HOME PAGE  (italiano)

HOME  PAGE  (english)


NEWSLETTER ARCHIVIO

Issued Newsletters


 Diario di un Pellegrino

A Pilgrim's Diary


Mercatino di Supporto

Palestinian Christian Handicrafts


 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 

Ç

CLICCA  QUI

Vuoi ricevere la nostra

Newsletter con articoli, commenti,  avvenimenti, aggiornamenti, appuntamenti riguardanti la Terra Santa ed il Medio Oriente?

Iscriviti alla nostra Newsletter "Notizie dalla Terra Santa",

semplicemente

CLICCA  QUI

È

 

ISCRIZIONE NEWSLETTER

 


 

 

Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 49 (italiano), del 2/4/2007
 

 
In questa edizione:
  • Gli altri cristiani: i "cristiani sionisti"

  • "Il diritto di Israele ad esistere": è un problema reale?

  • 30 MARZO 2007 - Anniversario della Giornata della Terra


Gli "altri" cristiani

di Elisa Pinna

Insediati da alcuni decenni nella città santa, i cosiddetti cristiani sionisti predicano il ritorno del Messia che avverrà alla fine dei tempi e sostengono le frange più oltranziste d'Israele contro la minaccia dell'«impero dell'islam».

 

Da alcuni decenni è arrivato a Gerusalemme un altro cristianesimo, che ha ben poco a che spartire con le Chiese storiche e la comunità cristiane di Israele e Palestina. Si fa chiamare cristianesimo sionista e si è insediato nella città santa, ostentando molti mezzi e un obiettivo preciso: aiutare gli ebrei a tornare in possesso della loro terra nei confini che la Bibbia indicherebbe, per accelerare in tal modo la fine dei tempi, l'Armagheddon e il ritorno di Gesù. Si tratta di una diramazione dell'evangelismo protestante più radicale, intrecciata con alcune delle sette più inquietanti e visionarie.

È un cristianesimo organizzato e militante, che identifica la propria missione religiosa con gli obiettivi delle forze più oltranziste di Israele e degli Stati Uniti. Con il suo spirito di crociata rischia di fomentare ulteriori rancori e di mettere a repentaglio la comunità araba cristiana locale e il suo ruolo di dialogo e mediazione.

Costituisce un pericolo talmente insidioso che alcuni capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme hanno deciso, il 22 agosto scorso, quando la guerra in Libano era appena terminata, di redigere un documento congiunto di condanna. Il testo è firmato dal patriarca latino Michel Sabbah, dal patriarca siro-ortodosso Saverios Malki Mourad, dal vescovo anglicano Riah Abu El Assal e dal vescovo luterano Munib Younan. «Noi rigettiamo categoricamente - si legge nel documento - le dottrine del sionismo cristiano come insegnamenti falsi che corrompono il messaggio biblico di amore, riconciliazione e giustizia».

«Il programma sionista cristiano - spiegano i capi religiosi cristiani di Gerusalemme - contiene una visione del mondo in cui il Vangelo è identificato con l'ideologia imperialista, colonialista e militarista. Nella sua forma estrema, pone l'enfasi su eventi apocalittici che conducono alla fine della storia piuttosto che sull'amore e la giustizia del Cristo vivo oggi».

«Rifiutiamo inoltre - proseguono i leader religiosi - l'attuale alleanza tra i capi e le organizzazioni dei sionisti cristiani e settori dei governi di Israele e degli Stati Uniti che oggi impongono i loro confini preventivi e unilaterali così come impongono il loro dominio sulla Palestina. Ciò porta inevitabilmente a cicli di violenza senza fine che minano la sicurezza di tutti i popoli del Medio Oriente e del resto del mondo».

Le parole di mons. Sabbah e degli altri tre capi religiosi lasciano pochi dubbi: nelle comunità storiche cristiane della Palestina i cristiani sionisti sono percepiti come uno scandalo e una provocazione. Se l'espansionismo delle sètte a livello internazionale costituisce una delle principali preoccupazioni pastorali della Santa Sede e di altre Chiese storiche, l'ombra del fanatismo religioso cristiano, che si allunga anche sulla Terra Santa, rischia di portare ad ulteriori tragedie e violenze, e non solo moltiplicare proselitismi e rivalità religiose.

Ben diversa è però l' immagine dei cristiani sionisti nella società ebraico-israeliana, dove, col passare degli anni, si sono accreditati come un interlocutore privilegiato ed hanno acquisito potere, meriti, alleanze. L'ottobre scorso, l'Ambasciata cristiana internazionale di Gerusalemme (Icej), quartier generale e motore del cristianesimo sionista in Israele, è riuscita a far affluire nella città santa, per una settimana, oltre 5 mila sostenitori da 80 diverse nazioni, anche se in maggioranza nordamericani. Si è trattato del più grosso raduno di visitatori stranieri in Israele durante il 2006, un anno che, con la guerra in Libano, ha visto rallentare del 40 per cento il tradizionale turismo della diaspora ebraica e precipitare quasi a zero i pellegrinaggi religiosi di cattolici, ortodossi e protestanti. La grande manifestazione dei cristiani sionisti ha portato un incasso di oltre 15 milioni di dollari nelle casse dell'economia locale ed ha occupato 16 mila notti di posti letto negli alberghi fino ad allora semivuoti di Gerusalemme. Tanta mobilitazione non è stata per rimarcare qualche ricorrenza del calendario liturgico cristiano, ma per celebrare, insieme e in solidarietà al popolo ebraico «minacciato dall'impero dell'Islam», la festa del Sukkot, o delle Capanne, che rievoca la traversata del deserto, prima di arrivare nella Terra Promessa. Nella settimana di festeggiamenti, la folla di devoti, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce e con la stella di Davide, di berretti da baseball e cappelli da cowboys, si è accalcata sulle rive del Mar Morto, ha risalito i tornanti verso Gerusalemme tra gli scenari drammatici del deserto, ha sciamato nei vicoli del vecchio quartiere ebraico e tra le strade della parte ovest israeliana della città, ha pregato davanti al Muro del Pianto. Tuttavia, a marcare ulteriormente l'abisso che vi è con le altre Chiese cristiane, ben pochi cristiani sionisti si sono affacciati nel Santo Sepolcro, quasi che questo luogo, pietra angolare della fede cristiana, fosse loro del tutto indifferente.

Le celebrazioni si sono concluse con un intervento del primo ministro israeliano Ehud Olmert. «Questo è stato un anno molto difficile per noi», ha esordito il premier. «Dio vi benedica - ha continuato - per il tipo di amicizia che ci offrite, che è particolarmente significativa per il popolo di Israele, in questi terribili tempi. Noi abbiamo avuto il coraggio di affrontare i nemici dello Stato di Israele, principalmente grazie ad amici come voi», ha scandito tra gli applausi di un auditorio esaltato.

I cristiani sionisti, in passato, sono stati sottovalutati dalla Chiesa cattolica e dalle altre comunità cristiane, quasi fossero solo una delle tante schegge impazzite del radicalismo evangelico nordamericano. In realtà il cristianesimo sionista rappresenta una lobby politico-religiosa che, dagli anni Settanta, si è rivelata capace di condizionare la politica mediorientale delle amministrazioni americane in chiave acriticamente filo-israeliana. Nella visione apocalittica dei cristiani sionisti, che sognano il dominio dello Stato ebraico sulla Palestina - su tutta la Palestina - come condizione per l'avverarsi delle profezie bibliche, si identificano circa 25 milioni di evangelici fondamentalisti negli Stati Uniti, su un totale di 120-130 milioni di protestanti. Sono concentrati negli Stati del Sud, galvanizzati dalla rete mediatica di telepredicatori come Pat Robertson, Franklin Graham, Jerry Falwell. Quest'ultimo ama affermare che la «Bible Belt (la cintura della Bibbia costituita dagli stati meridionali degli Usa) è la rete di sicurezza per gli israeliani». Innanzitutto perchè finanzia economicamente le colonie ebraiche nei territori e il rientro degli ebrei della diaspora in Israele. In secondo luogo, perché possiede un peso enorme nel potere decisionale della politica estera americana, dato che il presidente George W. Bush è stato eletto in entrambi i mandati con il voto determinante della destra evangelica e del sionismo cristiano. Dagli Stati Uniti, seguendo il percorso delle sètte, il cristianesimo sionista si è propagato in America Latina, in Africa, in Corea del Sud. L'Icej, che coordina sin dal 1980 l'attività politica, religiosa, assistenziale della multinazionale del cristianesimo sionista, si trova in una bella palazzina ottocentesca a due piani di Gerusalemme Ovest, a poche centinaia di metri dalla residenza di Olmert.

I circa 50 funzionari dello staff, nella quasi totalità statunitensi, si occupano di gestire i fondi destinati alle colonie ebraiche, a sostenere l'alya (il rientro degli ebrei in Israele), ed ora la ricostruzione della Galilea, dopo la guerra con gli Hezbollah. L'Icej lavora come un ente parallelo ai dicasteri israeliani e alle organizzazioni ebraiche. Gode di uno status privilegiato. A suggellare l'importanza del cristianesimo sionista, il Jerusalem Post, l'autorevole quotidiano conservatore israeliano, ha deciso di lanciare un mensile, il Jerusalem Post Christian edition, in collaborazione con l'Icej. «Vogliamo costruire un ponte tra la nazione ebraica e il popolo ebraico da un lato e il mondo dei cristiani dall'altro», ha spiegato nel primo editoriale, Moshe Bar-Zvi, presidente e amministratore delegato del giornale. Dove per mondo cristiano, sfogliando la rivista, si intende quello dei telepredicatori statunitensi e dei fondamentalisti evangelici. Delle comunità cristiane che da duemila anni vivono in Terra Santa, delle Chiese cattoliche, ortodosse e riformate ovviamente non vi è traccia.

 

Fonte www..net

 

selezione e composizione fotografica a cura di  www.jerusalem-holy-land.org


'Il diritto di Israele ad esistere': è un problema reale?

Jeff Handmaker e Gentian Zyberi 

 

       Caterpillars e militari distruggono i frutteti 

Vi sono una quantità d'aspetti del conflitto tra Israele e i Palestinesi che richiedono un esame urgente della base legale come parte di un dialogo assai importante. Una questione del genere è l'affermazione di Israele che Hamas deve riconoscere il suo 'diritto ad esistere'. Questa affermazione non è solo stata considerata acriticamente dal Quartetto. Essa è diventata una delle condizioni chiave cui Hamas deve soddisfare per ricevere aiuti dal Quartetto e da altri donatori internazionali. A rischio di affermare l'ovvio, sosteniamo che questa posizione manca di base da un punto di vista del diritto internazionale e non risponde ad alcun costruttivo scopo politico nella ricerca di una soluzione per il conflitto.

 

Cosa fa di uno stato uno stato?

 

I criteri della statualità si basano sulla Convenzione di Montevideo del 1933, cioè: una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e la capacità di entrare in relazione con altri stati. Mentre Israele è uno stato ed è stato riconosciuto da molti altri stati, non bisognerebbe dimenticare che vi è una distinzione fondamentale tra l'atto di riconoscere uno stato ed il semplice fatto si essere uno stato, o di avere un 'diritto ad esistere'.

 

Il riconoscimento di uno stato è accordato in base al diritto internazionale in base a due procedure, cioè il ricoscimento sulla base di criteri obiettivi e l'esplicito riconoscimento da parte di altri stati. L'esplicito riconoscimento da parte di altri stati non è necessario se i primi fattori (criteri di statualità) esistono, sebbene esso sia politicamente molto importante. Ciò veniva illustrato dalla Repubblica Popolare Cinese, uno stato di dimensioni e statura considerevole, che non fu riconosciuto per molto tempo da molti stati e fu ammesso alle Nazioni  Unite solo nel 1971.

 

Ci sono molti stati che non hanno relazioni diplomatiche con altri stati, che non offrono riconoscimento o interrompono le relazioni diplomatiche per una quantità di ragioni, compreso l'obiezione ai precedenti di rispetto dei diritti umani da parte del governo. Nel passato ciò includeva l'Unione Sovietica e il Sud Africa. Molti stati, membri delle Nazioni Unite, hanno rifiutato di riconoscere Israele, o hanno interrotto le relazioni diplomatiche per simili ragioni. Questo comprende il Venezuela, che ritirò il suo ambasciatore da Tel Aviv nell'Agosto del 2006 per protestare contro l'indiscriminato bombardamento di civili libanesi da parte di Israele.

 

E' anche largamente dimenticato in questa discussione che l'esistenza di uno stato comporta molti obblighi, compreso quello di trattare gli abitanti dei territori sotto il suo controllo (occupati o no)  in accordo con i diritti umani e la legge umanitaria. Questo include il rispetto per i diritti delle minoranze, il rifiuto di discriminazioni su base razziale, religiosa o di origine nazionale, ed una piena ed equa partecipazione di tutti i cittadini.

 

Ultimo ma non meno importante, un 'diritto ad esistere' per uno stato non è un diritto esoterico, ma deve materializzarsi entro un chiaramente definito territorio. Sebbene questo 'diritto ad esistere' è intrinsecamente connesso con la questione delle frontiere, il fatto che le frontiere di Israele non sono ancora definite è ancora largamente trascurato.

 

L'esistenza di Israele è in gioco? Una domanda a senso unico

 

L'attuale richiesta del Quartetto, USA, Russia, Nazioni Unite ed Unione Europea, è che Hamas riconosca il 'diritto ad esistere' di Israele. Ma persino se il Quartetto insistesse più appropriatamente sul 'diritto all'esistenza' di Israele, Hamas è un partito politico e non uno stato, e pertanto non è tenuto ad esercitare alcuno tipo di riconoscimento legale. Presumendo, pertanto, che la richiesta sia stata piuttosto fatta per ragioni politiche, dobbiamo piuttosto chiederci perché ciò accada senza una analoga richiesta ad Israele.

 

Tale reciprocità, ad esempio, potrebbe consistere nel riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, in base al diritto internazionale, e che la West Bank, Gaza ed il Golan sono in effetti territori occupati, ed Israele non ha fatto nessuna delle due cose. Inoltre, ad Israele potrebbe essere richiesto di riconoscere la sentenza del 2004 emessa dalla Corte internazionale di Giustizia, che fornisce una base per la risoluzione del conflitto in base al diritto internazionale, e pone anche espliciti obblighi su altri stati (compreso i membri del Quartetto) e alle Nazioni Unite stesse.

 

Molto temp fa Arafat riconobbe, in qualità di capo dell'OLP, il 'diritto dello stato di Israele ad esistere in pace e sicurezza'.

 

Quindi cosa significa in realtà la richiesta da parte di Israele ed dell'UE? E' la vera questione?

 

Dal momento che la richiesta dell'Unione Europea che Hamas riconosca Israele non ha base nel diritto internazionale, ed in assenza di ogni reciproca richiesta ad Israele, possiamo solo concludere che l'UE, rendendosene conto o no, sta cercando di imporre un'agenda unilaterale controproducente nella ricerca di una giusta pace. Tale approccio danneggia la posizione dell'UER nel negoziare un processo per l'acquisizione di una giusta e duratura soluzione a questo conflitto.

 

L'Unione Europea deve riconsiderare la sua posizione

 

Richiedere da Hamas il riconoscimenti del 'diritto ad esistere' di Israele è una mosa sleale, non radicata nel diritto internazionale ne in alcuna considerazione politica realistica.

 

Come maggior partner commerciale di Israele l'Unione Europea deve riconsiderare la sua posizione, espressa dal Quartetto, almeno a riguardo di questa richiesta. L'UE dovrebbe essere guidata da imparziali principi di diritto internazionale, come sancito dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Secondo questa sentenza, la Corte ritiene che gli obblighi verso la comunità internazionale violati da Israele sono l'obbligo a rispettare il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione, ad alcuni obblighi in base alle leggi umanitarie internazionali.

 

Tutti gli stati hanno un obbligo a richiedere ad Israele il riconoscimento del diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione. Come la Corte Internazionale di Giustizia suggerisce, l'Assemblea Generale delle Nazioni UNite (ed il Quartetto) devono incoraggiare gli sforzi per arrivare il prima possibile, sulla base del diritto internazionale, ad una soluzione negoziata per principali problemi, con pace e sicurezza per tutti nella regione.

 

Questo cruciale obiettivo non sarà conseguito con queste richieste.

 

 

Jeff Handmaker tiene lezioni sui diritti umani presso l'Istituto di Studi Sociali, all'Aya, e Gentian Zyberi è Ph. Candidate presso l'Istituto Olandese sui Diritti Umani, all'Università di Utrecht. 

Fonte InfoPal

Foto Anna Baltzer


 

30 MARZO 2007 - Anniversario della Giornata della Terra

 

Ufficio centrale palestinese per la statistica

 

23,49 mila ettari di terreni occupati dalle colonie e dal Muro di separazione.

 

 

Sondaggio palestinese: ammonta a 234,9 mila dunum (23,49 mila ettari) i terreni occupati dalle colonie e dal Muro di separazione

 

L'Ufficio centrale palestinese per la statistica ha emesso un comunicato in ricordo della Giornata della Terra, che ricorre il 30 Marzo, per esporre i risultati di una ricerca:

 

il 24,8% della terra palestinese è terreno agricolo.

I territori palestinesi ammontano a 6020 chilometri quadrati, di cui 1490,6 di terreni agricoli e 19,7 di boschi (1,5%).

La maggior parte dei terreni agricoli (77%) è in coltivazione perenne, la maggior parte dei raccolti sono senza irrigazione (89,7%).

 

Il valore del prodotto agricolo ammonta a 331,9 mila dollari a chilometro quadrato.

 

Nei territori palestinesi a metà del anno 2006 c'erano 646 persone a chilometro quadrato.

Il numero di persone nei territori occupati a metà dell’anno 2006 era di circa 645,9 persone a chilometro quadrato: in Cisgiordania 432,3; nella Striscia di Gaza circa 3955,7; la città di Gaza è la più popolata con circa 6833,8 persone a chilometro quadrato. Gerico è la meno popolata, con 73,6 persone a chilometro quadrato.

I terreni agricoli, nell’anno 2005, ammontavano a circa 305,1 metri quadrati a persona, in Cisgiordania 459,5, nella Striscia di Gaza circa 41,4 metri.

 

Su 187 mila dunum (18,7 mila ettari) sono costruite le colonie israeliane in Cisgiordania

 

Le colonie israeliane sono costruite su 187,7 chilometri quadrati (3,3%) della Cisgiordania come risultava fino al mese di agosto 2005. La maggior parte si trova nella provincia di Gerusalemme, occupando circa 44,4 chilometri quadrati (12,9%), e poi nella provincia di Ramallah e Al-Bireh, con circa 30,3 chilometri quadrati (3,5%) dei terreni.

Il numero ufficiale delle colonie in Cisgiordania è di 144 (fino alla fine dell’anno 2005), la maggior parte nella provincia di Gerusalemme (26 colonie, di cui 16 annesse a Israele), nella provincia di Ramallah e Al-Bireh (24 colonie).

Il numero dei coloni in Cisgiordania circa 451.441 (anno 2005), la maggior parte abitano nella provincia di Gerusalemme - 54,7%, cioè 191.575, e 55.268 coloni si trovano nel resto della provincia.

Nelle province di Ramallah e Al-Bireh ci sono 71.967 coloni; a Betlemme 43.737, a Salfit 28.830.

 

4790 ettari confiscati per costruire il Muro.

 

Le autorità di occupazione israeliane hanno confiscato decine di migliaia di ettari della Cisgiordania dai proprietari palestinesi per costruire il Muro di separazione e per l’espansione delle colonie.

I terreni confiscati per la costruzione del Muro a giugno 2005 ammontavano a circa 4790 ettari.

I terreni isolati e circondati dal Muro e dalla linea del "cessato il fuoco" (Linea verde), a circa 30.1 ettari, ed è abitata da 44.273 palestinesi.

Alla fine della costruzione del Muro e dell'espansione delle colonie, verranno annessi i gruppi di insediamento della Cisgiordania - il più importante è quello di Ma'alih Adomim, che isola Gerusalemme dal suo ambiente palestinese, di Al-Gor, che isola i territori della Cisgiordania e toglie al popolo palestinese la sua fonte di cibo -, e il raggruppamento delle colonie di Ariel che dividono i territori della Cisgiordania in due parti. 

 

Ufficio centrale palestinese per la statistica

Foto Anna Baltzer

 

 

Torna ai Comunicati gia' pubblicati