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Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 42 (italiano), del 20/3/2007
 

 

Educare alla pace attraverso lo sport, iniziativa della parrocchia latina di Gerusalemme
Creata una scuola di calcio per bambini e giovani

GERUSALEMME, martedì, 13 marzo 2007 (
ZENIT.org).- Nella parrocchia latina di Gerusalemme nasce una scuola di calcio per bambini e giovani che servirà, tra le altre cose, ad insegnare il rispetto per le norme e a sviluppare la forza intellettuale e fisica.

L’iniziativa, realizzata insieme al gruppo “Bambini senza confini” – “Educare alla pace, educando al bello attraverso lo sport”, cerca di allontanare i bambini dalle strade, insegnare loro il rispetto per le regole e il gioco di squadra, così come di combattere le tossicodipendenze.

Il progetto – del quale si è fatto eco il servizio informativo “Sir” dell’episcopato italiano – consiste in una scuola di calcio in cui i bambini e i giovani della Città Santa possano giocare, allenarsi e partecipare a tornei locali e anche internazionali.

Secondo il parroco, padre Ibrahim Faltas, “il calcio sta diventando sempre più popolare tra i nostri ragazzi non solo a Gerusalemme ma anche in Cisgiordania”.

La scuola propone allenamenti intensivi tutti i mesi dell’anno per giocatori principianti e per quanti cercano di occuparsi della formazione di questi bambini in qualità di allenatori ed educatori.

Per questo sono previste sessioni di studio per rafforzare le competenze sportive ed educative.

“Le occasioni per giocare sono limitate per i nostri ragazzi; offrire tempi e spazi di gioco significa rinforzare la loro mente ed il loro fisico”, ha spiegato padre Faltas.

“La nostra missione è di sostenerli a guardare al futuro senza paura”, ha concluso.
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L’eredità della Shoa? I diritti umani. Compresi quelli ai palestinesi

Pietro Andrea Annicelli  

 EFFEDIEFFE

«Un ragazzo palestinese non ha alcun posto dove andare; Le barriere messe dai soldati israeliani gli impediscono di spostarsi».

PALESTINA - «Mi auguro che il presidente Katsav, se sarà riconosciuto colpevole, finisca in prigione per quarant'anni!».
Non rischia fraintendimenti Hagit Back, militante di Matchsom Watch.
Il capo dello Stato d'Israele è incriminato per reati sessuali contro quattro donne che hanno lavorato alle sue dipendenze.
A fine gennaio Moshe Katsav si è autosospeso.
Per la Knesset, il parlamento israeliano, non è stato sufficiente: è avviata la procedura d'impeachment.
«L'atteggiamento attribuito a Katsav è molto diffuso ai livelli più alti della società israeliana» denuncia Hagit Back.
«E' un aspetto della violenza della vita quotidiana, conseguenza della tensione e del malessere. Nell'ultimo anno, trenta donne israeliane sono state ammazzate dai loro mariti».
Matchsom Watch è un'associazione di circa quattrocento donne, tutte israeliane, che fa capo a tre storiche militanti: Ronnee Jaeger, Adi Kuntsman, Yehudit Keshet.
Verifica il comportamento dei soldati di Tsahal, l'esercito israeliano, ai check point di confine con i territori palestinesi.
Hagit Back è amica del rabbino Arik Ascherman, dell'associazione Rabbis for Human Rights che da anni organizza i pacifisti israeliani in gruppi che proteggono i villaggi palestinesi dalle angherie dei coloni fondamentalisti.

Al tavolo con Somaya Alshurafa e Mohammed Abusharekh dell'Afkar Society for Improving & Developing Youth Abilities, il centro palestinese per bambini traumatizzati di Gaza che Abusharekh dirige, l'atteggiamento della militante ricorda gli studenti ebrei americani che si battevano per i diritti civili dei negri ai tempi di Martin Luther King.
«Quella israeliana è oggi una società razzista: perché, se io e un mio amico arabo abbiamo gli stessi documenti, io sono lasciata passare ai posti di blocco e lui è fermato? Ha ragione chi pensa che Israele oggi assomiglia al Sud Africa dell'apartheid. L'eredità della Shoa sono i diritti umani: non c'è diritto per Israele a esistere se non dà lo stesso diritto ai palestinesi».
Somaya e Mohammed le stringono la mano con complicità.
«Tra noi e gli israeliani non ci sono problemi nelle relazioni personali: il problema è politico» spiegano.
«I nostri bambini hanno un carico di violenza enorme», rileva Abusharekh, che è psicologo.
«E' una conseguenza dell'occupazione, della guerra e delle privazioni che subiamo, ma anche della maniera in cui sono educati da Hamas. Li abituano a una mentalità chiusa, ad avere come scopo la guerra, la vendetta. Quando noi ce ne prendiamo cura, occorrono una quindicina d'anni per rendere consapevole un ragazzo che non sono quelli i veri valori dell'esistenza. L'occupazione porta a una tensione altissima all'interno d'una realtà come Gaza. Ragazzi con qualità personali e artistiche non sanno più cosa fare, dove andare. Non credono più a nulla».
Hagit Back è d'accordo.
«Un ragazzo israeliano che non ha futuro in Israele può comunque emigrare in Australia, in Sud America. Un ragazzo palestinese non ha alcun posto dove andare», rileva.
«Le barriere messe dai soldati israeliani gli impediscono di spostarsi. Ogni giorno è costretto a stare dov'è. Un visto per l'Egitto è un miraggio».
Somaya Alshurafa, che è poetessa, usa l'arte e il lavoro d'abilità manuale per la riabilitazione.
Si abituano i bambini traumatizzati a vivere la loro età attraverso attività specifiche che allontanino il loro pensiero dall'aggressività.

E' un po' come far ritornare bambini i bambini-soldato.
«Abbiamo programmi per i ragazzi dai nove ai dodici anni con attività di disegno, di artigianato. Il problema è nelle famiglie. Vi sono molte armi in giro. Quando tra un marito e una moglie c'è un litigio, è facile che si spari. Anche nella vita quotidiana le armi sono uno strumento abituale nei conflitti. L'esibizione della forza che dà il possesso di un'arma fornisce dei modelli che restano impressi nella mente dei bambini. E' complicato abituarli a comportamenti non aggressivi».
Hagit, Somaya e Mohammed, mentre escono dal ristorante per fumare insieme, sono d'accordo: la volontà della gente di buon senso, da entrambe le parti, non basta più.

Pietro Andrea Annicelli
 

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Benedetto XVI: La fede e l’amicizia cristiana sono il rimedio alla fragilità umana

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 marzo 2007 (
ZENIT.org).- La fede e l’amicizia cristiana permettono di convivere con la malattia e la fragilità umana, afferma Benedetto XVI.

E' quanto ha detto il Papa incontrandosi sabato scorso, nella Basilica Vaticana, con i partecipanti ai pellegrinaggi promossi dall’O.F.T.A.L. (Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes) – per il 75° anniversario della fondazione dell'Associazione – e dal M.A.C. (Movimento Apostolico Ciechi), che poco prima avevano partecipato alla Celebrazione eucaristica presieduta dal Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone,

Dopo aver tracciato brevemente le origini delle due Associazioni, il Papa ne ha esaltato il carattere di “esperienze di condivisione fraterna, basata sul Vangelo”, che testimoniano come “la fede e l’amicizia cristiana permettono di attraversare insieme ogni condizione di fragilità”.

L'O.F.T.A.L, iniziata nel 1913 è stata fondata ufficialmente nel 1932 da monsignor Alessandro Rastelli, un sacerdote della diocesi di Vercelli; mentre il M.A.C. è una associazione non governativa (ONG) di laici, ciechi e vedenti, fondata nel 1928 per iniziativa di un’insegnante non vedente di Monza, Maria Motta, e approvata dal beato Giovanni XXIII.

“Ciascuna delle due Associazioni contribuisce ad edificare la Chiesa con il proprio, specifico carisma – ha detto il Santo Padre –. Voi, amici dell’OFTAL, offrite l’esperienza del pellegrinaggio con i malati, segno forte di fede e di solidarietà tra persone che escono da se stesse e dal chiuso dei propri problemi per partire verso una meta comune, un luogo dello spirito: Lourdes, la Terra Santa, Loreto, Fatima, e altri Santuari”.

“Aiutate così il Popolo di Dio a tener desta la consapevolezza della sua natura pellegrinante alla sequela di Cristo, come emerge in maniera rilevante nella Sacra Scrittura. Pensiamo al Libro dell’Esodo, che la liturgia ci fa meditare in questo tempo quaresimale”, ha aggiunto.

“Voi, amici del MAC – ha poi proseguito – , a vostra volta siete portatori di un’esperienza tipica, che vi è propria: quella del camminare insieme, fianco a fianco, ciechi e vedenti”.

“E’ una testimonianza di come l’amore cristiano permetta di superare l’handicap e di vivere positivamente la diversità, quale occasione di apertura all’altro, di attenzione ai suoi problemi, ma prima di tutto ai suoi doni, e di vicendevole servizio”, ha sottolineato.

“Cari fratelli e sorelle, la Chiesa ha bisogno anche del vostro contributo per rispondere fedelmente e pienamente alla volontà del Signore. E altrettanto si può dire della società civile: l’umanità ha bisogno dei vostri doni, che sono profezia del Regno di Dio”, ha esclamato il Vescovo di Roma.

“Non vi spaventino i limiti e la povertà di risorse: Dio ama compiere le sue opere con mezzi poveri. Chiede però di mettergli a disposizione una fede generosa!”, ha infine concluso.
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