Israele
usa un falso parallelo per confondere
deliberatamente la comunita' internazionale.
Paragona un attentato kamikaze entro Israele
all'uccisione di militari o coloni armati nei
Territori Occupati. Si tratta dei soldati e
dei coloni che hanno, finora, assassinato
oltre 2.560 palestinesi e ferito decine di
migliaia di essi nei soli ultimi due anni.
Israele definisce "terrorista" un palestinese
che si arma per difendere casa, famiglia e
vicinato, la stessa terminologia usata per
descrivere un kamikaze che si fa esplodere in
una strada di Tel Aviv.
Questa impossibilita' di comprendere le
sofferenze patite dai palestinesi impedisce
anche di analizzare le motivazioni di un
kamikaze, nel piu' ampio contesto del
conflitto mediorientale. Di piu': impedisce
anche il riconoscimento del diritto dei
palestinesi a difendersi, mentre le loro terre
vengono invase e ri-invase da oltre 30 anni.
Il preambolo della Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo (adottata e proclamata
dalla Risoluzione 217 A (III) dell'Assemblea
Generale il 10 dicembre 1948) dichiara: "...
Dal momento che e' essenziale che i diritti
umani siano protetti dalla legge laddove
l'uomo non sia costretto, come ultima risorsa,
alla ribellione contro la tirannia e
l'oppressione".
In aggiunta, l'Assemblea Generale nella sua
20esima sessione nel 1965 riconobbe "la
legittimita' della lotta di un popolo sotto
dominio coloniale per esercitare il suo
diritto all'auto-determinazione ed
all'indipendenza". Un decennio piu' tardi, il
Protocollo Addizionale I della Convenzione di
Ginevra del 1949, passato nel 1977, dichiaro'
che la lotta armata puo' essere usata, come
ultima risorsa, per esercitare il diritto
all'auto-determinazione.
Si puo' anche obiettare, a seconda delle
proprie personali convinzioni,
sull'opportunita' o meno dell'uso della
resistenza armata, ma resta il fatto che i
palestinesi, se desiderano ricorrere alla
lotta armata, stanno solo esercitando il loro
legittimo diritto a resistere.
D'altra parte, gli attacchi kamikaze sono
chiaramente non sanzionati dalla legge
internazionale. Nonostante li condannino,
coloro che sono interessati ad una pace
duratura in Medioriente dovrebbero andare al
di la' della condanna verbale per analizzarne
le radici e le cause, un processo che
porterebbe sempre indietro, all'occupazione
illegale israeliana ed all'oppressione del
popolo palestinese.
La distinzione tra terrorismo ed il diritto a
resistere deve essere ristabilita, oggi piu'
che mai. L'iniziativa di pace della road-map,
proposta dagli USA e sostenuta da altri,
chiede che l'Autorita' palestinese distrugga i
gruppi che optano per una resistenza armata.
Tale richiesta da' i brividi, considerato il
fatto che non viene fatta alcuna richiesta ad
Israele di ritirarsi dai Territori occupati.
Inoltre, mentre i gruppi palestinesi erano
impegnati in colloqui col primo ministro Abu
Mazen per il cessate il fuoco, Israele ha
fatto sfoggio dei suoi consueti trucchi per
sabotare qualsiasi possibile accordo. Dal
giorno in cui il gabinetto israeliano ha
esitantemente deciso di accettare le linee
guida della road-map (con 14 riserve, che la
privano pressocche' di qualsiasi significato),
dozzine di palestinesi sono stati assassinati
per mano israeliana.
Persino la falsa speranza che Israele possa
cessare la costruzione di insediamenti
colonici su terra palestinese e' evaporata. Il
quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha
riportato, lo scorso 24 giugno, un'allarmante
dichiarazione fatta da Ariel Sharon, che si
rivolgeva al suo gabinetto dicendo: "Essi [i
coloni israeliani dei territori occupati]
possono costruire, ma non dovrebbero parlarne
e uscire in strada ballando ogni volta che
ottengono un permesso per costruire. Che
costruiscano senza parlare".
E' in questo contesto e con queste prospettive
che gli USA, l'Europa e le Nazioni Unite si
aspettano che i palestinesi gettino le armi.
Aspettarsi cio' dai gruppi palestinesi, senza
che nessuna delle letali azioni israeliane
sulla vita e sul tessuto sociale della
Palestina sia terminata, equivale a chiedere
al popolo palestinese una resa incondizionata,
cosa che i palestinesi rifiutano con veemenza.
Il successo di Israele nell'equiparare la
resistenza al terrorismo e' uno dei piu'
importanti fattori che portano molti a
ritenere che, una volta che i palestinesi
abbiano deposto le armi, la formula segreta
per la pace in Medioriente si sia ottenuta.
I palestinesi hanno il diritto di difendersi e
sono tenuti ad aderire a questo diritto.
Israele, al contempo, non ha alcun diritto di
forgiare liste di condizioni nei confronti
della resistenza palestinese, mentre continua
a far esplodere auto a Gaza piene di
passeggeri innocenti, con la scusa di
"combattere il terrorismo".
Se la resistenza armata sia una strategia
praticabile o meno, non e' il punto
essenziale. I palestinesi hanno il diritto
di resistere usando tutti gli umili mezzi
a loro disposizione, poiche' sono loro e
solo loro che devono raccattare i
brandelli del corpo dei loro cari, ogni
volta che Israele decide di far saltare
qualcuno in aria.
La resistenza ed il terrorismo sono due
cose completamente differenti e non e'
Israele ad avere il diritto di imporre la
sua definizione alla lotta palestinese. In
un mondo piu' giusto, i leaders israeliani
sarebbero stati consegnati alla giustizia
internazionale e processati per terrorismo
di stato. Ma, dal momento che non viviamo
in quel genere di mondo, almeno freniamoci
dal condannare i palestinesi e la loro
reazione all'incredibile ingiustizia che
subiscono da quasi sessant'anni.
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