«Nel
nostro Paese la verità finisce sempre per apparire. Il
Libano non può vivere senza la sua democrazia». Era
spontaneo, sincero e fiducioso il motto che il 14
marzo di due anni fa guidò un milione di persone nella
piazza dei Martiri di Beirut per commemorare Rafik
Hariri.
Un mese prima l'ex premier era rimato ucciso nella
capitale libanese in un sanguinoso attentato che
avrebbe segnato l'inizio di una nuova, e quantomai
incerta fase per il Libano. Il ritiro dal Paese delle
truppe di Damasco prima, le elezioni vinte da una
coalizione anti-siriana poi - con l'affermazione del
figlio dello stesso Hariri, Saad -, la guerra della
scorsa estate tra gli estremisti sciiti di Hezbollah e
Israele. Fino ad arrivare all'attuale, delicatissimo
stallo, con i tentativi di mediazione tra maggioranza
e opposizione condizionati dagli scontri di strada.
La stessa piazza dei Martiri, dove domani si
raduneranno decine di migliaia persone per ricordare
il secondo anniversario della morte di Hariri,
potrebbe trasformarsi in un campo di battaglia, nel
quale rischiano di esser spazzate via le speranze di
una soluzione indolore alla crisi in corso. È su
quella piazza, infatti, che dal primo dicembre
prosegue senza sosta il sit-in degli
attivisti dell'opposizione pro-siriana. La maggioranza
denuncia che sono in possesso di armi e materiale da
guerra. Loro negano, ma sottolineano che non
smobiliteranno finché le non otterranno quel che
vogliono. Chiedono, nell'ordine, le dimissioni
dell'attuale governo, la formazione di un esecutivo di
unità nazionale e la convocazione di elezioni
anticipate.
Ma non solo, perché a dividere maggioranza e
opposizione è anche l'inchiesta sulla morte dello
stesso Hariri. In particolare, Hezbollah vuole avere
voce in capitolo sullo statuto del tribunale a
carattere internazionale che giudicherà i responsabili
dell'attentato. «Il processo Hariri non dovrà essere
politico ma solo penale e dovrà esser svolto
rispettando i princìpi giuridici libanesi», ha
avvertito il vice segretario generale di Hezbollah,
Naim Kassem, che ha ribadito anche l'ostracismo a
«ogni tipo di ingerenza straniera negli affari interni
del Libano».
Che la vigilia per la commemorazione di domani sia
incandescente lo si desume anche dalle barriere erette
dall'esercito nella piazza dei Martiri, letteralmente
tagliata a metà in un tentativo di tener lontani il
più possibile i supporter governativi da
quelli dell'opposizione. Le ultime notizie di cronaca
(due esplosioni avvenute questa mattina a bordo di due
minibus vicino a Bifkaya, città cristiana in Libano,
hanno provocato la morte di almeno 9 persone e
numerosi i feriti) non lasciano presagire nulla di
buono.
A cercare di stemperare la tensione è
stata, due giorni fa, la vedova di Hariri, Nazik, con un
appello diretto al leader di Hezbollah, Sayyed Hassan
Nasrallah. Dalle colonne di
al-Mostaqbal, il quotidiano di proprietà della
famiglia dell'ex premier, Nazik ha chiesto che la
commemorazione del marito si trasformi in una
«manifestazione di unità e di amore per il Libano» che
restituisca ai libanesi «la speranza di un futuro
migliore».
Il tentativo di riavvicinamento è però già caduto nel
vuoto, con il movimento sciita che ha sottolineato come
«l'attuale spaccatura del Paese non consente di riunirci
in un'unica cerimonia, quale che sia l'occasione». A
tentare di ricucire posizioni apparentemente
inconciliabili sono una pletora di mediatori, tra i
quali il segretario generale della Lega Araba, Amr
Moussa, volato due giorni fa a Damasco per intavolare
«colloqui cruciali». Il nuovo round di
trattative ad alto livello sarebbe stato deciso in
seguito alla Conferenza dei donatori per il Libano,
tenutasi lo scorso 25 gennaio a Parigi, che ha segnato
il rinnovato interesse della comunità internazionale per
il Paese dei cedri.
Gli analisti si interrogano, tra l'altro, sulle
indiscrezioni secondo le quali il presidente del
Parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri, avrebbe
intenzione di costituire una «commissione tecnica
paritetica» tra l'esecutivo e l'opposizione in grado di
trovare un accordo sullo statuto del tribunale che
indagherà sull'omicidio di Hariri. Lo scorso novembre il
governo di Fouad Sinora approvò la bozza dello statuto
preparato dalle Nazioni Unite, ma questa mossa portò
alle dimissioni di sei ministri sciiti pro-siriani e
venne rifiutata anche del presidente della Repubblica,
Emile Lahoud. L'istituzione del tribunale necessita del
«sì» di almeno due terzi dell'assemblea parlamentare
libanese, ma la maggioranza può contare soltanto su 72
degli 85 voti necessari a tale scopo. È anche possibile
che la creazione del tribunale venga rimandata fino alla
conclusione dell'inchiesta sulla morte di Hariri,
portata avanti dagli investigatori delle Nazioni Unite.
Spettatori (molto)
interessati di questa intricata partita sono altre
potenze regionali, dalla sciita Teheran, protettrice di
Hezbollah, alla sunnita Riyadh, che sostiene il governo
Siniora, fino alla stessa Damasco. In particolare,
osservano gli analisti, mentre i colloqui tra Iran e
Arabia Saudita stanno facendo registrare dei timidi
progressi - soprattutto riguardo alla formazione di un
nuovo esecutivo libanese di unità nazionale, con un
maggior peso accordato al movimento sciita - la Siria
sta combattendo in tutti i modi dietro le quinte la
formazione del tribunale internazionale. Proprio il
governo siriano è stato accusato all'indomani della
morte di Hariri di aver pianificato l'attentato in
collegamento con i suoi alleati di Beirut.
Al di là delle
speculazioni diplomatiche, sarà molto probabilmente la
piazza, la «storica» piazza dei Martiri, a evidenziare
lo stato dell'attuale crisi libanese. Dopo gli scontri
di gennaio (sette morti e oltre trecento feriti nella
sola capitale), la speranza che la commemorazione
dell'ex premier si svolga in un clima pacifico sono
poche. La sensazione che si sia vicini a una sorta di
guerra civile la si comprende anche dai prezzi
registrati nelle ultime settimane al mercato nero delle
armi. Servono più di settecento dollari per un
kalashnikov che prima ne costava cento, mentre il
prezzo dei proiettili è praticamente decuplicato. A far
lievitare i prezzi la solita legge della domanda e
dell'offerta, dove la domanda è costituita non solo dai
miliziani ma anche dalle centinaia di persone che in un
Ak-47 vedono la «protezione minima» per sé e per la
propria famiglia in questo clima politico avvelenato.
Alcuni analisti, come Patrick Haenni dell'International
Crisis Group, ritengono comunque che la guerra
civile non sia vicina. O che quanto meno essa necessiti,
per scoppiare definitivamente, di una «decisione
politica», che finora «non è stata presa». È quel
«finora» a segnare il labile confine di ciò che è e ciò
che potrebbe accadere, in un Libano che già per quindici
anni ha vissuto l'incubo del conflitto interno
permanente e che domani proverà, ancora in quella
fatidica piazza dei Martiri, a guardarsi allo specchio
per capire se sia in grado o meno di cancellare i
fantasmi di un triste passato.

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Scheda.
Sciiti e sunniti. Chi sono
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di Alberto Elli
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14 February 2007 |
Le
tragiche vicende quotidiane che
insanguinano l'Iraq col loro interminabile
stillicidio di morti ammazzati ci parlano
ogni giorno delle lotte sanguinarie che in
quel martoriato Paese oppongono tra di
loro i sunniti e gli sciiti.
Benché i due termini siano ormai divenuti
comuni, pochi sono quelli che conoscono
l'origine delle due denominazioni. Si
tratta, in effetti, di due gruppi
differenziatisi nella grande comunità
islamica, la Umma.
Mentre nel cristianesimo le divisioni sono
sorte soprattutto in seguito a
controversie dogmatiche e dottrinali,
all'interno dell'islam esse sono nate
prevalentemente per cause politiche.
L'8 giugno
632, a Medina, muore Maometto (Muhammad). In
quello stesso giorno, Abu Bakr, la cui
figlia Aisha ha sposato il Profeta, viene
eletto califfo (632-634), ossia suo vicario
e successore.
Alla morte di Abu Bakr (23 agosto 634),
diventa califfo Umar ibn al-Khattab
(634-644), la cui figlia Hafsa aveva
anch'ella sposato il Profeta. Umar ibn
al-Khattab morirà assassinato nel 644 a
Medina.
Anche il nuovo califfo, Uthman ibn Affan
(644-656) morirà ucciso. Gli succederà Ali
ibn Abi Talib, quarto e ultimo dei «califfi
ben guidati» (i cosiddetti rashīdūn),
cugino e genero di Maometto, del quale aveva
sposato la figlia Fatima.
A lui si oppone, però, Muawiya, governatore
della Siria, che alla fine esce vincitore
dallo scontro. Ha così origine la perdurante
divisione tra i membri della shī‘at Alī,
ossia il partito o fazione di Ali, per
l'appunto gli sciiti, e il resto della
comunità, che si riconosce invece in Muawiya
e che più tardi prenderà il nome di Ahl
al-Sunna «gente della tradizione», da
cui il nostro sunniti.
Il
contrasto tra i due partiti risale però già
alla morte di Maometto e verte proprio sulla
questione della sua successione.
I
discepoli di Ali, infatti, ritengono che il
comando supremo della comunità islamica
possa appartenere solo a un membro della
Ahl al-Bayt, «gente della Casa», ossia
a un discendente della famiglia del Profeta,
e che pertanto Ali sia l'unico successore
legittimo. Hanno però dovuto accettare la
nomina dei primi tre califfi, eletti dal
resto della comunità, che ritiene, al
contrario, che qualsiasi fedele, e non
necessariamente un discendente del Profeta,
possa esercitare legittimamente l'autorità
suprema.
Il
contrasto pare ricomporsi con la nomina di
Ali a califfo, ma l'opposizione di Muawiya,
e la successiva uccisione di Ali nella
moschea di Kufa, aggravano la situazione. Le
speranze degli sciiti si spostano allora sui
due figli di Ali, al-Hasan e al-Husayn.
Entrambi muoiono però per mano di Muawiya o
dei suoi seguaci.
Dopo la
morte di al-Hasan, forse avvelenato,
l'uccisione di al-Husayn e di tutti i suoi
familiari e discepoli nella battaglia di
Kerbela, nel 680, segna la rottura
definitiva tra gli sciiti e i sunniti.
Questi ultimi ritengono di essere rimasti
fedeli alla Sunna, ossia alla
«tradizione» del Profeta e si considerano
quindi depositari dell'ortodossia islamica.
Occorre comunque rilevare che poiché con
Sunna si intende tutto il corpus
di leggi e tradizioni riconducibili a
Maometto, essa è seguita anche dagli sciiti.
La differenza sostanziale sta nelle fonti di
tale Sunna: i sunniti ne
privilegiano alcune, gli sciiti altre.
Gli
sciiti, che ritengono usurpatori i primi tre
califfi, col tempo si sono differenziati
rispetto ai sunniti anche su altre
questioni, per lo più giuridiche. Essi
ammettono, per esempio, la legittimità del
matrimonio temporaneo e ritengono che dal
Corano siano stati espunti alcuni passaggi
che indicavano la successione di Ali a
Maometto. Inoltre, essi ritengono che la
guida della comunità non debba essere il
califfo, ma l'imam che,
appartenente alla famiglia di Ali, è dotato
di potere sia temporale che spirituale.
La legittimità degli imam,
tuttavia, non deriverebbe dalla loro
discendenza carnale dal Profeta, ma dalla
loro ereditarietà spirituale. Gli imam,
traendo la loro autorità direttamente da
Dio, sono i suoi rappresentanti infallibili
sulla terra e i custodi della rivelazione.
Fino al sesto discendente di Ali, Jafar
al-Sadiq, morto nel 756, tutti gli sciiti
sono d'accordo nel riconoscere ai
discendenti del genero del Profeta quella
qualità complessa, insieme spirituale e
politica, che comporta la direzione della
comunità musulmana, l'imamato.
Jafar al-Sadiq ha avuto due figli: Ismail e
Musa al-Qasim. Il secondo, viene designato
dal padre quale successore, a scapito dal
primogenito Ismail, diseredato probabilmente
per aver intrattenuto rapporti con elementi
estremisti. I sostenitori di Ismail fanno
considerano lui il settimo e ultimo imam.
Per loro Ismail non sarebbe morto, ma solo
nascosto. Un giorno tornerà quale Mahdi
per riportare pace e giustizia in terra. Per
questa ragione essi sono noti come
ismailiti o settimani.
Per la
maggioranza degli sciiti, invece, l'imamato
è continuato in Musa al-Qasim e nei suoi
discendenti. Il dodicesimo imam,
Abu al-Qasim Muhammad, sarebbe anch'egli
scomparso in condizioni misteriose verso
l'873, entrando in uno stato di
«occultamento». I suoi seguaci - gli
imamiti o duodecimani, ne
attendono il ritorno come Mahdi.
Gli ismailiti hanno dato origine a
diverse sette scismatiche. Tra le più
importanti si possono citare i drusi,
diffusi soprattutto in Siria, Libano e
Israele. Essi adorano la Divina Ragione
incarnata in al-Hakim bi-Amr Allah, sesto
califfo fatimide (996-1021); i nizariti,
i cui affiliati dell'India, noti come
khojas, riconoscono come loro imam
l'agha khan, «principe signore»; e
i mustaliani, avversari dei
nizariti, diffusi in India, dove sono noti
come bohoras.
Gli
sciiti, che costituiscono il 10 per cento
dei fedeli musulmani di tutto il mondo, sono
tuttavia maggioritari in alcuni Paesi, come
Libano, Iraq, Azerbaijan e Bahrain, e del
tutto prevalenti in Iran, dove lo sciismo
venne imposto dalla dinastia dei Safavidi
(1501-1722).

Le notizie di oggi
sono state tratte dal sito di
www.TerraSanta.net
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