamente qualsiasi analisi sulle cause
reali del conflitto, rendendo blande le sue critiche
alle posizioni Israele e riducendo tutto il suo
discorso sulla pace ad un appello ai buoni sentimenti.
La prova migliore di ciò è che le organizzazioni
pacifiste e dei diritti umani di Israele ignorano del
tutto, o quasi, David Grossman, come Oz e Yehoshua, in
quanto autori di un pacifismo letterario tutto ad uso
e consumo della patinata stampa europea. La natura
dell’impegno di pace dei tre si può cogliere dalla
loro lettera di appoggio all’invasione del Libano un
anno fa, pubblicata quando tutti credevano che Israele
avrebbe vinto, e smentita da un’altra lettera, ancora
firmata dai tre e invocante stavolta la pace,
pubblicata pochi giorni prima della cessazione delle
ostilità quando era ormai chiaro che Israele non
poteva venire a capo di Hezbollah. Istinti pacifisti
che, come un fiume carsico, appaiono e scompaiono
secondo i pronostici sull’andamento
delle operazioni di IDF.
Ma
c’è ancora qualcosa da dire su Grossman. I suoi
limiti, di cui Colombo non ha e non può avere
sospetto, sono fondamentalmente ideologici, legati al
suo sionismo
che gli impedisce
di assumere condotte che potrebbero davvero
impensierire Israele. Di fatto, nel volere essere la
coscienza critica di Israele Grossman riesce
solo ad esserne il
fiore all’occhiello agli occhi dell’opinione pubblica
internazionale. I suoi accorati appelli alla pace
fanno meno per rimuovere gli ostacoli che vi sono
dentro Israele per muoversi in quella direzione, che
non per permettere ai difensori di Israele di dire:
“Come potete dire che siamo dei guerrafondai quando i
nostri più grandi scrittori, Grossman, Oz e Yehoshua
non fanno che parlare della necessità di fare la pace
con i Palestinesi e il mondo arabo?” Ciononostante i
limiti di Grossman sono essenzialmente ideologici, e
lui non può agire in maniera davvero incisiva perché
dovrebbe mettere in discussione troppi tabù. Ma questo
non significa, nella modesta opinione di chi scrive,
che Grossman non abbia una sua integrità e un sincero
desiderio di pace, per quanto perseguito
in modo inadeguato. Ed è bene dire subito che se
Colombo, implicitamente, attraverso la menzione
elogiativa di Grossman vuole suggerire al lettore di
La fine di Israele che il Grossman italiano è
lui, questa pretesa va confutata
subito. Di Grossman Colombo non ha l’integrità, ed il
suo desiderio di pace è assai più di circostanza e
retorico, essendo in realtà tutte le sue energie
impegnate nell’apologia di Israele. Furio Colombo non
è il Grossman italiano, è il Dershowitz italiano, cioè
il fabbricante su scala industriale di sofismi
filo-israeliani in salsa liberal-sinistroide. Il
consenso dei progressisti, spendibile sul piano
politico in Medio Oriente come in Italia, gli
interessa assai più della pace.
Dove
però la meschinità dialettica di Furio Colombo rifulge
nel modo più brillante è quando arriva a parlare dei
nemici diretti di Israele, che sono nell’ordine i
“ricchi paesi arabi”, l’Iran, Hezbollah e Hamas. No,
tra i nemici di Israele non si annoverano i
Palestinesi, per qual tanto di etica della politica
che Colombo ha in comune con Walter Veltroni.
I
“ricchi stati arabi” vengono continuamente presentati
nel libro per ribaltare la comune visione di Israele,
stato ricco e potente, di suo e per i gli appoggi
internazionali di cui gode, proponendo un nuovo schema
Davide (Israele) e Golia (stati arabi), dove la
differenza del potere è data
dal petrolio, che gli Arabi hanno e Israele no. Avendo
già dato all’inizio un assaggio di cos’è la storia
contemporanea per Furio Colombo si ha l’impressione di
sparare sulla Croce Rossa
quando si ricorda che i paesi leader del nazionalismo
arabo, il nemico storico di Israele prima del sorgere
della minaccia islamista, erano l’Egitto e la Siria,
paesi con una produzione di petrolio modesta, ed il
cui rango internazionale era dovuto semmai
all’alleanza con l’Unione Sovietica. Analogamente si
può ricordare che i paesi del Golfo, a partire
dall’Arabia Saudita, sono satrapie filo-occidentali,
che non normalizzano i rapporti con Israele perché la
gente farebbe cadere quei regimi in cinque minuti. Gli
unici stati che rientrano nella caratterizzazione di
Colombo sarebbero l’Iraq e l’Iran, ma il primo ha
avuto solo un ruolo secondario nelle guerre con
Israele, fino ad uscire definitivamente di scena nel
1991 , ed il
secondo non è mai stato una minaccia fino al 1979
perché la dittatura filo-americana dello Sha ne
faceva semmai
un buon amico. Eppure nel dettato colombiano questi
stati avrebbero congiurato contro la nascita di uno
stato palestinese vuoi per ingordigia verso quella
terra su cui in molti avevano mire annessionistiche (a
differenza di Israele), vuoi per un irreconciliabile
odio verso Israele a cui non avrebbero mai concesso
alcuna chance. I Palestinesi sarebbero stati solo
osservatori passivi di questo grande gioco che veniva
fatto sulle loro teste, tra l’irrazionale violenza
araba e il povero
meschino Israele costretto a difendersi per la
sua sopravvivenza. Per quanti a sinistra possano
trovare interessante una simile posizione occorre
avvertire che la lettura di La fine di Israele
lascia pochi dubbi: Colombo vi concederà volentieri di
avere simpatia per i Palestinesi, ma se volete saltare
sulla sua barca dovrete condividere la sua razzistica
caratterizzazione della politica araba. Il
corrispettivo iconografico è un arabo barbuto,
con gli occhi da pazzo e
un pugnale tra i denti, che stringe un
kalashnikov con una
mano e una pompa di benzina con l'altra.
In
conformità con le direttive di propaganda del
ministero degli esteri di Israele, la vera e nuova
bestia nera di Colombo è l’Iran e Ahmadinejad. In
tutto il libro,
in maniera ossessiva e quasi ipnotica si ripete che
Ahmadinejad avrebbe proclamato l’intenzione di
“cancellare Israele dalle carte geografiche”. Il
tormentone è esasperante.
Va precisato che il libro è stato stampato nel Giugno
del 2007, quando Furio Colombo avrebbe avuto tutto il
tempo di venire a sapere che quella traduzione delle
parole di Ahmadinejad è, nella migliore delle ipotesi
controversa, e molto probabilmente fraudolenta e
tendenziosa. Nell’originale in farsi, infatti, non
compaiono né la parola “cancellazione” né le parole
“carte geografiche”. Ahmadinejad dice invece che
Israele scomparirà dalla storia (e non dalla
geografia), esprimendo una previsione curiosamente
affine a quella che porta Furio Colombo ad intitolare
il suo libro La fine di Israele. Per
Ahmadinejad Israele scomparirà perché è troppo
canaglia per sopravvivere, e per Colombo perché è a
corto di buoni amici. Sfumature diverse per una
sostanza che non cambia molto. Ma su una questione
come questa non vale davvero la pena scrivere una
lettera all’Unità, come quelle, aspramente critiche
verso Israele che Colombo riporta nel libro e
che sono così affette da “pregiudizio antiebriaco”
(non vorremo chiamare antisemiti i lettori dell’Unità,
vero?). Il fatto che Ahmadinejad sia l’equivalente
politico di Freddie Krueger, e che ciò sia dimostrato
dalla sua affermazione di voler “cancellare Israele
dalle carte geografiche”, appartiene a quel genere di
credenze che resisteranno sempre,
presso quelli come Furio Colombo,
a qualunque assalto di evidenze contrarie basate sui
fatti e che, col tempo, vengono ad integrarsi in un
nocciolo duro di propaganda filo-israeliana da
custodire e passare alle future generazioni con
l’atteggiamento più dogmatico e chiuso alla critica.
Un’altra credenza di questo tipo, ovviamente ribadita
nel libro, è quella dell’aggressione araba
sventata da Israele nel 1967 con l’attacco
preventivo che dette luogo alla guerra dei sei
giorni. Che persino nel fronte filo-israeliano, da
Michael Oren ad Abba Eban, ormai c’è gente che ritiene
impresentabile questa versione dei fatti, o che essa
andrebbe almeno discussa alla luce delle dichiarazioni
di Moshe Dayan, che in un’intervista a Le Monde
ammetteva candidamente di aver attuato nei giorni
precedenti l’attacco provocazioni attive nelle zone di
confine demilitarizzate del 1948 con la Siria per
spingere Damasco alla guerra, costituisce quel genere
di argomento che non ha alcuna possibilità di scalfire
le certezze granitiche di Furio Colombo. Perché si sa
che se si vanno a toccare quei punti, tutto l’edificio
della propaganda israeliana crolla.
E’
divertente lo sconcerto di Colombo alla passività del
mondo di fronte al programma nucleare dell’Iran.
L’Iran vuole dotarsi della bomba atomica, e quando
l’avrà passerà alla “cancellazione d’Israele dalle
carte geografiche”.
Punto. Che in realtà l’Iran non stia facendo nulla a
cui non abbia un “diritto inalienabile” in virtù del
Trattato di Non Proliferazione (di cui è
sottoscrittore), che consente e incoraggia l’uso
dell’energia atomica a scopi civili, e che l’Iran
abbia bisogno di energie alternative perché i mari di
petrolio su cui si galleggia
non eliminano di per sé gli elevati costi della
raffinazione, costringendo l’Iran a importare benzina
dall’estero, viene ignorato con tale tracotante
sufficienza da infastidire persino chi non se la sente
affatto di escludere che il vero obiettivo di Teheran
sia l’acquisizione della bomba atomica. C’è un punto
nel libro in cui l’autore esprime la sua angoscia per
la negligenza del mondo verso la potenza missilistica
nord-coreana (ampiamente sotto controllo) e l’arsenale
nucleare iraniano (inesistente). Ma il lettore che
iniziasse a leggere La fine di Israele
ignorando i termini elementari del problema nucleare,
arriverebbe all’ultima pagina senza aver appreso che
l’unica potenza nucleare del Medio Oriente è Israele,
che l’arsenale nord-coreano
al confronto impallidisce, che Israele si rifiuta di
sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione
nucleare, e che nella diplomazia occidentale l’atomica
israeliana è un tabù a
cui non si può nemmeno fare
cenno. L’altra clamorosa omissione che
restituisce bene il senso dell’integrità morale
dell’apologetica filo-israeliana di Colombo, è che in
tutto il libro non viene mai pronunciata la parola
“insediamenti”, e l’autore sembra ignaro che nel
momento in cui,
uno o due mesi fa,
metteva la parola fine al suo libro (ed ora, per chi
sta leggendo questa recensione), l’attività di
espansione coloniale israeliana
nella West Bank procedeva a tutto vapore. Tanto
per aiutare la causa della pace.
Di
Hamas ed Hezbollah, in tutto il libro, si parla come
se fossero la Spectre o Fantomas, cioè organizzazioni
dedite al male perché essenzialmente maligne e votate
alla congiura contro tutte le persone del bene del
mondo. Se qualcuno descrivesse polemicamente Israele
con il senso della sfumatura di Furio Colombo quando
parla di Hamas ed Hezbollah si direbbe che sta
prendendo i suoi esempi dai Protocolli
dei Savi di Sion, ma si
sa, se la disinformazione dell’Ochrana zarista
avesse preso di mira gli Arabi oggi sarebbe molto più
simpatica. Per la verità una piccola “analisi” è
dedicata ad Hezbollah per mettere in rilievo
l’abbondanza delle sue fonti di finanziamento e il
carattere sofisticato dei suoi armamenti.
Questo, secondo la sua logica, dovrebbe essere
sufficiente a smentire la sua
natura di organizzazione
partigiana. A
Furio Colombo, “formato nel ricordo della Resistenza”,
i partigiani piacciono con le pezze al culo,
finanziati dalle collette fatte al bar, ed armati con
la doppietta del nonno.
Per
finire spendiamo qualche parola sulla scaltra
confusione con cui Colombo parla di “sinistra”. La
frase chiave di tutto il libro è questa: “Gli Europei
si fanno avanti con richieste severe verso Israele,
blocchi di accordi culturali e accademici, blocco
della cooperazione militare, ma non si sono mai
sognati di essere così severi con Hezbollah e con il
presidente iraniano. Né di obiettare, da sinistra, al
vasto coinvolgimento inglese (governo laburista) nella
disastrosa infinita guerra in Iraq. Perché Blair
merita tutta la nostra fiducia, mentre Olmert va messo
sotto severa tutela? Perché tutti ci specializziamo
nella lista dei suoi errori mentre Blair non paga
neppure il prezzo che è toccato a Bush?” Colombo è
più a sinistra di Tony Blair, par
di capire. E si secca vedendo che gli Europei
di sinistra, quelli che invocano “richieste severe
verso Israele, blocchi di accordi culturali e
accademici, blocco della
cooperazione militare”, non se la prendano con Blair
almeno altrettanto seriamente di come
fanno con Olmert. Naturalmente, chiunque si sia
occupato di campagne di boicottaggio o di messa “sotto
tutela” di Israele sa che queste posizioni vengono da
ambienti della sinistra che disprezzano Blair almeno
tanto quanto disprezzano Olmert, e in realtà molto di
più. Viceversa, la sinistra che conosce il senatore
Colombo (ex dirigente Fiat), quella che si incontra
nelle redazioni della Grande Stampa Libera italiana o
alla bouvette di Palazzo Madama, come non parla mai
male di Blair neanche si
sogna la notte di avanzare
“richieste severe verso Israele, blocchi di accordi
culturali e accademici, blocco della cooperazione
militare”. Ma usando la parola “sinistra” come
amalgama dialettico, ecco che si fondono insieme due
cose completamente diverse, e ciò che in realtà le
distingue profondamente viene presentato come
contraddizione insita in un’unica entità. E la
sinistra passa per ipocrita.
La
verità è che l’impresa che Furio Colombo si propone
con questo libro, conquistare la sinistra alla causa
di Israele, è disperata ed intrinsecamente
contraddittoria, perché nel momento in cui ci
riuscisse non sarebbe più la sinistra, ma un'altra
cosa.
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