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Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 33 (italiano), del 5/3/2007
Non c'è altra via: è
questione di vita o di morte.
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Lo scopo principale di
queste pubblicazioni è di stimolare la migliore messa a
fuoco di una chiara visione della realtà, spesso offuscata,
distorta, ignorata dai principali mezzi di comunicazione e dalla
politica, asserviti a poteri che non hanno interesse a renderla
nota, se non che falsandone i termini di analisi e di ricerca, al
fine di addomesticare e indirizzare il consenso popolare in vista
di un'ampia adesione a politiche militari ed economiche pericolose
e dannose per tutti.
Pericolose e dannose sia
per le popolazioni mediorientali che le subiscono, che per quelle
occidentali, per lo più ignare, che le promuovono attraverso i
loro rappresentanti politici.
Perchè giustificare ed avvallare
politiche razziali a discapito di popolazioni intere, attraverso
embarghi ed omertà, risulta essere una sconfitta grave per la
nostra "civiltà".
L'aggressività e l'arroganza
sionista, e cristiano-sionista yankee, oltre a creare uno spirito
di diffidenza e di timore nei confronti della nostra civiltà
"giudeo-cristiana", spesso agevola chi è stretto tra le spire di
questo "satana in doppio petto" ad abbracciare scelte
autolesioniste di morte, rendendo ancora più difficile risolvere i
problemi sul campo.
Evidentemente "lo
spirito d'iniquità" vuole alimentare negli animi dei potentati
l'odio, la vendetta, il desiderio di rovina, di dannazione, di
supremazia, di potere illimitato.
Non è una novità che i luoghi
santi, calcati dal Figlio dell'uomo, fossero anche dimora
prediletta del "Mentitore ed omicida sin dall'inizio".
E nella composizione di luogo dei
Due Stendardi, negli esercizi igniaziani, Babilonia è la regione
dove l'angelo ribelle fa il caporione dei nemici di Dio, mentre
nei dintorni di Gerusalemme tiene l'adunanza Nostro Signore Gesù
Cristo, capo indiscusso di tutti gli uomini di buona volontà.
In una visuale cattolica
del problema israelo-palestinese, un'importanza relativa viene
attribuita all'appartenenza ad un'etnia piuttosto che ad un'altra,
e neppure si pone il problema in termini politici di destra o di
sinistra. Come cattolici siamo avvantaggiati nel discernimento.
Noi vediamo i nemici come anch'essi creature di Dio. Lo spirito di
carità, tanto raccomandatoci di conservare, ci spinge a perdonare
le offese ricevute e sperare e pregare per la conversione delle
anime a Colui che ci ha tanto amati da dare la vita per noi.
È sicuramente una delle cose più
difficili da realizzare in Palestina, tanto più per coloro nei
cui petti arde una gran sete di giustizia per i torti
immeritatamente patiti.
Chi come me ha toccato con
mano l'ingiustizia, ha visto con i propri occhi la
discriminazione etnica e la violenza gratuita, ha provato sulla
propria pelle il disagio e l'indignazione per essere indesiderato
e disprezzato perchè non giudeo, addirittura vedendosi rifiutare
le cure mediche per la moglie malata, solo perchè residente in un
quartiere cristiano di Gerusalemme, sa quanto sia difficile amare
il prossimo, che si propone quale nemico, in certe condizioni.
Ma con la buona volontà e la
preghiera nulla è impossibile.
Questo non
significa rammollirsi, ammutolirsi, non reclamare a gran
voce giustizia, non voler denunciare le cause che impediscono la
pace e la convivenza tra i giovani israelo-palestinesi.
Essere cattolici non vuol dire
scambiarsi vuoti segni di pace nella sicurezza delle proprie
chiese europee, lasciando che ad occuparsi delle faccende sporche
siano altri.
Bisogna avere il coraggio
di lordarsi le mani personalmente, di rischiare un po' della
propria tranquillità, per testimoniare la fede di cattolici
europei ai nostri fratelli nella fede palestinesi, e la fede dei
cattolici-cristiani palestinese ai fratelli nella fede europei.
Il
mondo deve sapere cosa succede in Terra Santa.
Specialmente il mondo cattolico, troppo spesso appiattito, dalle
nostre parti, su posizioni neutrali per non dispiacere la comunità
ebraica in un modo o quella islamica in un altro.
Posso capire la
posizione di estrema cautela e diplomatica prudenza di chi deve
gestire sul campo, e sulla carne viva delle anime affidategli,
rapporti delicati e complessi, dai quali dipende la sopravvivenza
stessa delle comunità di Terra Santa, già martoriate e ridotte al
lumicino, oltre a sperare in qualche possibile conversione di
infedeli.
Ma è ingiustificabile l'omissione
di soccorso dei cristiani occidentali.
In molti casi, per amore del
dialogo, essi finiscono per rimanere imbavagliati.
Ho visto fiaccolate e
manifestazioni di solidarietà con grande partecipazione di fedeli
cattolici a commemorazioni di genocidi commessi parecchi decenni
fa.
Non ho registrato lo stesso
trasporto e partecipazione numerica per denunciare il
genocidio in atto in Terra Santa ai giorni nostri e chiedere a
gran voce la fine dell'embargo contro il popolo palestinese, lo
smantellamento dei Muri di segregazione nei Territori Occupati, la
sospensione del ladrocinio delle terre arabe palestinesi da parte
di coloni stranieri occidentali, l'interruzione degli omicidi,
delle incarcerazioni, dei sistemi di tortura ai danni dei
prigionieri politici, degli espropri, dell'abbattimento delle case
di civile abitazione, della distruzione dei raccolti,
dell'ostacolazione alla pesca e ad ogni altra attività lavorativa
per la sopravvivenza di un popolo che lì risiede da millenni.
Non ho registrato lamenti alzarsi
alti, numerosi e forti dai pulpiti cattolici per
invocare giustizia per i cristiani di Terra Santa e per tutta la
popolazione innocente palestinese.
Voci fievole,
sparse qua e là, senza risonanza, di generosi ed eroici sacerdoti
e fedeli, che rimboccatesi le maniche tentano di spegnere
l'incendio con un secchiello.
Siamo donchisciotteschi, romantici,
a tratti patetici, ma vogliamo bene ai nostri fratelli nella fede
palestinesi e, come cavalieri crociati d'altri tempi, vorremmo
sostenerli e non farli sentire soli.
Come dimenticare
che è lì che sono le nostre radici, che è lì che si è incarnato il
Messia, che è lì che Egli ha predicato e perfezionato la Legge,
che è lì che ha patito e si è offerto in Olocausto Maximo per
riaprire, a chi crede, le porte del Cielo, che è lì che ha
compiuto i più grandi miracoli per la nostra incredulità, coronati
con la Resurrezione.
Ma soprattutto non possiamo
dimenticarci che è lì che da duemila anni i gentili cristiani lo
testimoniano quale il Cristo, subendo nei secoli ogni
persecuzione.
Un certo pacifismo di moda,
melassoso e fine a se stesso, non serve a costruire la pace.
Per costruire la pace bisogna
dichiarare guerra alla menzogna. Bisogna denunciare a chiare
lettere le cause profonde del conflitto e chi le provoca. Senza
timore di essere sconvenienti o politicamente scorretti. Senza
paura di irritare fratelli separati o maggiori, molti dei
quali combattono in Terra Santa sul nostro stesso fronte per la
verità e la giustizia, che sole possono condurre alla vera pace
tra i popoli. Se non si riesce a risolvere i problemi, almeno li
si porta all'attenzione del grande pubblico, per rendere al demone
custode dei sionisti le cose meno facili.
Egli, come un ladro,
se osservato non può agire indisturbato, deve contenersi.
E se noi giriamo la testa da un'altra parte sicuramente se ne
approfitterà. Perciò bisogna mantenere l'attenzione alta. Non
perdere una mossa, sua e dei suoi accoliti.
Ma è proprio questo che il cornuto non vuole: la condivisione della verità nella carità. Sarebbe la sua sconfitta e si ritroverebbe disoccupato. Ed allora ecco la sua arma prediletta da sempre: la menzogna. Seguite le orme delle falsità e di coloro che se ne fanno arma, e seguite la scia di sangue che si portano appresso. Troverete la tana dell'omicida e dei suoi complici.
Ma certi demoni si
scacciano solo con la preghiera. E noi preghiamo e
accettiamo che sia fatta la Sua volontà.
Purtroppo, ad aggravare la
situazione, oggi si è giunti addirittura al colmo della
tragi-comicità, per le così dette "democrazie liberali
occidentali", di impedire il dibattito e la critica riguardo a
folli ideologie fattesi Stato, inclusa la denuncia delle loro
abiezioni politiche e militari. Non si può parlar male del
sionismo, non si può definere Apartheid il regime israelita che
frammenta la Palestina in piccole enclavi circoscritte e
circondate da Muri alti otto metri, non si possono definire come
paragonabili ai deprecati metodi "nazisti" quelli messi in atto
dalle milizie e dalla politica esclusivista e razziale sionista
dello Stato d'Israele. Non si può criticare in alcun modo lo Stato
sionista, a meno che non si sia ebrei: ma in certi casi non
possono neppure loro.
Come si deve chiamare uno Stato che
persegue una politica la quale prevede strade percorribili da soli
giudei, pena la carcerazione e la confisca del mezzo?
Ancora non sono entrati a far parte
dell'EU e già dettano legge, ci dicono cosa possiamo e cosa non
possiamo dire, che leggi dobbiamo imporci, chi bisogna santificare
o meno.
E quando saranno membri effettivi
dell'EU cosa pretenderanno? Rabbrividisco al pensiero, visto
l'odierno vergognoso e servile scodinzolio dei rappresentanti del
popolo europeo, kippa in testa, di destra e di sinistra,
perennemente prostrati a dimostrare la loro sudditanza ed
inferiorità noachide.
Ma il
paradosso è che coloro i quali negano il diritto alla
libera e composta espressione del proprio pensiero e
dissenso, oggi sono proprio quei politici, uomini di Stato e di
cultura che hanno creato il
proprio
prestigio in nome della libertà di pensiero e della giustizia
sociale. Pannella, il difensore delle peggiori abiezioni amorali,
non poteva che essere filoisraeliano. E lo stesso dicasi
del compagno Presidente. Abbiamo visto Berlusconi ed abbiamo visto
Prodi, come Fini e Rutelli, tutti in fila a prestar giuramento
all'unica ideologia che non si possa contestare al mondo.
I palestinesi?
Tutti terroristi, uomini, donne, vecchi e bambini. Senza diritto
alcuno se non quello di morir di fame, e da far da cavia per
sperimentare nuove tecnologie militari.
Possibile che non si veda
l'ingiustizia di un popolo intero lentamente, inesorabilmente
sopraffatto e decimato? Che vede la propria terra invasa da coloni
stranieri provenienti dall'occidente, ben armati e imbottiti di
dollari, che non parlano neanche la loro lingua, ma che pretendono
di essere obbediti, sino alle più estreme umilianti conseguenze.
Giovani coloni in divisa che si possono permettere di decidere se
e quando si può andare a lavorare, o al mercato, o dal medico, o
anche solo a visitare i propri parenti, a un funerale, a un
matrimonio.
Arroganti e prepotenti
giovanotti e signorine con l'uniforme di una razza che
credono superiore ed immune dal giudizio divino per le atrocità
che commettono con il sorriso sulle labbra, sicuri di farla franca
mentre scorrazzano sparando per le vie della tua città, mentre ti
devastano la casa e ti uccidono i figli sotto gli occhi, ti
abbattono quel poco di bestiame che ti è rimasto e ti calpestano
il giardino. Ti spingono all'esodo ed all'avvilimento più
profondo, quello che nessun uomo o donna dovrebbe mai provare. Ti
calpestano la dignità senza pietà.
Chi li ha educati
a tanto disprezzo per il prossimo? Non certamente chi studia la
Torà, che prima o poi, per quanto di dura cervice, dovrà
arrendersi a riconoscere il Salvatore nel Cristo già venuto.
Il rabbinato sionista, imbevuto di
malsane teorie talmudiche anticristiane e di supremazia razziale?
I guru politici e militari, buoni discepoli di quel rabbinato e
dei burattinai di Wall Street?
Eppure una possibilità di
pacificazione e prospettiva di un futuro più sicuro per le future
generazioni c'è ancora.
Essa passa per la buona volontà e
la buona educazione delle attuali e future generazioni. Che i
giovani crescano studiando e giocando insieme. Che ai genitori sia
dato il diritto di poter liberamente lavorare e spostarsi sul
territorio. Che venga sospeso l'afflusso in massa di nuovi coloni
e permesso il rientro dei profughi. Siano restituite le terre
rubate e ricostruite le case demolite. Che sia bloccata la
costruzione di nuovi Muri di segregazione e vengano smantellati
quelli esistenti, restituendo al territorio la sua originaria
bellezza, naturalità e funzionalità.
Se le vite rubate non
possono essere restituite, almeno si cerchi di riparare
alle sofferenze provocate restituendo un po' di serenità ai
bambini palestinesi e prospettive di non essere costretti a vivere
sul "chi va là" per tutta la vita a quelli ebrei.
Non
c'è altra via percorribile per vivere in pace, per loro e
per noi tutti, che quella di fare giustizia e riparare ai torti
commessi.
Se Israele decidesse di percorrere
seriamente e sinceramente itinerari di giustizia e di concordia,
le ragioni dell'opposizione araba, che vede lo Stato d'Israele
come un cancro nell'area, non avrebbero più linfa per essere
alimentate. Se Israele decidesse di percorrere seriamente e
sinceramente itinerari di giustizia e di concordia.
Reclamare la pace, senza pretendere
una revisione delle posizioni in campo, non è possibile. Sarebbe
come vendere aria fritta.
La pace ha un suo prezzo. È il
prezzo della verità e della riparazione delle ingiustizie inferte.
Riparazione pratica e non teorie vuote.
Sperando che non sia troppo tardi e
che Dio non si sia stufato di essere preso in giro dal Suo popolo
infedele.
Preghiamo, perchè mai come
oggi, in Terra Santa come ovunque, pregare è una "questione di
vita o di morte".
Ringraziamo il Santo Padre per
queste opportune ed azzeccate esortazioni a noi tutti, tiepidi
cristianucci insipidi, che viviamo in questi tempi di dissoluzione
globale.
Filippo Fortunato Pilato
5/3/2007
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