Viene
continuamente additata perché non indossa il
velo. Nella città palestinese di Betania,
appena oltre quel muro che nasconde
Gerusalemme e che divide i ricchi dai poveri,
i fortunati dagli sfortunati, Samar Sahhar
cammina sempre a testa alta e scoperta. Non si
arrende all'invito più o meno energico di chi
la vorrebbe velata e nascosta, quasi a sfidare
l'oscurantismo di chi crede nell'imposizione.
Né si lascia impressionare da chi si augura e
fomenta lo scontro tra Israele e Palestina.
Samar è una delle poche donne cristiane
rimaste in zona palestinese. È nata a
Gerusalemme Est 46 anni fa. Ha frequentato
l'Università di Betlemme in management
e seguito corsi in discipline educative in
Inghilterra. Nel 1995 ha partecipato al
Colombus International Programme negli
Usa con un gruppo di palestinesi in missione
di pace in Ohio. È da 37 anni che lotta, da
quando era bambina, prima insieme ai suoi
genitori gestendo un orfanotrofio maschile,
poi da sola quando ne ha inaugurato uno
femminile. I suoi l'hanno educata a non
mollare, a non aver paura di essere
considerata una sognatrice.
Controcorrente. In un
luogo dove si è madri addirittura a dodici
anni, Samar, anche in questo caso, è
controcorrente. È consacrata tra i Memores
Domini nel movimento di Comunione e
Liberazione. «Non sono stata capace di amare
altro che Dio e il mio lavoro», confida. Ma lì
al Lazarus Home for Girls (la Casa di Lazzaro
per ragazze), dove Samar accoglie una trentina
di giovanissime orfane, la chiamano «mamma
Samar». Sono tutte musulmane abbandonate da
famiglie indigenti. E tra loro c'è anche un
ragazzino senza genitori. «L'altro giorno
proprio lui mi ha chiesto: "Cosa fanno gli
animali col coprifuoco?" E poi ha aggiunto:
"Cos'è questa guerra?". Gli ho spiegato che
gli israeliani cercano di far fuori i
palestinesi e viceversa. Allora il mio bimbo
ha commentato: "Loro hanno bisogno di vivere,
noi anche. Perché non possiamo stare
insieme?"».
La storia di ciascuna delle sue ragazze
sembra la trama di un libro: «Safiria è stata
trovata in un pollaio piena d'ustioni, Nanni
era incatenata in una grotta a Betlemme,
Nahla, no nostante un'infanzia violenta, oggi
è una studentessa modello, Cabila è stata
abusata, violentata, bruciata in diversi parti
del corpo».
Il cuore grande di Samar però non si ferma
ai piccoli. «Ogni tanto arrivano donne che
devono essere nascoste. Sono passate da qui
prostitute, ma anche donne con difficoltà
mentali e con traumi profondi: la grande casa
di Samar accoglie anche donne in difficoltà.
«Se n'è appena andata una ragazzina di 13 anni
che si è ribellata alla sua famiglia che già
da tre anni la costringeva a prostituirsi»,
racconta senza reticenze la palestinese. «Ora
la sua famiglia ha messo una taglia su di
lei».
Scomoda.No nostante tutto
il bene che fa, di recente gli abitanti di
Betania hanno firmato una petizione per
chiudere l'orfanotrofio «che nasconde le
donnacce», così chiamano da queste parti le
donne che si ribellano alle tradizioni e ai
soprusi. Se Samar le abbandonasse, verrebbero
probabilmente lapidate. Oltre a loro, pensa
sempre ai settanta bambini orfani al Jeel
El Amal (Generazione della speranza):
«Per invidia qualcuno mi ha portato via
l'orfanotrofio dei miei genitori e anche una
parte importante della mia vita», si
rattrista. «Non posso non pensarli», si
commuove. Sa che potrebbero essere le prime
vittime della guerra. «Un orfano non ha
nessuno, quindi i miei ragazzi sono i più
adatti all'Intifada, candidati ideali per
diventare kamikaze. Vittime prima di
tutto della disperazione, senza una scuola
dove andare o un lavoro per progettare il
futuro. E allora c'è tempo per riempirsi la
testa di ideologie, di bugie», sbotta. «Non
voglio che i miei figli - quelli di Jeel
Al Amal - muoiano o uccidano! Ne sarei
responsabile».
Oltre alla disoccupazione endemica, nella
cittadina non esiste nemmeno un presidio
medico. «Capita che le bambine si facciano
male ed è un bel guaio. Un giorno siamo andati
ad Abu Dis, al checkpoint israeliano,
perché una si era rotta un braccio, ma non
avevano il materiale per ingessare l'arto»,
rivela. «Abbiamo dovuto allora scavalcare il
muro, rischiando la vita per raggiungere
Gerusalemme. Ora vorrei costruire accanto
alla scuola un ambulatorio medico».
Nonostante le preoccupazioni e le
difficoltà quotidiane, Samar non si arrende.
Racconta il suo progetto di riaprire un
panificio dopo una precedente esperienza
fallita. «Questa volta funzionerà. Il negozio
si chiamerà Charlie's Bakery
(Panificio di Charlie) in memoria di un
ragazzo inglese. La famiglia ha raccolto i
fondi per pagare il terreno». Accanto è stata
inaugurata, lo scorso 21 dicembre, Pizza
Malek (Pizza Angelo) che il Comune di
Valmontone (Varese) ha sponsorizzato. E due
ragazzi di Betania sono stati in Italia per
imparare il mestiere di pizzaiolo.
«È stata una bella festa, con tanti amici
dall'Italia e dalla Lombardia in particolare»,
si anima. «Faccio mia la massima di una santa:
"Se il mio letto sarà di fiori, lo cambierò
domani"». |