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Il discorso di Romano
Prodi tenuto oggi a Gerusalemme al termine
dell’incontro con Ehud Olmert era incentrato sugli
attacchi ai negatori della Shoah ,
sui riferimenti agli Israeliani come “il popolo
ebraico” senz’altro, e sul diritto di Israele ad
esistere nella sicurezza. Ad un giornalista che glielo
chiedeva ha risposto che l’Italia, attualmente al
comando della missione UNIFIL in Libano, è pronta a
modificare le regole di ingaggio se l’ONU lo
richiederà, e la contemporaneità di questa
dichiarazione con l’affermazione di Sarkozy che
Hezbollah deve “rinunciare al terrorismo” suggerisce
che il tipo di cambiamenti a cui Prodi stava pensando
non riguardano l’uso di missili antiarei contro le
violazioni dello spazio aereo libanese da parte
dell’aviazione israeliana.
Alla pratica degli
assassini mirati che in queste ore Israele sta
praticando con molto zelo nella West Bank e nella
Striscia di Gaza Prodi non ha dedicato alcun commento.
Peraltro, dato che nei giorni precedenti a questa
visita di stato in Israele la Grande Stampa
Libera italiana ha dedicato dotte
riflessioni sull’aberrazione morale di quei medici
britannici di origine arabo-musulmana che vengono meno
al giuramento di Ippocrate e mettono a repentaglio le
vite e l’incolumità fisica di innocenti con atti
terroristici, sarebbe stato interessante sapere cosa
Prodi pensa dei malati gravi al valico di Rafah --
sigillato da Israele -- che dopo un viaggio della
speranza in Egitto, sono abbandonati e lasciati a
morire senza assistenza nel deserto. Ma anche su
questo, Prodi non ha fatto commenti. Sappiamo che ha
espresso “soddisfazione” per la decisione di Israele
di rilasciare 250 detenuti palestinesi, scelti in base
al criterio di affiliazione a Fatah, cioè la cupola
dell’OLP, l’Organizzazione per la Libagione della
Palestina. Fa indubbiamente piacere sapere che i
rilasciati non hanno le “mani macchiate di sangue
ebraico”, ma sarebbe interessante sapere cosa ci
facevano nelle prigioni israeliane dato che la
Convenzione di Ginevra impedisce il trasferimento
all’estero di residenti in zone di occupazione
militare, e
che le condizioni di cosiddetta “detenzione
amministrativa” a cui erano soggetti non contemplano
né un processo né la formalizzazione di accuse. Prodi
avrebbe potuto chiarire l’enigma per noi facendo una
semplice domanda, ma deve essersene dimenticato.
Aspettiamo comunque che,
come già accaduto mesi fa in occasione della vista di
Olmert a Roma, l’emittente televisiva
israeliana Channell 10 mandi in onda la nuova Candid
Camera in cui si vede Olmert che imbecca il Presidente
del Consiglio della Repubblica Italiana prima della
conferenza stampa.
Sul personaggio sarebbe
ora che anche gli ultimi illusi aprissero gli occhi e
si rendessero conto come il sempre più liso velame di
bonomia cattolico-bolognese non può più nascondere la
trama personale di amoralità e assoluto cinismo. Sul
piano politico, il viaggio in Israele fornisce la
misura di quanto qualsiasi atto da parte dell’Europa
che ponga pressioni su Israele per un serio impegno in
veri negoziati di pace, per non parlare della denuncia
della natura di regime apartheid di Israele, sia
completamente fuori dalla rosa delle opzioni contemplate.
Da oggi è vietato dire che l’Europa ha “rinunciato ad
esercitare il suo ruolo”. L’Europa svolge un ruolo
quanto mai attivo nel sostenere Israele nelle sue
politiche di espansionismo, annessione, genocidio,
pulizia etnica, apartheid, e
discriminazione razziale dei suoi stessi
cittadini di origine araba.
Perché l’Europa abbia
adottato una politica di tale sfacciata luogotenenza
agli interessi USA e
israeliani, proprio nel momento di più profonda e
disperata sofferenza della Palestina dai giorni della
Nakba, una sofferenza a cui spesso in passato si è
mostrata sensibile anche se in modo sterile e
inconcludente, non è facile da spiegare. E’ come se di
fronte all’insuccesso dei deboli e futili tentativi
attuati nei decenni per moderare il progetto sionista
di avida espropriazione e pulizia etnica del popolo
palestinese, abbia ora deciso la linea del “colpo di
grazia” per sbarazzarsi definitivamente del problema
e non pensarci più.
In un’intervista
rilasciata alla New Left Review nei giorni
immediatamente successivi alla Guerra dei Sei Giorni,
l’intellettuale ebreo marxista Isaac Deutscher
sosteneva che la paranoia degli Israeliani per la
propria sicurezza, e l’idea che l’unico modo di andare
d’accordo con gli Arabi era di atterrirli con la
propria potenza militare (il cui potere di deterrenza
doveva essere “dimostrato” di tanto in tanto,
cogliendo la prima occasione propizia), non
appartenevano in principio al modo di pensare degli
Ebrei di recente immigrazione. Il diffondersi di una
tale mentalità fu piuttosto il risultato di una
insistente campagna dei loro leader politici, che
avevano bisogno di creare un grande consenso alle
politiche di espansione di Israele, che andavano molto
oltre le porzioni di territorio assegnate dal Piano
di Partizione del 1947. Questa campagna, a sua volta,
ebbe successo perché trovava un terreno estremamente
fertile nel senso di colpa che gli Ebrei provavano
verso quei Palestinesi che avevano scacciato dalle
proprie case e dalle proprie terre, riducendoli
ad un popolo di apolidi. C’erano due modi per fare i
conti con questo senso di colpa: riconoscerlo e
cercare di compensare in qualche modo l’ingiustizia
che era stata commessa con
un compromesso che tenesse conto dei bisogni di tutti
e due i popoli; o altrimenti negarlo, affidando
alla potenza militare il compito di evitare
ritorsioni.

L’Europa si è trovata ad una svolta simile a quella
descritta da Deutscher
per Israele. Come le prime generazioni di Israeliani
prova verso i Palestinesi un grande senso di colpa, e
ne ha ben donde anch'essa.
Poteva riconoscere i suoi peccati
di omissione ed impegnarsi in un nuovo attivismo diplomatico volto
a promuovere pace e giustizia. Ma ha scelto di
guardare dall’altra parte mentre il boia prende
la mira per sparare
alla nuca dell’agonizzante popolo palestinese.
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