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Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 19/3 (italiano), del 8/2/2007
Quando gli ebrei
contestano Israele
(Da
La Stampa del 6 febbraio 2007)
Centotrenta
intellettuali inglesi in una lettera aperta al Guardian
rivendicano il diritto a criticare la politica di Tel Aviv nei
confronti dei palestinesi, di Marcello Sorgi
INVIATO
A LONDRA - La polemica è durissima, e destinata a lasciare il
segno, forse anche per il momento in cui cade. Nei giorni più
difficili del conflitto israelo-palestinese, un gruppo di famosi
intellettuali ebrei inglesi, con una lettera aperta al
Guardian, ha preso le distanze dall'establishment della
propria comunità, scrivendo che il sostegno a Israele non può
essere messo al di sopra dei diritti umani dei palestinesi.
L'iniziativa è caduta non solo nel momento di maggiore
incomunicabilità tra le due parti in lotta in Medio Oriente, ma
anche di sofferenza interna nei due campi: con Israele che vede
inquisito il presidente della Repubblica Katsav, con l'accusa di
molestie sessuali a una sua collaboratrice, e il premier Olmert
lambito da un'ipotesi di corruzione. E i palestinesi a un passo
dalla guerra civile, con il presidente Abu Mazen che perde
giorno dopo giorno il controllo della situazione.
È su questo sfondo che è maturata la lettera dei centotrenta
intellettuali, i principali firmatari della quale sono
personalità molto note della cultura, dell'arte e
dell'università, in gran parte schierate a sinistra. Per citare
solo i più famosi, nomi come Harold Pinter, poeta, attore,
regista da sempre molto impegnato politicamente; o Stephen Fry,
attore, regista e autore di testi teatrali e cinematografici che
in un'intervista con Michael Parkinson fu definito «uomo con un
cervello grande come il Kent», o Mike Leigh, altro famoso
regista. Donne come la scrittrice Jenny Diski, o la stilista
Nicole Fahri, che ha fatto della sua boutique, dentro cui c'è un
ristorante molto trendy, un luogo di incontri culturali, o la
psicanalista Susie Orbach, studiosa del mondo femminile e
femminista. Su tutti, spicca il nome di Eric Hobsbawm, storico
noto in tutta Europa anche per i suoi saggi sulla mafia.
«La nostra comune convinzione è che un largo spettro di opinione
pubblica all'interno della popolazione ebrea di questo Paese non
si riconosca in quelle istituzioni che pretendono di
rappresentare la comunità ebraica tutta insieme», hanno scritto
nella lettera al sito Internet del Guardian, su cui s'è
aperto il dibattito. «I leader ebrei mettono il sostegno alle
politiche di un Paese occupante al di sopra dei diritti umani di
un Paese occupato», continua il testo. Ma queste due
affermazioni sono bastate ad aprire un fronte polemico
arroventato.
La lettera degli intellettuali infatti non precisa a quali
istituzioni si riferisce. Ma uno dei firmatari, Brian Klug,
filosofo e professore a Oxford, in un altro articolo che entra
nel dibattito, punta sul Board delle Delegazioni ebree inglesi,
«che si autodefinisce la voce degli ebrei mentre dedica gran
parte del suo tempo e delle sue risorse alla difesa di Israele».
Klug critica anche il rabbino capo d'Inghilterra, sir Jonathan
Sacks, per aver detto durante una manifestazione a Londra l'anno
scorso «Israele ci rendi orgogliosi», mentre «altri», sostiene
il filosofo di Oxford, «avvertono un sentimento opposto».
L'obiettivo del gruppo di ebrei inglesi della Diaspora, che si è
autodefinito «una rete di individui» e s'è dotato di un proprio
sito web, è chiarissimo: rivendicare il diritto di criticare la
politica dell'attuale governo israeliano, sapendo che questo
potrà prestarsi ad accuse di antisemitismo, ma sostenendo che i
due piani, quello della libertà di critica, e quello
dell'appoggio al diritto di Israele di esistere, vanno distinti.
Allo stesso modo, prosegue il ragionamento, non va fraintesa la
denuncia delle violazioni dei diritti umani della popolazione
palestinese.
Quanto sia difficile, nel momento attuale, fare distinzioni come
queste, è emerso dal rapido infuocarsi della polemica, un primo
assaggio della quale si era avuta già nei giorni della guerra in
Libano. In quell'occasione si era praticamente sfiorata la
rissa, con le dimissioni dei membri del Board del prestigioso
Istituto ebreo di ricerche politiche (IJPR), a causa della presa
di posizione del direttore dell'Istituto Antony Lerman,
schieratosi a favore di una soluzione federativa, con eguali
diritti per i due popoli, nei territori occupati, e per una
revoca del principio che dà ad ogni ebreo della Diaspora il
diritto al riconoscimento della cittadinanza israeliana.
Tra quelle dei membri del Board, la reazione senz'altro più dura
era stata quella di sir Stanley Kalms, vicepresidente onorario
dell'Istituto fino al momento in cui ha sbattuto la porta, ed ex
capo di Dixon group, uno dei maggiori gruppi elettronici
inglesi, oltre che eminente personalità della comunità ebraica
inglese e professore nelle università di Londra Nord e di
Buckingham. Dopo aver definito «insostenibile» la posizione di
Lerman, in un articolo per il Jewish Chronicle sir Kalms aveva
rincarato la dose, giudicandola «pericolosa e insostenibile» e
contraria alla sua concezione del ruolo degli ebrei della
Diaspora «di sostenere lo Stato di Israele nel bene e nel male,
in tutto e per tutto». Sul Chronicle, pagine e pagine di
lettere, seguite da una risposta del direttore David Rowan, non
erano riuscite a portare il dibattito a un punto di approdo
condiviso.
Del resto anche in Usa, e proprio nelle stesse settimane, la
comunità ebraica è percorsa da tensioni dello stesso genere.
L'American Jewish Committee ha accusato lo storico Tony Judt «di
fomentare l'antisemitismo interrogandosi sul diritto di Israele
di esistere». Replica di Judt, che non arretra di un passo: «Il
link tra antisionismo e antisemitismo è stato ricreato. La
combinazione tra i due può diventare tale da far sì che l'unico
modo di non essere considerato antisemita diventi difendere la
politica di Israele». Controreplica di Alvin Rosenfeld,
direttore per trent'anni del più autorevole Programma di Studi
ebraici in università americane, europee e israeliane, nominato
da Bush al vertice del Museo dell'Olocausto di Washington: «Una
delle più angoscianti caratteristiche del nuovo antisemitismo è
che vi sono ebrei che vi prendono parte».
(Da
La Stampa del 6 febbraio 2007)
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