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La
Torre dei Merli con le sue pietre candide sembra
arrampicarsi verso il cielo. Lontano c’è il turchino dei
monti, nell’aria il profumo dei fiori bagnati dalla
rugiada di primavera.
Ai piedi di quel sacrario, un vecchio con le lacrime
agli occhi ti parla. E ti racconta la storia, la storia
della sua Terra.
Ti dice di re, di pope e di contadini guerrieri, caduti
per fermare le orde ottomane dei Pascià di Istanbul.
Il suo cuore, ad ogni ritorno, è schiantato dal dolore
per i cumuli di immondizia, per le buste di plastica,
per le lattine di Coca-Cola che gli «albanesi» lasciano
per spregio sull’erba color smeraldo che circonda il
sacrario.
Per più di quattrocento anni, dalla battaglia di
Kosovopolje, in cui migliaia e migliaia di giovani serbi
si immolarono senza speranza di vittoria per fermare
l’aggressore venuto da Oriente, quel popolo eroico e
fiero ha patìto sulla pelle la frusta del dominio turco.
Un dominio fatto di razzie, di stupri, di sanguinose
repressioni e traboccante di feroce intolleranza per la
chiesa ortodossa e i suoi sacerdoti martirizzati - come
monito alle conversioni - sui ganci da macellai o, più
spesso, impalati.
1999. Kosovo: trincea della “nostra” Europa
Nella tragedia di un Paese, frantumato, scheletrito,
annientato da una spietata guerra di aggressione aerea,
da quella NATO, da quella KFOR che rotola e scorrazza
dappertutto scavando l’asfalto delle strade con i
cingoli dei suoi blindati, si trae la percezione di un
«già visto».
Folle esultanti, sventolii sabaudi, donne e vino offerti
ai «liberatori», agli «alleati» come nei giorni
«lontani» di un Aprile ‘45 sulle vie e sulle piazze
d’Italia.
Ci sono, nello scorrere delle immagini e dei ricordi -
fateci caso-, sorprendenti analogie. Se appena tornate
indietro con la memoria o avete letto “Gli Ultimi in
Grigio-Verde” vi basterà sostituire, alle formazioni
gappiste e di “Giustizia e Libertà” quelle dell’UCK e,
all’OSS a stelle e strisce la CIA che le ha armate.
Bande di straccioni e di mercenari sbrigativamente
trasformati, dall’oro rubato al mondo, in «combattenti e
patrioti» schipetari. Tagliagole al soldo di Sali
Berisha, uomini di un’Albania spappolata dalle
organizzazioni finanziarie e criminali, circuita dal
gendarme planetario con i lustrini di una ricchezza che
non ci sarà ma che per ora spazza via gli spettri della
ciclopica miseria in cui Henver Hoxa l’ha precipitata.
Speculare la concatenazione degli avvenimenti, la
perversa regìa delle provocazioni, delle taglie, le
«prove» dei massacri, i tribunali dei «vincitori».
L’Europa incenerita e vinta di ieri e l’Europa di oggi.
Domata, vile, che infierisce con accanimento sui
«fratelli serbi ribelli».
Tragicamente eguali i palazzi sventrati, le case
spogliate dei tetti dalle onde d’urto delle bombe, i
ponti abbattuti, i corpi di anziani, donne e bambini
coperti di polvere, rattrappiti tra le macerie dal gelo
della paura e della morte piovuta dal cielo. Resti umani
lanciati fuori dai treni sventrati; autobus liquefatti
dal calore, carbonizzati, contorti, vicino a vecchi
trattori scambiati per carri armati dell’Armata Federale
di Iugoslavia; corpi incollati dal fuoco dentro povere
auto esplose.
Poi... più lontano un borsetta, una scarpa, degli
indumenti finiti in un equilibrio di stupefacente
assurdità sui rami spogli di alberi recisi. Un andare in
città, in paese, a far spese, a trovare figli o parenti,
fermato per sempre. Mille sorrisi spenti.
Errori, orrori di bombe «intelligenti» a guida laser con
le ogive di uranio che si frammentano all’impatto in
velenoso pulviscolo. Per colpire centinaia di
generazioni di un popolo che non ha piegato la testa.
Una voglia di distruzione assassina pompata da
oltreoceano per dividere, destabilizzare e spegnere le
speranze di 400 milioni di uomini. Perché non siano
padroni del loro futuro.
Per l’oggi, ci sono solo le «vendette», i
«prelevamenti», il colpire alle spalle. Le bande
dell’UCK fanno il loro sporco lavoro prima del
«disarmo». Per creare panico, eliminando i «nemici», per
farli fuggire verso il Nord. Perché sia una strada senza
ritorno.
Perché, sulle pietre candide della Torre dei Merli di
Kosovopolje, il vecchio serbo, oggi, con le lacrime agli
occhi, non torni mai più. |