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Anno III - COMUNICATO 7/2 - 22 GENNAIO 2008

 

 

Il Corriere del 21 gennaio 2008

pubblica questo articolo  firmato Battista Pierluigi,

cui fa seguito una nostra risposta

Particelle elementari

www.corriere.it

 

 Quelle proteste per gli scrittori israeliani invitati alla Fiera del libro di Torino.


Ernesto Ferrero ha avuto il coraggio di un gesto che, in condizioni normali, non dovrebbe essere coraggioso ma semplicemente ovvio: invitare gli scrittori a una Fiera del libro. Ma il direttore della Fiera torinese ha deciso di ospitare gli scrittori israeliani e per invitare gli scrittori israeliani di questi tempi ci vuole coraggio, e molto fegato in grado di sfidare gli intolleranti che i libri non vogliono leggerli, bensì mandarli al rogo. E infatti gli intolleranti, inorriditi perché a Torino verranno a parlare scrittori del calibro di Avraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Aaron Appelfeld, hanno già manifestato il loro sdegno censorio. Negando l'esistenza dello Stato di Israele, del resto, non possono che negare l'esistenza di una letteratura israeliana. Protestano, come ha fatto il Pdci di Torino. Sono pronti a gridare il loro immacolato «antisionismo» (versione politically correct dell'antisemitismo) e anche a oltraggiare, come al solito, la bandiera con la stella di Davide. Nel nome della lotta all'oppressione, naturalmente: pura neolingua orwelliana. Non impediranno, si spera, il regolare svolgimento della Fiera di Torino. Ma è possibile che riescano a procurare un effetto intimidatorio. E ad alimentare attorno a un'occasione di dibattito e di riflessione un' atmosfera di paura e di tensione che scoraggia l'espressione libera e disinibita di ciò che si pensa in un pubblico confronto. A questo serve l'intimidazione preventiva: a smussare i dissensi, a indurre una tentazione di autocensura in chi, per non infiammare gli animi e per esibire virtuosamente una buona volontà «dialogante», rinuncia a dire ciò che potrebbe apparire una «provocazione», potrebbe rappresentare l'esca di un conflitto, potrebbe offendere la sensibilità di chi considera la tua stessa presenza (di più: la tua stessa esistenza) come un atto d'arroganza. Se ne rende conto lo stesso Ferrero quando, sulla Stampa, ricorda che in un articolo Yehoshua aveva denunciato «senza mezzi termini la pratica israeliana degli "avamposti" in Cisgiordania. Dovremmo zittire anche lui?». Ma perché, se invece Yehoshua avesse scritto il contrario, avrebbe forse meritato l' intimazione al silenzio? Il rischio è insomma che il prezzo richiesto per farsi accettare sia quello di dire cose soltanto «accettabili», ma così accettabili che potrebbero essere pronunciate anche da chi vuole mettere il bavaglio a uno scrittore, ostracizzato e boicottato solo perché israeliano. Yehoshua ha scritto esattamente ciò che pensa da tempo, beninteso. Ma è anche possibile che nella variegata e pluralistica democrazia israeliana, a differenza di ciò che accade nella totalità delle nazioni rette da dispotismi che la circondano, altri scrittori la pensino diversamente dal loro più rinomato collega. Cosa fare in quel caso? Zittirli a priori per evitare che siano zittiti con metodi più brutali? Chiedere loro di attenuare e di edulcorare il proprio pensiero per renderlo più innocuo? Ecco perché funziona l'intimidazione preventiva: la libertà di parola è disinnescata, il pensiero pericoloso depotenziato. Gli intolleranti lo sanno, e perciò non perdono occasione per mettersi in mostra.

Battista Pierluigi

Risposta della nostra redazione:

Ciò che Battista Pierluigi non dice, non si sa se per non aver capito i termini del dissenso o per pura malafede, è che il dissenso non è manifestato nei confronti dei giornalisti come singole persone, ma per il fatto che venga presentato Israele come "ospite d'onore", da rappresentanti del mondo intellettuale ebraico.

Se tali scrittori fossero stati invitati alla Fiera del libro in quanto rappresentanti di se stessi, come tanti altri, si sarebbero potute anche forse criticare le loro opere letterarie in quanto tali, ma nessuno si sarebbe sognato di chiedere il loro imbavagliamento (cosa che invece giornali come il Corriere fanno abitualmente nei confronti di altri intellettuali non-politically-correct), altrimenti si dovrebbe chiedere la chiusura della maggior parte dei quotidiani, o Tiggì, che giornalmente elargiscono malainformazione a piene mani.
Dedicare una Fiera del "Libro", di un oggetto che normalmente veicola cultura, tradizioni, storia, memoria, esperienze, ad un'entità coloniale che, da oltre 60 anni ed in pieno disprezzo dell'autorità internazionalmente riconosciuta, ha cancellato fisicamente e continua a cancellare cultura, tradizioni, storia, memoria, esperienze di una popolazione intera, radendo al suolo i villaggi, case, chiese, moschee, cimiteri, persone, per eliminare ogni loro traccia, è a mio parere una contraddizione con ciò che "il libro" rappresenta come mezzo d'informazione e formazione.
In parole più semplici: dedicare un avvenimento culturale importante, come quello del libro, a un'entità (non a persone singole) che di cultura e memoria se ne fa un baffo, a meno che non sia esclusivamente la sua, è una contraddizione nei termini, un'offesa all'intelligenza e alla cultura.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere nè con "l'intolleranza", nè con "l'antisemitismo" o "antisionismo".

Non si chiede o pretende di negare la parola a chicchessia, per via dell'appartenenza razziale, religiosa o fede politica, ma si protesta l'incongruenza di dedicare uno spazio multiculturale ad uno Stato coloniale etnocentrico, che delle altrui culture se ne fa un baffo sino a cercare di estirparne la memoria.
Cercare di porre il discorso in termini diversi dimostra solo la poca perspicacia dell'articolista o la sua totale malafede. In altri termini: o ci fa o ci è.

 

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