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Anno III, Comunicato n. 17-2, del 26 febbraio  2008

 

 

Kosovo. Senza memoria non c'è Europa

 

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Venerdi 22 Febbraio 2008

Giancarlo Chetoni

da Rinascita quotidiano

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La Torre dei Merli con le sue pietre candide sembra arrampicarsi verso il cielo. Lontano c’è il turchino dei monti, nell’aria il profumo dei fiori bagnati dalla rugiada di primavera.
Ai piedi di quel sacrario, un vecchio con le lacrime agli occhi ti parla. E ti racconta la storia, la storia della sua Terra.
Ti dice di re, di pope e di contadini guerrieri, caduti per fermare le orde ottomane dei Pascià di Istanbul.
Il suo cuore, ad ogni ritorno, è schiantato dal dolore per i cumuli di immondizia, per le buste di plastica, per le lattine di Coca-Cola che gli «albanesi» lasciano per spregio sull’erba color smeraldo che circonda il sacrario.
Per più di quattrocento anni, dalla battaglia di Kosovopolje, in cui migliaia e migliaia di giovani serbi si immolarono senza speranza di vittoria per fermare l’aggressore venuto da Oriente, quel popolo eroico e fiero ha patìto sulla pelle la frusta del dominio turco.
Un dominio fatto di razzie, di stupri, di sanguinose repressioni e traboccante di feroce intolleranza per la chiesa ortodossa e i suoi sacerdoti martirizzati - come monito alle conversioni - sui ganci da macellai o, più spesso, impalati.
1999. Kosovo: trincea della “nostra” Europa

Nella tragedia di un Paese, frantumato, scheletrito, annientato da una spietata guerra di aggressione aerea, da quella NATO, da quella KFOR che rotola e scorrazza dappertutto scavando l’asfalto delle strade con i cingoli dei suoi blindati, si trae la percezione di un «già visto».
Folle esultanti, sventolii sabaudi, donne e vino offerti ai «liberatori», agli «alleati» come nei giorni «lontani» di un Aprile ‘45 sulle vie e sulle piazze d’Italia.
Ci sono, nello scorrere delle immagini e dei ricordi - fateci caso-, sorprendenti analogie. Se appena tornate indietro con la memoria o avete letto “Gli Ultimi in Grigio-Verde” vi basterà sostituire, alle formazioni gappiste e di “Giustizia e Libertà” quelle dell’UCK e, all’OSS a stelle e strisce la CIA che le ha armate.
Bande di straccioni e di mercenari sbrigativamente trasformati, dall’oro rubato al mondo, in «combattenti e patrioti» schipetari. Tagliagole al soldo di Sali Berisha, uomini di un’Albania spappolata dalle organizzazioni finanziarie e criminali, circuita dal gendarme planetario con i lustrini di una ricchezza che non ci sarà ma che per ora spazza via gli spettri della ciclopica miseria in cui Henver Hoxa l’ha precipitata.
Speculare la concatenazione degli avvenimenti, la perversa regìa delle provocazioni, delle taglie, le «prove» dei massacri, i tribunali dei «vincitori». L’Europa incenerita e vinta di ieri e l’Europa di oggi.
Domata, vile, che infierisce con accanimento sui «fratelli serbi ribelli».
Tragicamente eguali i palazzi sventrati, le case spogliate dei tetti dalle onde d’urto delle bombe, i ponti abbattuti, i corpi di anziani, donne e bambini coperti di polvere, rattrappiti tra le macerie dal gelo della paura e della morte piovuta dal cielo. Resti umani lanciati fuori dai treni sventrati; autobus liquefatti dal calore, carbonizzati, contorti, vicino a vecchi trattori scambiati per carri armati dell’Armata Federale di Iugoslavia; corpi incollati dal fuoco dentro povere auto esplose.
Poi... più lontano un borsetta, una scarpa, degli indumenti finiti in un equilibrio di stupefacente assurdità sui rami spogli di alberi recisi. Un andare in città, in paese, a far spese, a trovare figli o parenti, fermato per sempre. Mille sorrisi spenti.
Errori, orrori di bombe «intelligenti» a guida laser con le ogive di uranio che si frammentano all’impatto in velenoso pulviscolo. Per colpire centinaia di generazioni di un popolo che non ha piegato la testa. Una voglia di distruzione assassina pompata da oltreoceano per dividere, destabilizzare e spegnere le speranze di 400 milioni di uomini. Perché non siano padroni del loro futuro.
Per l’oggi, ci sono solo le «vendette», i «prelevamenti», il colpire alle spalle. Le bande dell’UCK fanno il loro sporco lavoro prima del «disarmo». Per creare panico, eliminando i «nemici», per farli fuggire verso il Nord. Perché sia una strada senza ritorno.
Perché, sulle pietre candide della Torre dei Merli di Kosovopolje, il vecchio serbo, oggi, con le lacrime agli occhi, non torni mai più.

 

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