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Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 54/2 (italiano), del 11/4/2007
Scontro di
civiltà: un'ideologia fallimentare "Ci odiano perché non sappiamo il motivo per cui ci odiano" - Bill Maher
Il presidente Bush non perse tempo nel definire il tono di questo discorso nel suo primo commento pubblico sui fatti dell'11 settembre. "Oggi", dichiarò, "i nostri concittadini, il nostro modo di vivere e la nostra stessa libertà sono stati attaccati con una serie di atti terroristici letali e deliberati". La sua tesi echeggiò ancora: "L'America e' stata attaccata perché siamo il più limpido faro di libertà ed opportunità al mondo". Il 20 settembre 2001, il presidente ritornò sulla questione durante un discorso a camere unite al Congresso. In verità, essa fu il pezzo centrale del suo discorso. "Gli americani si chiedono", ci disse, "chi ha attaccato il nostro paese?". La sua risposta: gli attentatori sono "un manipolo di organizzazioni terroristiche liberamente affiliate che rispondono al nome di al-Qaida". Il loro obiettivo e' "conquistare il mondo ed imporre le loro concezioni radicali ovunque". Gli americani inoltre si chiedono - parole del presidente - "perché ci odiano?". Nuovamente, la sua risposta fu subitanea: "Odiano ciò che vedono in questa camera - un governo democraticamente eletto. I loro leaders si auto-eleggono. Odiano le nostre libertà - la nostra libertà di religione, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare e di riunirci e di essere in disaccordo gli uni con gli altri". Non e' più chiaro se "essi" siano gli uomini di al-Qaida, gli arabi o tutti i musulmani. Un mese dopo, Bush rende più esplicita la connessione: "Come posso rispondere", si chiede, "quando vedo che in alcuni paesi islamici vi e' un odio vetriolico per l'America?". Naturalmente il presidente e' "sorpreso che ci sia una tale incomprensione del nostro paese da parte di coloro che ci odiano. Io - come la maggior parte degli americani - non posso proprio crederci, perché so quanto siamo buoni". Questa e' dunque l'ideologia dell'establishment americano nel momento in cui sferra la sua "guerra contro il terrorismo". I musulmani ci hanno attaccato perché odiano quelli che siamo. Vogliono distruggerci perché odiano la nostra libertà, le nostre opportunità, le nostre istituzioni democratiche, il nostro modo di vivere, il nostro retaggio giudeo-cristiano. E' un odio di civiltà. E' radicato nella cultura illiberale, intollerante, misogina, anti-modernista ed anti-scientifica dei musulmani e della loro religione. Questa tesi viene ripetuta mille volte al giorno da politici ed esperti, amplificata a dismisura dai media compiacenti. Quest'ideologia dello scontro di civiltà presenta differenti livelli. In primo luogo, essa cerca di spiegare agli americani ed al resto del mondo perché gli Stati Uniti ed il resto del mondo combattono questa guerra "contro il terrorismo". In secondo luogo, la teoria dello scontro - da lungo tempo patrocinata dagli ideologi sionisti entro e fuori Israele - rappresenta il tentativo di americanizzare la guerra che Israele sta combattendo contro il popolo palestinese e gli arabi in senso generale. Terzo, la guerra contro il "terrorismo" e' essa stessa una copertura di cui gli Stati Uniti si servono per esercitare un controllo più muscolare sul mondo. Questa ideologia e' problematica. Innanzitutto e' fragile. Usa un miscuglio insensato di nozioni per deflettere l'attenzione dalla politica USA in Medio Oriente: la nostra vile compiacenza verso le aggressioni israeliane, il nostro supporto vitale per i regimi mediorientali corrotti e dittatoriali, e la guerra e le sanzioni imposte per dieci anni al popolo iracheno. E' fragile perché contraddice la nostra comprensione della natura umana. Come dichiara Charley Reese: "E' assurdo credere che un essere umano comodamente seduto si alzi all'improvviso e dica: sapete? odio la libertà, credo che mi farò esplodere". [1] Nonostante l'incessante lavaggio del cervello, la maggior parte degli americani non lo ritiene verosimile. L'ideologia e' fallimentare per almeno altre quattro ragioni supplementari. Se e' l'odio per la libertà ad aver spinto i "musulmani" ad attaccare l'America, perché hanno aspettato circa 20 anni per cominciare l'attacco, facendo partire l'orologio dall'attentato a Beirut contro i marines americani? La tesi dello scontro suscita un'altra domanda: perché solo l'America? Di certo, la libertà non e' un fenomeno solo americano. Gli arabi avrebbero potuto trovare obiettivi più facili ed anche più vicini a casa - in Europa, ad esempio. Terzo, se il mondo islamico odia intrinsecamente la libertà, perché così tanti giovani da tutto il mondo islamico si riversarono in Afghanistan ai tempi dell'invasione sovietica per combattere l'oppressione ed il totalitarismo? Quarto, se gli attentatori agivano spinti dall'odio verso la libertà, come mai combattevano i loro stessi governi anti-democratici, dall'Arabia Saudita all'Algeria? La tesi dello scontro non riesce a superare un altro test cruciale: coloro che attaccarono l'America e che, secondo l'incessante e martellante propaganda, si preparano ad altri attacchi, lascerebbero perdere nel caso l'America si trasformasse in uno stato totalitario? La stessa questione potrebbe essere posta ai sionisti che accusano i palestinesi di "anti-semitismo": la resistenza palestinese all'occupazione cesserebbe nel caso in cui i coloni israeliani fossero sostituiti da coloni russi, cinesi o pakistani? La resistenza islamica non e' generata dalla differenza di razza o religione che separa i musulmani dagli americani o dagli ebrei. E' la risposta alla violenza sistematica e di vecchia data con cui Israele-Stati Uniti cercano di dividere, minare, controllare ed umiliare le società islamiche. Nonostante l'intensa propaganda, l'establishment USA non e' riuscito ad abbindolare la maggior parte degli americani sullo scontro di civiltà. In un sondaggio della CBS/NYT del settembre 2002, il 21% degli americani dava la "maggior parte delle colpe" alla "politica USA in Medio Oriente nel corso degli anni", mentre un altro 54% dava "alcune colpe" a questa politica. Secondo uno studio effettuato nell'agosto 2002 dal Pew Research Center, il 53% degli americani riteneva che gli attacchi dell'11 settembre fossero motivati politicamente, e solo il 25% riteneva che fossero motivati religiosamente [2]. Infine, un sondaggio del Los Angeles Times del settembre 2002 mostrava che il 58% degli americani credeva che responsabile degli attacchi fosse la politica USA verso il Medio Oriente [3]. La tesi dello scontro di civiltà e della guerra al terrorismo ottiene pochissima credibilità fuori degli Stati Uniti. Ciò e' dimostrato dalle massicce dimostrazioni che smossero il mondo intero prima dell'aggressione USA all'Iraq. Se si escludono gli Stati Uniti (dove, tuttavia, le manifestazioni contro l'invasione furono incisive) ed Israele, la schiacciante maggioranza della pubblica opinione mondiale si espresse contro questa guerra, giudicata illegale ed immorale.
Ora, più di un anno dopo la
fallimentare occupazione dell'Iraq, dopo le rivelazioni di
torture sistematiche in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, dopo
l'erosione delle libertà basilari all'interno degli USA, dopo
la creazione di un Gulag americano la cui espansione
geografica sovrasta quelli dell'Unione Sovietica, il prestigio
americano nel mondo e' affondato al livello più basso nella
storia del paese. Lo spettro della guerra americana "globale ed infinita al terrorismo" affronterà presto un altro test. Mentre gli Stati Uniti ed i suoi alleati neo-colonialisti hanno incarcerato migliaia di persone nei Gulag sparsi in tutto il mondo - senza accuse e senza ricorso alla legge - la "guerra contro il terrorismo" ha prodotto zero rappresaglie all'interno degli USA. Se al-Qaida fosse un avversario davvero così formidabile, con una presa globale e con cellule "dormienti" persino entro gli Stati Uniti, addestrata a confezionare ed utilizzare armi di distruzione di massa, il fatto che - dopo l'exploit dell'11 settembre non abbia lanciato una sola operazione contro gli Stati Uniti, la dice lunga sulla credibilità della "guerra contro il terrorismo". Naturalmente e' sin troppo facile per gli USA assumersi i meriti per questo "fallimento": "Guardate come siamo stati bravi contro questo formidabile nemico. E' vero, la nostra intelligence ha fallito l'11 settembre, ma dopo ha recuperato alla grande". Oppure possono candidamente spiegare che stanno combattendo il "terrorismo" a Baghdad e Najaf, invece che a Boston e New York. Ma anche questa retorica sparirà con il tempo. A quel punto, gli americani cominceranno a chiedersi: Siamo forse andati troppo oltre? Peggio: potrebbero chiedersi se in realtà questa guerra non sia un'impostura, una scusa per limitare le libertà, per lanciare guerre preventive, per arricchire pochi oligarchi con i miliardi rubati dalle tasche dei contribuenti. Dunque tanti americani sono morti invano - per un'impostura? Sono morti per Israele - per realizzare gli obiettivi strategici di quest'ultimo: balcanizzare e polverizzare i vasti stati arabi? Una volta che gli americani inizieranno a porsi queste domande, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili per Israele e per l'esercizio del potere americano nel mondo. E' tuttavia inverosimile che l'asse Israele/Stati Uniti permetterà a questo genere di questioni di venir fuori. Gli strateghi di Washington e Tel Aviv sanno molto bene come opera nella storia la terza legge del moto di Newton. Se la "guerra al terrorismo" e' un'impostura, col tempo - quando le guerre preventive si saranno estese a Siria, Iran e Pakistan - essa potrà produrre le cause che servono a renderla credibile, persino avvincente. Alle grandi potenze non e' mai mancata l'abilità o la volontà di creare quelle guerre che generano profitti per le loro elites. Se il popolo non va dietro alle loro guerre - o, nel nostro caso, comincia a ripensarci dopo essersi allineato - non e' un problema. Le grandi democrazie sanno come confezionare il consenso. Nelle attuali circostanze, in cui la storia sembra essere in equilibrio sulla lama di un coltello, gli inganni sono più semplici da fare. Che nessuno sottovaluti il potere delle grandi potenze - e noi siamo senza dubbio la più grande potenza che il mondo abbia mai conosciuto - di trasformare le imposture in guerre reali. Seppure falsa, la tesi dello scontro di civiltà può divenire così auto-appagante.
M. Shahid Alam e' professore di economia alla Northeastern University, ed e' l'autore di "C'e' un problema islamico?", di prossima uscita. Può essere contattato a m.alam@neu.edu traduzione a cura di www.arabcomint.com
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