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Università della Insipienza
Maurizio Blondet
Per www.effedieffe.com
15/01/2008

Papa Benedetto XVI ha annullato oggi la sua
visita all'università romana
Tantissimi lettori scrivono
affannati e indignati: non vogliono il Papa alla Sapienza,
che dice lei?
Ha già detto tutto Andrea Tornielli sul Giornale (1).
Ricapitoliamo: per 67 docenti il Papa non deve parlare alla
Sapienza perché oscurantista.
La prova dell'oscurantismo sarebbe nel fatto che - cito la
loro lettera - «Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un
discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso
un'affermazione di Feyerabend: 'All'epoca di Galileo la
Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso
Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e
giusto'. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla
ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita
all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci
offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza
e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo
aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni
ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora
essere annullato».
Ora, degli scienziati che dedicano la vita alla conoscenza
dovrebbero, anzitutto, usare il metodo scientifico: in
questo caso, anzitutto, accertare i fatti, cioè andare a
vedere se davvero Ratzinger ha fatto propria la frase di
Feyerabend («Il processo a Galileo fu ragionevole e
giusto»).
Invece hanno preso la frase da qualche parte (da Wikipedia,
sospetta Tornielli), fuori dal contesto, come si dice
facessero gli antichi inquisitori per fulminare eretici, per
«condannare» il Papa e accendere il suo rogo.
Ma in realtà, nel '99 a Parma il cardinal Ratzinger, nel
testo che i 67 scientoidi non si sono dati la briga di
leggere, notava come il pensiero contemporaneo più
consapevole avesse abbandonato l'entusiasmo acritico verso
la scienza, proprio del positivismo ottocentesco e del
progressismo militante, ed esprimesse atteggiamenti più
sfumati e dubbiosi sui pretesi «progressi» della scienza,
come appunto Feyerabend.
«Nell'ultimo decennio», disse il futuro Papa, «la
resistenza della creazione a farsi manipolare dall'uomo si è
manifestata come elemento di novità' nella situazione
culturale complessiva. La domanda circa i limiti della
scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta
inevitabile. Particolarmente significativo di tale
cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso
modo con cui si giudica il caso Galileo».
Come esempio del nuovo clima intellettuale, Ratzinger citava
appunto Feyerabend.
Che suona così: «La Chiesa dell'epoca di Galileo si
attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in
considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della
dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu
razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità
politica se ne può legittimare la revisione».
Feyerabend aveva evidentemente in mente un altro libro che
gli scientoidi non hanno letto,
«I sonnambuli» di Arthur Koestler («The
sleepwalkers», che Koestler scrisse dopo una ricerca sui
documenti originali del processo a Galileo.
Egli scoprì che Galileo non fu condannato come sostenitore
del sistema copernicano (eliocentrico) contro quello
tolemaico (geocentrico), anzi «i gesuiti stessi [di
allora, circa 1615] erano più copernicani di Galileo, ed
oggi si riconosce che se l'astronomia cinese avanzò più
rapidamente di quella europea, ciò si deve al fatto che i
missionari gesuiti insegnarono (ai sapienti cinesi)
la visione copernicana».
Galileo, scrive Kostler, fu ricevuto in pompa magna dal Papa
Paolo V per le sue scoperte astronomiche nel 1611, e tutto
il collegio cardinalizio celebrò ufficialmente lo scopritore
dei nuovi corpi celesti.
L'atteggiamento della Chiesa cambiò per le impuntatore del
fiorentino, un caratteraccio, quando questi pretese di
affermare la teoria copernicana senza prove, che allora non
aveva.
Il cardinal Bellarmino gli chiese, in amicizia, di esibire
le prove in modo che la Chiesa potesse accettare la teoria
come vera, altrimenti di presentare le idee copernicane come
ipotesi; Galileo gli rispose (in una lettera arrogante fino
all'insulto) che non voleva presentare alcuna prova, perché
nessuno avrebbe potuto capirla.
Insomma:
1) Galileo era un dogmatico che esigeva gli si credesse
sulla parola, e
2) insinuava che i suoi oppositori erano «troppo stupidi per
capire», scrive Koestler.
Infine, messo alla strette, diede come «prova» le maree: il
fatto che la Terra gira attorno al Sole provoca le maree.
Teoria che lo stesso Galileo sapeva falsa.
Era facilmente confutabile per giunta, e gli astronomi
tolemaici suoi oppositori (come gli scientoidi odierni,
difendevano la cattedra) furono ben lieti di sbugiardare
l'arrogante fiorentino.
«L'idea era così in aperta contraddizione coi fatti e
così assurda come teoria meccanica - proprio il campo delle
immortali conquiste di Galileo - che si può spiegare solo
con la psicologia», scrisse Koestler.
Per questo Feyerabend ha potuto dire che «il processo
contro Galileo fu ragionevole e giusto».
Lo fu, nei termini della cultura, della mentalità e anche
della scienza del tempo.
Galileo credeva alle nuove teorie con istinto di sonnambulo
(da qui il titolo del saggio di Koestler), ma prima di
averne le prove sperimentali.
E si difese in malafede.
In fondo, Galileo è davvero il padre di quei 67 scientoidi
della Insipienza, «dediti alla conoscenza» che fa comodo a
loro.
Sul piano morale lo è di sicuro.
Ma torniamo a quel che disse il cardinal Ratzinger a Parma
17 anni fa.
Egli citò, come ulteriore esempio del nuovo più dubbioso
approccio del pensiero contemporaneo di fronte alla scienza,
anche C.F. von Weiszacker, il quale, addirittura, disse il
futuro Papa, «vede una via direttissima che conduce da
Galileo alla bomba atomica».
Disse anche che «durante una recente intervista sul caso
Galileo», con sua grande sorpresa, non si sentì porre la
solita accusa (la Chiesa ha bloccato il progresso,
eccetera), ma quella contraria: «Perchè la Chiesa non ha
preso una posizione più chiara contro i disastri che
dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo
aprì il vaso di Pandora?».
Perchè del senno di poi sono piene le fosse.
La Chiesa non è oscurantista come credono alla Insipienza,
ma nemmeno è il gran mago con la sfera di cristallo che vede
il futuro.
Nel 1616, nessuno poteva capire che la via aperta da Galileo
avrebbe portato alla bomba atomica e alla
industrializzazione distruttiva della natura, all'aborto e
alla manipolazione genetica.
Ed è anche dubbio che tra Galileo e queste sciagure
innaturali ci sia «la via direttissima» immaginata da
Wiszacker.
E infatti Ratzinger disse subito dopo: «Sarebbe assurdo
costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa
apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e
dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale
affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza
più grande».
Insomma diceva: non usiamo polemicamente la rivolta
crescente per i mali che la scienza produce come base per
una «frettolosa apologetica».
La fede non ci guadagna nulla dal «rifiuto della
razionalità», anzi è per la «affermazione» della
razionalità; ed esorta a capire la scienza nel quadro di
«una ragionevolezza più grande».
Questo disse.
17 anni fa a Parma.
Dunque Ratzinger disse proprio il contrario di quel che
credono i 67 scientisti.
O meglio: che fanno finta di credere.
Perché sono convinto che abbiamo impedito al Papa di parlare
ai professori proprio di questo: della ragionevolezza della
fede.
Hanno bisogno di mantenere la frattura mitica tra «fede» e
«ragione», tra «illuminismo» (il loro) e «oscurantismo»
(fanatico, magari).
Un intellettuale come Ratzinger, meglio non ascoltarlo.
Anzi, non farlo parlare.
Gli scientoidi si sono tappati le orecchie.
Esattamente come il leggendario tolemaico che, dicono, si
rifiutò di guardare nel cannocchiale di Galileo per paura di
scoprirvi la conferma del copernicanesimo.
Con in più, però, la rozzezza dell'uomo-massa moderno,
incapace di cogliere il senso di un discorso complesso, e
che tenga conto della complessità di ogni problema (ciò che
fa appunto Ratzinger, e perciò fa tanta rabbia); e pronto ad
usare, in perfetta malafede, i rozzi e criminosi mezzi della
propaganda politica, appresa dalla modernità totalitaria,
per screditare e diffamare le loro vittime.
Alcuni di loro hanno difeso la loro censura con questo
argomento: era inopportuno invitare il Papa ad aprire l'anno
accademico, tenendovi una lectio magistralis, sapendo che
non è un laudatore delle scienze.
Argomento che mi è parso comprensibile.
A Roma, la piaggeria verso la Chiesa degli alti gradi
politici e no, cui corrisponde una certa invadenza della
Chiesa, è un fatto innegabile.
L'argomento ha smesso di parermi accettabile quando ho
sentito da RAI3 il professor Israel (il matematico, credo, e
sionista sfegatato) ricordare che la Columbia University di
New York aveva invitato addirittura Ahmadinejad.
Il professor Israel ha anche detto ai suoi colleghi
scientoidi quello che ho detto sopra, ossia che non è da
scienziati onesti giudicare il Papa da una frase non sua ma
da lui solo citata, estrapolata dal contesto di un discorso.
Avrebbero dovuto verificare, ossia leggere il discorso
originale.
Questo sì è un po' umiliante per scienziati che si
proclamano «fedeli alla ragione», e chiudono la bocca agli
altri in nome della «laicità della scienza».
Approfitto per indicare a questi difensori della laicità
accademica una battaglia più degna per la libertà della
ricerca e della scienza: quella per Norman Finkelstein,
l'autore del saggio «The Holocauts Industry».
Da quando è stato licenziato dalla De Paul University (ahimè
cattolica) per quel libro in cui definiva i capi della lobby
sionista «una banda di plutocrati e grassatori», in
quanto «continuano ad estorcere riparazioni di guerra ai
governi europei», Finkelstein non ha più trovato lavoro.
Il giornalista Ben Harris del New York Magazine lo ha
trovato dimagrito di dieci chili, in un appartamento ad
affitto bloccato in cui viveva suo padre: un paio di stanze
vuote, a parte i libri.
E' dimagrito di dieci chili, non ha denaro, a parte i
diritti delle traduzioni estere del suo libro.
E' disoccupato.
La vita di questo studioso è stata sempre difficile, perché
troppo polemico e ostinato: benchè i suoi docenti a
Princeton riconoscessero la sua intelligenza e cultura
eccezionale, gli hanno fatto penare tredici anni il
dottorato di ricerca, perché nessuno di loro voleva apparire
come relatore della sua tesi, appunto sull'industria
olocaustica.
Quando infine ha conquistato il titolo, nessuno dei docenti
l'ha voluto raccomandare a nessuna università.
Per anni ha vissuto di sostituzioni e supplenze in vari
«collages», con la paga media di 20 mila dollari l'anno.
Solo sei anni fa la sua vita è economicamente migliorata,
con la docenza alla De Paul.
Ma il successo (all'estero) del suo saggio sull'industria
dell'olocausto ha attratto l'attenzione della lobby.
Alan Dershowitz, il luminare di Harvard, ebreo, ha
pronunciato la sentenza di espulsione rabbinica contro
questo ebreo figlio di sopravvissuti del ghetto di Varsavia.
Da quel momento, non ha più lavoro.
Gli anni perduti, e i ritardi della sua carriera accademica,
dovuti alla natura delle sue ricerche, ovviamente, pesano.
A 54 anni Finkelstein, il disoccupato di genio, si domanda
cosa sarà la sua vecchiaia di «revisionista».
Già nel palazzo in cui ha le sue stanze in affitto i vicini,
quasi tutti ebrei, non gli rivolgono il saluto. Un vecchio
amico di suo padre che abita nel palazzo ad Ocean Parkway
(estrema periferia di New York, verso Coney Island), lo ha
preso da parte nell'atrio della casa e gli ha detto
sussurrando: «Norman, stai diventando vecchio, e tutte le
case di riposo sono di proprietà di ebrei. Se continui a
tenere queste tue posizioni, non avrai un posto dove finire
i tuoi giorni».
«E' come la morte», dice Finkelstein: «sai che
devi morire, ma non ne prendi mai veramente coscienza. Io so
che non troverò mai più lavoro, ma non riesco a realizzarlo
dentro di me».
Passa le giornate in studi solitari, a fare ricerche che non
vedranno mai la luce.
Riceve lettere di sostegno da studenti, e qualche telefonata
da Noam Chomsky («L'amico che più mi è vicino»), ma
naturalmente nessuna offerta di cattedra.
Ascolta CD di spirituals negri, e a volte canticchia fra sé
una frase di spiritual: «Where you there when they
crucified my Lord? Where you there?».
Dice: «E così che mi sento. Mi hanno crocifisso, alla
fine».
«Eri lì quando crocifiggevano il Signore?», domanda
lo spiritual.
Noi siamo qui presenti mentre crocifiggono Norman
Finkelstein per le sue idee e le verità che ha scoperto.
Accade anche nel ventunesimo secolo, quello della libertà e
della ricerca senza confini.
C'è un'Inquisione più efficace, segreta e repressiva di
quella d'antan.
Non è un po' umiliante?
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2568¶metro=cultura
Note
1) Andrea Tornielli, «La Sapienza, i professori
censurano il Papa senza averlo letto», Il Giornale, 14
gennaio 2008.
2) Arthur Koestler, «The Sleepwalkers», 1959.
In italiano l'ha pubblicato Jaca Book. Koestler, ebreo,
aderì al comunismo di cui poi denunciò la pratica repressiva
in Buio a Mezzogiorno.
3) Ben Harris, «Beached - the Coney Island exile
of a scholar who would be a Noam Chomsky, but isn't»,
New York Magazine, 10 dicembre 2007.
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