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Anno II, Comunicato n. 69/3 (italiano), del 30/5/2007

 

 

Gettare le armi non e' un'opzione

http://www.arabcomint.com/

  l'Assemblea Generale nella sua 20esima 
sessione nel 1965  riconobbe "la legittimita' 
della lotta di un popolo sotto dominio 
coloniale per esercitare il suo diritto 
all'auto-determinazione ed all'indipendenza"

Prima di cominciare a discutere del soggetto suggerito dal titolo, dobbiamo comprendere la distinzione tra terrorismo e diritto a resistere.
Difficilmente si puo' controbattere al principio universalmente accettato secondo cui l'uccisione di civili innocenti per obiettivi  politici sia una forma di terrorismo. In effetti, applicando questa verita' al conflitto arabo-israeliano, e' chiaro che il popolo palestinese e' certamente la vittima ultima del terrorismo degli ultimi 55 anni.

 

Israele usa un falso parallelo per confondere deliberatamente la comunita' internazionale. Paragona un attentato kamikaze entro Israele all'uccisione di militari o coloni armati nei Territori Occupati. Si tratta dei soldati e dei coloni che hanno, finora, assassinato oltre 2.560 palestinesi e ferito decine di migliaia di essi nei soli ultimi due anni.
Israele definisce "terrorista" un palestinese che si arma per difendere casa, famiglia e vicinato, la stessa terminologia usata per descrivere un kamikaze che si fa esplodere in una strada di Tel Aviv.
Questa impossibilita' di  comprendere le sofferenze patite dai palestinesi impedisce anche di analizzare le motivazioni di un kamikaze, nel piu' ampio contesto del conflitto mediorientale. Di piu': impedisce anche il riconoscimento del diritto dei palestinesi a difendersi, mentre le loro terre vengono invase e ri-invase da oltre 30 anni.
Il preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (adottata e proclamata dalla Risoluzione 217 A (III) dell'Assemblea Generale il 10 dicembre 1948) dichiara: "... Dal momento che e' essenziale che i diritti umani siano protetti dalla legge laddove l'uomo non sia costretto, come ultima risorsa, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione".
 In aggiunta, l'Assemblea Generale nella sua 20esima sessione nel 1965  riconobbe "la legittimita' della lotta di un popolo sotto dominio coloniale per esercitare il suo diritto all'auto-determinazione ed all'indipendenza". Un decennio piu' tardi, il Protocollo Addizionale I della Convenzione di Ginevra del 1949, passato nel 1977, dichiaro' che la lotta armata  puo' essere usata, come ultima risorsa, per esercitare il diritto all'auto-determinazione.
Si puo' anche obiettare, a seconda delle proprie personali convinzioni, sull'opportunita' o meno dell'uso della resistenza armata, ma resta il fatto che i palestinesi, se desiderano ricorrere alla lotta armata, stanno solo esercitando il loro legittimo diritto a resistere.
D'altra parte, gli attacchi kamikaze sono chiaramente non sanzionati dalla legge internazionale. Nonostante li condannino, coloro che sono interessati ad una pace duratura in Medioriente dovrebbero andare al di la' della condanna verbale per analizzarne le radici e le cause, un processo che porterebbe sempre indietro, all'occupazione illegale israeliana ed all'oppressione del popolo palestinese.
La distinzione tra terrorismo ed il diritto a resistere deve essere ristabilita, oggi piu' che mai. L'iniziativa di pace della road-map, proposta dagli USA e sostenuta da  altri, chiede che l'Autorita' palestinese distrugga i gruppi che optano per una resistenza armata. Tale richiesta da' i brividi, considerato il fatto che non viene fatta alcuna richiesta ad Israele di ritirarsi dai Territori occupati. Inoltre, mentre i gruppi palestinesi erano impegnati in colloqui col primo ministro Abu Mazen per il cessate il fuoco, Israele ha fatto sfoggio dei suoi consueti trucchi per sabotare qualsiasi possibile accordo. Dal giorno in cui il gabinetto israeliano ha esitantemente  deciso di accettare le linee guida della road-map (con 14 riserve, che la privano pressocche' di qualsiasi significato), dozzine di palestinesi sono stati assassinati per mano israeliana.
Persino la falsa speranza che Israele possa cessare la costruzione di insediamenti colonici su terra palestinese e' evaporata. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha riportato, lo scorso 24 giugno, un'allarmante dichiarazione fatta da Ariel Sharon, che si rivolgeva al suo gabinetto dicendo: "Essi [i coloni israeliani dei territori occupati] possono costruire, ma non dovrebbero parlarne e uscire in strada ballando ogni volta che ottengono un permesso per costruire. Che costruiscano senza parlare".
E' in questo contesto e con queste prospettive che gli USA, l'Europa e le Nazioni Unite si aspettano che i palestinesi gettino le armi. Aspettarsi cio' dai gruppi palestinesi, senza che nessuna delle letali azioni israeliane sulla vita e sul tessuto sociale della Palestina sia terminata, equivale a chiedere al popolo palestinese una resa incondizionata, cosa che i palestinesi rifiutano con veemenza.
Il successo di Israele nell'equiparare la resistenza al terrorismo e' uno dei piu' importanti fattori che portano molti a ritenere che, una volta che i palestinesi abbiano deposto le armi, la formula segreta per la pace in Medioriente si sia ottenuta.
I palestinesi hanno il diritto di difendersi e sono tenuti ad aderire a questo diritto. Israele, al contempo, non ha alcun diritto di forgiare liste di condizioni nei confronti della resistenza palestinese, mentre continua a far esplodere auto a Gaza piene di passeggeri innocenti, con la scusa di "combattere il terrorismo".
 

Se la resistenza armata sia una strategia praticabile o meno, non e' il punto essenziale. I palestinesi hanno il diritto di resistere usando tutti gli umili mezzi a loro disposizione, poiche' sono loro e solo loro che devono raccattare i brandelli del corpo dei loro cari, ogni volta che Israele decide di far saltare qualcuno in aria.
La resistenza ed il terrorismo sono due cose completamente differenti e non e' Israele ad avere il diritto di imporre la sua definizione alla lotta palestinese. In un mondo piu' giusto, i leaders israeliani sarebbero stati consegnati alla giustizia internazionale e processati per terrorismo di stato. Ma, dal momento  che non viviamo in quel genere di mondo, almeno freniamoci dal condannare i palestinesi e la loro reazione all'incredibile ingiustizia che subiscono da quasi sessant'anni.

http://www.arabcomint.com/

 

 

 

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