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Israele ha bombe al neutrone (da genocidio)
Maurizio Blondet
per www.effedieffe.com
16/01/2008
Mordechai Vanunu all'uscita dal carcere nel 2004 dichiaro':
«Israele non ha bisogno di armi nucleari specialmente ora
che tutto il Medio Oriente ne è libero». L'Iran non esisteva
ancora...
Bombe atomiche, bombe all'idrogeno,
bombe al neutrone: trovo questa informazione relativa al
ricco arsenale atomico isrealiano sul sito specializzato
«Nuclear Weapon Archivi»
(1).
Le bombe a neutroni sono quelle che distruggono ogni forma
di vita, ma lasciano intatti installazioni e infrastrutture.
Non sono armi né difensive né di deterrenza: sono armi
intese al genocidio e all'occupazione di un Paese
previamente spopolato, ma efficiente e funzionante per
l'occupante.
Non era questo il parere dell'inventore, il fisico ebreo
americano Sam Cohen, che mise a punto la bomba a neutroni
negli anni '60.
Cohen, uno dei tanti dottor Stranamore occupati dalla RAND
Corporation, raccomandò l'uso del suo ordigno preferito
contro il Vietnam: era «perfetta
per liquidare i vietcong nascosti nelle foreste e nei
sotterranei».
La raccomandò anche per l'Europa: in caso di guerra contro
l'URSS, il neutrone consente - ragionava Cohen - una
«escalation» dalla guerra convenzionale che non porti
immediatamente all'olocausto nucleare in Europa, che il
fallout radioattivo avrebbe reso inabitabile per decenni.
Invece, col neutrone, si salvavano le autostrade, le
ferrovie, le centrali e i ponti, le ottime infrastrutture
della vecchia Europa.
Un'arma «sana», per Cohen.
I politici americani furono più sensati.
McNamara dichiarò pubblicamente che gli USA non avrebbero
mai usato per primi un'arma atomica in Vietnam, accorto
pronunciamento di una dottrina strategica fatto per
assicurare russi e cinesi.
Carter negò lo sviluppo dell'arma, anche in seguito a
proteste e manifestazioni delle sinistre europee.
Cohen, troppo insistente, finì per essere licenziato anche
dalla RAND.
Nel 1979 il fisico contattò Ronald Reagan che accettò le sue
idee, e ordinò lo sviluppo e il dispiegamento di numerosi
ordigni al neutrone.
Ancora nel '97, intervistato quasi ottantenne, Cohen
predicava la bontà tattica della sua bomba. Anche contro la
Russia «che ha più
bombe atomiche di noi», e contro le navi nemiche
egli eserciti in avanzata che lui immaginava.
Le sue idee sono normali in Israele.
Sia l'israeliano transfuga Mordechai Vanunu (18 anni in
carcere per tradimento) sia il giornalista Seymour Hersh,
ben informato di cose militari, hanno dato un quadro
abbastanza preciso, anche se invecchiato, dello sforzo
nucleare israeliano.
Vanunu ha lavorato nella installazione «Machon» (la «Machon
1» è il reattore principale, sotto una cupola corazzata)
dove, nei sei piani sotterranei, si separa e purifica il
plutonio e si fabbricano i componenti al berillio e al litio
per le testate nucleari.
Machon 3 è l'impianto chimico di produzione del deuterio di
litio 6, ma vi si preparano anche le barre fissili per i
reattori partendo dall'uranio naturale.
Machon 4 è l'impianto di trattamento delle scorie di
plutonio prodotte da Machon 2, ossia da cui probabilmente
viene separato il materiale fissile riusabile da quello
spento.
A Machon 5 si coprono di alluminio le barre per le centrali.
Machon 6 è la centrale energetica di Dimona, che fornisce
l'elettricità a tutti gli impianti.
Machon 8 (non esiste Machon 7) contiene laboratori di prova
e sviluppo dei processi; in esso, una Unità 840 è destinato
alle centrifughe a gas per l'arricchimento.
Machon 9 è l'impianto laser per l'arricchimento, Machon 10 è
la fabbrica delle munizioni fatte con l'uranio impoverito
residuo dei processi precedenti.
Vanuno ha rivelato anche che Israele possiede armi a
fusione.
Il tritio necessario, inizialmente prodotto a Machon 2
(Unità 92) per separazione dall'acqua pesante usata come
moderatore del reattore, dal 1984 viene estratto in una
nuova Unità 93 direttamente dal litio arricchito e irradiato
dal reattore.
Ciò consente una produzione più massiccia, come ha
confermato il Sudafrica che negli anni '70 aveva un'intima
collaborazione con l'altro Stato di apartheid.
Tra il '77 e il '79 il Sudafrica ricevette da Israele 30
grammi di tritio, che è considerata una quantità da
produzione su larga scala.
Il tritio in grande quantità (20-30) grammi è necessario
anche nella bomba al neutrone.
Siccome produrre più tritio significa dover produrre meno
plutonio (un grammo di tritio «spiazza», diciamo così, 80
grammi di plutonio) molti esperti del settore hanno dubitato
che Israele avesse tali bombe.
Scetticismo rafforzato dalla difficoltà di mettere a punto
tali armi senza prove e test esplosivi, che apparentemente
Israele non compie.
O che compie di nascosto in qualche modo.
Del resto, un test atomico in atmosfera fu compiuto in
Sudafrica.
Hersh tuttavia assicura che Israele dispone di «bombe
compatte a fissione rafforzate» (boosted) con la fusione,
bombe al neutrone (nell'ordine di centinaia fin dagli anni
'80, proiettili d'artiglieria nucleari e mine nucleari.
Il numero totale delle testate, inizialmente ipotizzato a un
centinaio, oggi si valuta fra le 300 e le 500: abbastanza
per consentirsi anche armi cosiddette «tattiche».
L'arma al neutrone, che come diceva Cohen «uccide i
cattivi» ma lascia le installazioni intatte e il territorio
abitabile, appare adattissima alle mire e alle paranoie
israeliane: difficile se ne sia privata.
Si aggiunga che almeno dal 1997 Sion si è data i vettori per
lanciare le sue bombe contro qualunque nemico: il Jericho 2,
con 1.500 chilometri di gittata, può colpire l'Iran, la
Libia e la Russia meridionale, e ovviamente l'Arabia
Saudita, di cui sarebbe un peccato rovinare le
installazioni. Secondo Jane's, Israele nel '97 aveva già tre
squadroni con missili Jericho.
Come si è saputo, nel suo viaggio in Medio Oriente il
presidente Bush ha venduto all'Arabia Saudita armamenti per
20 miliardi di dollari.
Quello che non si è detto che lo ha fatto scavalcando il
Congresso, che non riapre se non il 22 gennaio, quando sarà
praticamente spirato il periodo formale di 30 giorni in cui
il parlamento può anche bloccare quelle vendite.
Tra le cose vendute ci sono 900 bombe a guida satellitare,
le cosiddette bombe intelligenti, in sigla JDAM: proprio il
tipo di armi di cui senatori e deputati americani, su
pressione della nota lobby, hanno ferocemente osteggiato la
cessione ai Paesi musulmani, per «amici» che fossero.
Stavolta, nessuna protesta.
Lo ha notato David Isenberg, analista strategico
riconosciuto (2).
La mega-vendita all'Arabia Saudita, questa volta, è stata
«appoggiata dal governo israeliano e dai suoi sostenitori a
Washington».
Perché?
Naturalmente Ryad ha accettato le solite clausole,
limitazioni della portata e della potenza delle bombe
guidate da satellite, e in più l'impegno a non posizionarle
in basi vicine al territorio israeliano.
Precauzioni superflue, dato che notoriamente i sauditi fanno
incetta dei più fantastici armamenti americani più
tecnologicamente avanzati, che poi non sono capaci di usare.
«Specialisti
americani a contratto», ha scritto un altro
analista militare, William Arkin, «saranno
lì per l'addestramento, per la manutenzione e anche per la
operatività [bellica]
del nuovo arsenale
saudita».
Ciò che espone ancor più gli USA, secondo Arkin, alla
reazione delle popolazioni musulmane, «senza
alcun vantaggio per la nostra sicurezza».
Ma qui è la sicurezza di Israele che viene prima, come ha
ripetuto sostanzialmente Bush.
D'altra parte, come compensazione per aver lasciato vendere
ai sauditi quell'arsenale costoso quanto inutile, Israele ha
avuto (lo dice Isenberg) la promessa di «30,4
miliardi di dollari in armamenti nel prossimo decennio, un
aumento notevole rispetto ai 23 miliardi che Israele ha già
ricevuto nel decennio scorso».
E' così: per avere il permesso di vendere un miliardo di
armi ai sauditi, Washington deve regalarne un miliardo e
mezzo a Sion.
Perché Sion è un piccolo Paese debole e minacciato nella sua
stessa esistenza, e non ha abbastanza armi - mai abbastanza
- per acquietare le sue ansie.
Naturalmente, il tutto è stato «venduto» (all'opinione
pubblica) come la necessità di proteggere i Paesi «amici»
del Medio Oriente dalla vera gravissima minaccia atomica per
il pianeta intero: l'Iran.
E come no.
L'Iran atomico.
Anche se il rapporto NIE, compilato da 16 servizi
d'intelligence USA, ha chiarito che non c'è dal 2003 alcun
programma atomico militare iraniano, il presidente Bush -
secondo Newsweek – «ha
detto agli israeliani che lui non controlla la intelligence
community, ma che le conclusioni (del rapporto
NIE) non riflettono
le sue vedute».
Confermando con ciò la sua solida fama di ritardato globale:
un presidente che ammette di non «controllare» i suoi propri
apparati di spionaggio riduce ancor più la sua
autorevolezza, già a terra.
Ma con ciò, resta pericolosamente agli ordini di Giuda.
Attenzione al ritardato.
Nell'ottobre scorso, un giornalista gli chiese una
dichiarazione indignata su «Putin
che, obbligato dalla costituzione a lasciare la carica di
presidente ha annunciato che diventerà primo ministro, di
fatto mantenendo il potere e distruggendo tutte le speranze
di una genuina democrazia…».
La risposta di Bush fu: «Sto
programmando di fare lo stesso anch'io».
La cosa fu fatta passare per battuta di spirito.
Ma c'è anche uno spirito che a volte lascia scappare la
verità a chi ne abusa - in vino veritas.
Bush ha messo a punto tutte le norme «legali» che gli
consentano di prendere il potere, senza controllo
parlamentare, in caso di «emergenza nazionale», per
assicurare la «continuity of government», magari dopo
opportuno attentato o catastrofe
(3).
Forse la campagna presidenziale in corso, la gara tra Obama
e Hillary o tra Giuliani ed Uckabee, non lo preoccupa più
di tanto.
Maurizio Blondet
Note
1)
«Israel's nuclear
weapons program», nuclearweaponarchine.org, 10
dicembre 1997.
2)
David Isenberg, «Smart
bombs, dangerous ideas», Asia Times, 16 gennaio
2007.
3)
Si veda a questo proposito William White, «NSPD-51
and the Potential for a Coup d'Etat by National Emergency»,
The peoplesvoice.org, 5 novembre 2007. White esamina la
Direttiva presidenziale 51, emanata da Bush il 9 maggio
2007, che lascia al presidente, in caso di emergenza
nazionale, la facoltà di governare senza il congresso.
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