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Obama, «uomo nuovo»
di
Maurizio Blondet
per
www.effedieffe.com
06/01/2008

STATI
UNITI
- «Ho avuto un sostegno più forte nella comunità ebraica
che in quella musulmana»: Barak Obama ha ringraziato
così, nell'aprile scorso, il National Jewish Democratic
Council (1).
Tanti saluti alla figura dell'«outsider» che ha mandato
all'aria i piani della macchina del partito democratico,
dell'uomo votato «dalla gente» che ha superato Hillary
Clinton, sostenuta dai poteri forti.
Questa immagine, creduta vera anche da vari democratici
americani (come Alex Cockburn)
(2), ha bisogno di una
revisione.
Già
nel 1996, quando concorse per il Senato in Illinois, Obama
ottenne l'appoggio di Alan Solow, un ricchissimo avvocato di
Chicago e pezzo da novanta della comunità.
Nel 2004, quando concorse per il Senato federale, al suo
fianco ebbe Roberts Schrayer, un miliardario «filantropo»
ebreo di Chicago.
Nel 2006, quando il «negro che parla da bianco» s'è buttato
nella campagna per ottenere la nomination democratica, chi
ha scelto come fund-raiser, ossia raccoglitore di fondi?
Alan Solomont, altro «filantropo» (miliardario) di Boston,
famoso come finanziatore di John Kerry, quando costui tentò
la corsa alla presidenza USA nel 2004.
Veniamo a marzo 2007.
Obama, ormai candidato, pronuncia il suo primo discorso di
politica estera (materia di cui lo si sa poco competente).
E dove sceglie di farlo?
Alla sede dell'AIPAC, American Israel Public Affair
Committee, ossia la super-lobby israeliana che - nonostante
due suoi dirigenti siano inquisiti per spionaggio contro gli
USA e per Giuda - resta il massimo «sdoganatore» e
finanziatore di aspiranti candidati, potendo mobilitare
milioni di dollari per quelli filo-giudaici, e liquidare
quelli che non si profondono in elogi del Quarto Reich.
All'AIPAC, Obama ha detto allora: «Non dobbiamo escludere
qualunque opzione contro l'Iran, compresa quella militare,
anche se una diplomazia costantemente aggressiva, unita a
durissime sanzioni, dovrebbe essere il nostro mezzo primario
per impedire all'Iran di costruirsi armi nucleari».
Aggiunse che «una presidenza Obama non chiederà mai ad
Israele di rischiare in termini di sicurezza. E' interesse
di Israele fare la pace in Medio Oriente, ma non al prezzo
di compromettere la sicurezza di Israele».
Mesi
prima, in una conversazione, Obama s'era lasciato scappare
la seguente frase: «Nessuno ha sofferto più dei
palestinesi».
Ha dovuto spiegarsi e correggersi: «Intendevo dire che
nessuno ha sofferto più del popolo palestinese a causa del
rifiuto dei loro capi di riconoscere Israele e di impegnarsi
seriamente nelle trattative di pace e sicurezza nella
regione».
L'AIPAC, dapprima, è rimasta critica: dopotutto, Obama non
ha promesso l'opzione militare contro l'Iran come primo
mezzo, e quella frase sui palestinesi svelava un certo
retro-pensiero… non a caso, nei sondaggi, Hillary continua
ad essere la preferita tra gli ebrei: 53% contro 38%.
Ma la potente comunità giudaica della sua Chicago è tutta
dietro di lui, e deve aver fatto notare che il filo-sionismo
di Obama è testimoniato dai suoi voti in Senato.
E'
stato lui il promotore di una legge per il disinvestimento
in Iran.
Il suo consigliere sul Medio Oriente è l'ebreo Dennis Ross,
ebreo, che era consigliere di Clinton per la stessa causa, e
che è noto per dichiarare che se Israele assedia, affama ed
ammazza a Gaza, è solo colpa dei palestinesi.
Si dà del tu con rabbi David Saperstein, il capo della lobby
ebraica «riformata», e con Nathan Diament, il capo-lobbista
a Washington per la comunità «ortodossa».
Più di recente, Obama ha fatto dichiarazioni sul fatto che i
palestinesi devono riconoscere Israele come «Stato ebraico»,
ossia razziale.
E rinunciare al «ritorno» dei profughi.
Inoltre, s'è rifiutato di dare una data per il ritiro delle
truppe dall'Iraq, ha proclamato la sua volontà di
intensificare le azioni militari in Afghanistan ed è a
favore di incursioni in Pakistan alla caccia di Osama bin
Laden.
Nella sua campagna presidenziale, ha ampiamente
pubblicizzato di aver ricevuto molti fondi da piccoli
donatori, dalla gente comune.
Ma il grosso della sua cassa è stato riempito da altri
personaggi: i finanzieri George Soros e Warren Buffett, la
famiglia Hyatt (hotel di lusso), senza contare la famiglia
Henry Crown (il fondatore dell'Aspen Club, un miliardario
finanziere di Chicago che è al numero 68 nella lista dei 500
uomini più ricchi d'America stilata da Forbes), e Paul Tudor
Jones, un grosso speculatore in futures su materie prime del
Tennessee, ecologista fanatico, che possiede (tra l'altro)
un immenso parco naturale nel Serengeti, in Tanzania.
In generale, «Obama ha raccolto più fondi a Wall Street
che Hillary Clinton, e persino più che Rudy Giuliani»,
ha scritto il sito World Socialist Website (WSW)
(3).

Il
vero mistero è come mai, con questi sostenitori e pagatori
alle spalle, Barak Obama ha potuto passare per il giovane
studioso venuto, dal nulla, l'americano di prima generazione
che a forza di studi può aspirare alla presidenza, il «mezzo
negro africano» (in USA, per correttezza politica, lo
chiamano «bi-racial», perché sue padre è un Luo del Kenia e
sua madre una bianca) che adesso antagonizza i capi-bastone
del partito democratico, i grandi manovratori del voto.
E' probabile che questa immagine gli sia stata creata
addosso dal sistema stesso.
Dato quel certo umore di «anti-politica» che corre anche in
USA, una parte dei capi-bastone ha pensato di offrire al
pubblico esasperato dai disastri di Bush e dalla complicità
della maggioranza democratica in quei disastri, una figura
che faccia sognare in qualche «rinnovamento» o cambiamento
radicale della situazione.
E il marketing ha funzionato: ai caucus dello Iowa s'è vista
una partecipazione (quasi) massiccia, con un grande numero
di giovani a votare Barak.
La
realtà è quella che descrive WSW: «Obama è specializzato
nella vuota retorica a base di parole come 'cambiamento' e
'unità'… la stessa vuotezza del suo messaggio fa sì che gli
elettori ostili a Bush e disgustati dalla 'vecchia guardia'
democratica proiettino i loro desideri di cambiamento su un
politico che non presenta alcuna sostanziale differenza
rispetto ai suoi rivali democratici».
«Il suo chiacchierare di 'unificare e non dividere' è
calcolato per oscurare la realtà di una società divisa in
classi», prosegue il WSW, che è ovviamente un sito
marxista.
«Non ci può essere unità di intenti tra la classe dei
miliardari che sequestrano una parte sempre maggiore della
ricchezza nazionale, e la grande maggioranza che lavora per
campare e non riesce ad arrivare a fine mese».
Marxista, ma coglie nel segno.
In
fondo, il WSW sta dipingendo Obama come una specie di
Veltroni americano: e difatti Veltroni è la risposta allo
stesso umore cosiddetto «antipolitico» che cresce da noi, e
la stessa risposta illusoria.
Non a caso, già il Manifesto, Liberazione e Repubblica fanno
il tifo appassionati per Obama-Veltroni.
Lo stesso trucco pare aver funzionato nel partito opposto,
il repubblicano.
Qui
l'uomo «venuto dal nulla» e «scelto dalla gente» è Mike
Huckabee, il predicatore battista che «parla come noi», ed
ha attratto i voti dei cristiani rinati delusi da Bush, i
messianici rurali e operai devoti, ma ora preoccupati, più
che di accelerare il Secondo Avvento, di non finire
schiacciati dalle tasse e dalla recessione.
Nel programma di Huckabee c'è un tratto interessante: vuol
abolire l'imposta personale e sostituirla con una tassa sui
consumi, compensata - nel suo effetto regressivo - da
provvidenze per i poveri.
In qualche modo, Huckabee è più rivoluzionario di Obama: ma
i repubblicani, dopo Bush, dovevano dare un segnale di
cambiamento più deciso.
Il loro candidato preferito, Rudy Giuliani sta affondando
nel nulla.
Il perché è intuibile.
Se stavolta la gente rifiuta Hillary e Giuliani, allora
ripieghiamo su Obama e sul predicatore.
Tutti e due sono meglio del vero pericoloso avversario, Ron
Paul.
I grandi media (posseduti dal big business) hanno
fatto cose incredibili per non far sapere al pubblico che
esiste un candidato chiamato Ron Paul.
La CNN è giunta al punto di elencare tutti i punteggi dei
candidati democratici nello Iowa, compreso il 2% di Giuliani
e lo zero virgola di Bill Richardson, ma è riuscita a
dimenticare il 10% di Ron Paul.
Anche alcuni nostri lettori hanno scritto di essere delusi
dalla prova di Ron Paul, che ha avuto meno di 12 mila voti:
ma queste sono le cifre della democrazia reale nel mondo
reale americano.
Si aggiunga il meccanismo dei «caucus»: lì la gente non va a
votare il «suo» candidato, ma a convincere gli altri ad
appoggiarlo.
Il risultato «non è tanto un'espressione della volontà
popolare, quanto l'esito di un consenso raggiunto», ha
scritto l'analista Tommy Christopher: «Proprio per questo
mi ha stupito il 10% che Paul ha raccolto in Iowa, dove non
ha fatto campagna, eppure ha più che raddoppiato il
risultato di Giuliani» (4).
Anche
Christopher segnala come i grandi media non abbiano nemmeno
detto che Ron Paul è sconfitto e deve ritirarsi, «perché
altrimenti avrebbero dovuto farne il nome».
Lo stanno rendendo una non-persona, il che significa che
l'establishment ne ha veramente paura.
«Ma fortunatamente per Ron Paul, la sua base elettorale è
immune dalle fascinazioni dei media… il campo repubblicano è
un esercito in rotta, e anche una non-persona come Paul, che
però ha una base che lo appoggia rabbiosamente, può fare una
differenza».
Non magari la presidenza, a cui l'establishment si opporrà
con tutti i mezzi legali e illegali.

Ma se
i suoi sostenitori virtuali lasciano il computer e
partecipano di persona ai prossimi caucuses - la campagna è
solo cominciata e sarà lunghissima - possono dargli la forza
per obbligare i pezzi da novanta che reggono la macchina del
partito a non rifiutargli la vice-presidenza.
Un Ron Paul al posto di Dick Cheney sarebbe già un sogno.
Maurizio Blondet
Note
1)
Ron Kampeas, «Obama and the Jews», Canadian Jewish
News, 6 gennaio 2008.
2) Alexander
Cockburn, «Two Body Blows to the Political Establishment
- a good night in Iowa», Counterpunch, 4 gennaio 2008.
3) Patrick Martin,
«Obama, Huckabee finish first in Iowa Democratic,
Republican caucuses», World Socialist Website, 5 gennaio
2008.
4) Tommy
Christopher, «Don't dismiss Ron Paul or John Edwards»,
AOL News, 4 gennaio 2008.
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