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Anno II, 19 novembre 2007, Comunicato
n. 117
Se il dialogo
tappa le bocche dentro i palazzi,
qualcuno deve urlare
dai tetti
-
Israele non mantiene le promesse fatte alla Santa
Sede, denuncia il Nunzio a Washington
Restrizioni di Israele ai cristiani: Dichiarazione dei
sacerdoti di Terra Santa
Palestina-Israele: andate a constatare la verità voi
stessi. Io l'ho fatto.
Coloni israeliani invadono Spianata delle
Moschee
Truppe israeliane distruggono le fonti d'acqua
di due villaggi palestinesi
Inviato ONU: "Israele è il peggiore regime coloniale"
Niente meno della nostra libertà
Israele vieta al capo delegazione palestinese di
entrare a Gerusalemme
STRALCI ARCHIVIO 2002= Il governo Sharon
vieta alle delegazioni di incontrare Arafat
1- Israele non mantiene le
promesse fatte alla Santa Sede, denuncia il nunzio a
Washington
apostolico
negli Stati Uniti e già nunzio apostolico in Israele,
denuncia che lo Stato di Israele non mantiene le
promesse fatte alla Santa Sede.
“Se devo essere
franco, le relazioni tra la Chiesa cattolica e lo Stato
d'Israele erano migliori quando non c'erano i rapporti
diplomatici”, riconosce il presule in un’intervista
concessa a
www.terrasanta.net
.
Secondo il
rappresentante vaticano, “la Santa Sede ha deciso di
stabilire i rapporti diplomatici con Israele come un
atto di fiducia, lasciando a promesse impegnative di
regolare più tardi gli aspetti concreti della vita delle
comunità cattoliche e della Chiesa”.
Il 30 dicembre 1993 è
stato firmato l'Accordo Fondamentale, il quale, oltre a
prevedere lo stabilimento dei rapporti diplomatici,
“comanda anche che vi sia un Accordo giuridico, firmato
nel 1997 e mai entrato in vigore sul territorio
israeliano, e un Accordo economico”.
Quest’ultimo accordo,
indica, “deve toccare soprattutto tre argomenti: le
proprietà della Chiesa ingiustamente espropriate o
sottoposte a ingiusta servitù; i servizi che la Chiesa
rende alla popolazione israeliana, sia essa di origine
ebraica o palestinese: ad uguale servizio deve
corrispondere uguale compenso, come per le istituzioni
statali; la questione delle tasse”.
“Per la questione
delle tasse, la Santa Sede chiede una cosa semplice e
naturale: ciò che è avvenuto durante gli ultimi tre
secoli, ciò che Israele ha promesso al momento della sua
indipendenza nel 1948, ciò che è sottinteso con la firma
dell'Accordo giuridico, ciò che di fatto avviene fino a
questo momento in materia di esenzione di tasse per le
istituzioni religiose cristiane, sia cristallizzato
giuridicamente in un accordo di valore internazionale”.
“Ora, c'è una strana
situazione: gli accordi già firmati, quello Fondamentale
e quello Giuridico, sono validi internazionalmente, ma
non sono validi in Israele, perché la legge israeliana
rende obbligatoria l'approvazione della Knesset perché
un accordo valido internazionalmente diventi valido sul
territorio israeliano”.
“E l'approvazione
della Knesset nessuno ha avuto la preoccupazione di
chiederla”, rivela.
“L'Accordo economico,
dopo quasi dieci anni di trattative rese inutili da
rinvii degli incontri da parte della delegazione
israeliana, da mancanza di poteri della medesima nelle
trattative, in una parola per assenza di volontà
politica, non è stato ancora firmato”.
“È sotto gli occhi di tutti quale fiducia si possa
accordare alle promesse d'Israele”, osserva.
“Il problema dei visti per il personale religioso
cattolico – conclude – era di più facile soluzione
quando non esistevano i rapporti diplomatici tra la
Santa Sede ed Israele”.
2 - RESTRIZIONI DI ISRAELE AI CRISTIANI. MINACCIANDO IL
FUTURO DELLA CHIESA
dichiarazione dei
sacerdoti di Terra Santa, inviataci da don Mario
Cornioli

Ciao
a tutti. Forse vi sarà arrivato l'eco
di quello che sta succedendo in questi giorni
in TerraSanta. Avrete letto quello che Mons.
Sambi, già nunzio a Gerusalemme ora nunzio negli Stati
Uniti d'America, ha detto (mi domando : è così grave
la sua dichiarazione??? Non dice nulla più che la
verità...) di come l'ambasciatore in vaticano Ben Hur
si sia scaldato chiedendo urgenti chiarimenti ( ma mi
domando : forse non li dovevamo e li dobbiamo chiedere
noi i chiarimenti e con urgenza dato che siamo
bloccati dal 1993???) di come Padre Lombardi
abbia subito risposto (mi domando : poteva essere più
coraggioso e meno pauroso??? Non è forse arrivato il
momento di essere più decisi e chiari e meno
intimiditi???).
Per chi non ha seguito la
vicenda vi allego la situazione dei nostri preti della
TerraSanta...bastano pochi minuti per leggerle!!!
Dopo averle lette una
domanda anche per voi :
MA NON VI SEMBRA CHE CI SIA
UNO SCOPO CHIARO DIETRO TUTTO QUELLO CHE STA
SUCCEDENDO?????? O SEMBRA SOLO A ME????
Vi chiedo un gesto di
carità...aiutatemi a capire meglio la storia, quello
che sta succedendo perché a me sembra molto poco
chiaro....e la nostra gerarchia "locale" ( quella di
TerraSanta ha fatto questo documento...) non ha forse
il dovere di darci qualche risposta in più....di dirci
se è evangelico o meno questo silenzio intorno a
quella che sta diventando una delle più grandi
ingiustizie viventi???
Gesù cosa avrebbe
fatto?????????
Scrivetemi qualcosa vi
prego!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
E preghiamoci
sopra ma proviamo però anche ad uscire da questo
imbarazzante silenzio....... con affetto un povero
prete che si sente solo come i suoi confratelli della
chiesa madre di Gerusalemme che diversi di voi hanno
conosciuto e che ogni giorno sono umiliati e impediti
nello svolgimento normale della propria missione e che
rischiano di essere sbattuti fuori dalle proprie
parrocchie senza motivo.

Dichiarazione dei sacerdoti di Terra Santa
Il Ministero degli Interni Israeliano ha deciso
di limitare l’entrata dei possessori di visti
validi per “una sola entrata” oppure “nessuna entrata”.
Inizialmente questo provvedimento era intenzionato a
proibire l’ingresso a coloro che provenivano da “paesi
nemici”. Malgrado ciò adesso comprende anche GIORDANI
ed EGIZIANI , gli unici due Paesi Arabi che avevano
firmato il trattato di pace con Israele; tra i
possessori di “visto” che hanno queste restrizioni sono
sacerdoti,uomini e donne religiosi, seminaristi ed altre
persone della Chiesa.
QUELLO
CHE PUO’ SEMBRARE UNA RESTRIZIONE NORMALE IMPONE
INVECE DELLE GRAVI CONSEGUENZE.
Il Patriarcato di Gerusalemme, che include
PALESTINA,ISRAELE e GIORDANIA, sarà diviso in quanto ai
sacerdoti Giordani e al personale delle Chiese non
sarà permesso loro di spostarsi fra
GIORDANIA,ISRAELE e PALESTINA.Le stesse restrizioni
saranno applicate alla CUSTODIA DELLA TERRASANTA
, la CHIESA MELCHITA e LE CONGREGAZIONI
RELIGIOSE.
Ai SEMINARISTI del Seminario del Patriarcato
Latino in BEIT JALA, la maggior parte dei
quali sono Giordani, non sarà permesso
loro di visitare le loro famiglie a Natale, Pasqua
oppure altre occasioni, comprese eventuali emergenze che
si possano verificare: queste visite comportereb-
bero la perdita del “visto di residenza”.Le
richieste di un nuovo “visto” mentre sono fuori
del Paese, in base alle nuove regolamentazioni
Israeliane,può richiedere 3-4 mesi .I Giordani possano
lasciare il Paese (Israele,Palestina) ma il re-ingresso
non è garantito.
Giordani ed altri Sacerdoti arabi devono rimanere
nel paese (Israele,Palestina) senza uscirne e quando
il “visto di residenza” scade, devono lasciare il Paese,
richiedere un nuovo visto prima che possano
ritornare alle loro parrocchie e ministeri;il periodo di
attesa può essere 3-4 mesi senza garanzie di poterlo
avere.
Tutto l’operato della Chiesa sarà messo a repentaglio da
questa procedura.
Se ISRAELE continua con le nuove regolamentazioni, le
conseguenze saranno pessime:
1 - entro giugno 2008 la CHIESA CATTOLICA perderà molto
del suo Clero in prevalenza
della GIORDANIA
2 - il SEMINARIO, fondato nel 1852 e che ha formato e
forma tutto il Clero e i Vescovi del PATRIARCATO
LATINO (256 vescovi dal 1852) sarà CHIUSO.
3 - tante Parrocchie saranno lasciate senza Preti..
QUESTE NUOVE RESTRIZIONI SONO AGGIUNTE A QUELLE GIA’
ESISTENTI.
Assistiamo a innumerevoli ritardi e complicate procedure
burocratiche per ottenere i “visti” per il personale di
cui la Chiesa ha bisogno per il Suo lavoro; il rifiuto
di emettere o rinnovare visti senza nessuna spiegazione.
La libertà della Chiesa nella gestione ordinaria è
dichiarata nell’ ACCORDO FONDAMENTALE fra la SANTA SEDE
e lo STATO DI ISRAELE NEL 1993 ma MAI RATIFICATO
dal Parlamento Israeliano ( La Knesset).
-
Ai preti palestinesi non è permesso di
entrare in ISRAELE o GERUSALEMME.possono avere il
rilascio dei “permessi”dalle autorità militari
Israeliane,limitando i punti di entrata, la
durata del soggiorno, restrizione degli orari ,
vietato l’uso delle auto, dovendosi sottoporre a
controlli umilianti ai checkpoint e annullando i
permessi in qualsiasi momento o ancora di più con la
frequente chiusura “dei Territori”. Queste
restrizioni non permettono qualsiasi tipo di normale
lavoro pastorale o qualsiasi partecipazione alle
cerimonie religiose nella Terra Santa o gli incontri
mensili-ritiri al Patriarcato Latino.
-
Ai CRISTIANI PALESTINESI oppure come è nel
caso di tutti i PALESTINESI non è permesso
di andare a GERUSALEMME e/o visitare i Luoghi Santi..
Con l’applicazione delle nuove restrizioni imposte
ai pastori,seminaristi e personale della Chiesa, la
vita stessa della Chiesa sarà gravemente toccata.
CIO’
CHE E’ RICHIESTO ADESSO AD ISRAELE:
-
rispettare la libertà religiosa;
-
rispettare la realtà che la Terra Santa è il centro
della vita della Chiesa;
-
rispettare la libertà della Chiesa per esercitare il suo
lavoro pastorale;
-
rispettare l’accordo preso nel “TRATTATO FONDAMENTALE”
con la SANTA SEDE;
-
consentire al personale della Chiesa di spostarsi
liberamente, semplicemente dando l’opzione
“INGRESSI-MULTIPLI” e i loro visti di residenza.
SE LE RESTRIZIONI CONTINUANO, IL FUTURO DELLA CHIESA IN
TERRA SANTA SARA’ GRAVEMENTE MINACCIATO.
3 - Palestina-Israele: Andate a constatare la
verità voi stessi. Io l’ho fatto
Lettera al British
Medical Journal
del
Dott. Asad KHAN
"Il
dottor Khan è un medico inglese. Questi commenti sono
apparsi nel British Medical Journal, dove è in corso un
accesso dibattito riguardo alla proposta di boicottare
Israele da parte dei medici britannici."
Ho seguito il dibattito su queste
colonne con un
misto di interesse ed incredulità. Mi chiedo quanti tra
coloro che accusano Tom Hickey and Derek Summerfield di
"pregiudizi anti-israeliani" e di "anti-Semitismo"
abbiano mai visitato la Cisgiordania e Gaza per vedere i
fatti con i loro occhi. Io ho avuto la fortuna di
visitare Israele e la Cisgiordania per due settimane, in
Agosto.
Ciò che ho visto
laggiù ha cambiato la mia vita per sempre.
Abbiamo trascorso un mucchio di tempo
ai checkpoint in Cisgiordania. Sfortunatamente, la
parola checkpoint suona talmente benevola da trasmettere
a fatica l'orrore del posto. Avete presente una stalla
per bovini traboccante di bestie? Con un solo cancello
per uscire, sorvegliato da un fattore con un bastone?
Bene, sostituitelo con un soldato israeliano armato di
fucile-e i palestinesi a far la parte degli animali-e ci
andrete vicino. Al checkpoint di Huwwara, vicino Nablus,
abbiamo visto una fila che si estendeva per mezzo
chilometro fuori dalla ristretta stalla, sotto un sole
spietato. Uno ad uno, i palestinesi venivano chiamati
avanti e i loro documenti controllati. Alcuni sono
riusciti a passare, altri sono stati respinti indietro.
Così, a seconda dell'umore del militare. La
giustificazione data per l'esistenza dei checkpoint-la
sicurezza-è una balla, poiché il muro, per lo più, si
trova tra città e villaggi palestinesi, non tra la
Palestina e Israele.
Israele, per mezzo del suo sistema composto da
700 checkpoint, blocchi stradali e terrapieni,
soffoca la libertà di movimento dei palestinesi in
Cisgiordania. Dal 2000 ad oggi, 68 donne sono state
costrette a partorire presso i checkpoint (www.ifamericansknew.org).
La metà dei neonati coinvolti sono morti, così come
quattro donne. Molti dei bambini nati hanno subito danni
irreparabili al cervello. Immaginate di essere l'inerme
marito o il figlio di una donna costretta a sopportare
il dolore dello sforzo sul suolo bollente ad un
checkpoint-con un soldato armato che vi fissa-e forse
comincerete a capire l'origine dei kamikaze. Dal 1967,
Israele ha demolito 18 mila case, spesso sopra le teste
dei loro abitanti (Comitato israeliano contro le
demolizioni delle case -
www.icahd.org).
Di nuovo: per
quale motivo? La gran bugia-sicurezza. La
verità è che, anche se un palestinese possiede un pezzo
di terra, per costruire o ampliare una residenza
esistente, deve presentare una richiesta che costa 20
mila dollari. Questa viene rifiutata quasi regolarmente,
e mentre la sua famiglia cresce, lui si vede costretto a
costruire abusivamente. E allora arrivano i bulldozer.
Poi il palestinese deve lui stesso ripulire le macerie e
pagare al governo israeliano il costo per la demolizione
della propria casa.
Ci sono stati molti riferimenti, in
queste colonne, agli attentati terroristi da parte di
dottori musulmani in Gran Bretagna. Queste persone
farebbero bene a ricordare che il primo "dottore
terrorista" fu l'ebreo Baruch Goldstein, che uccise 29
palestinesi in preghiera nella città santa di Hebron nel
1994, ferendone altri 150. A Goldstein è stato eretto un
cippo commemorativo nella colonia estremista di Kiryat
Arba, con una targa in cui si legge: "Al santo Baruch
Goldstein, che ha dato la sua vita per il popolo
ebraico, la Torah e la nazione d'Israele". Il luogo è
diventato sito di pellegrinaggio per quelli dell'estrema
destra.
Nella città vecchia di Hebron, 400
coloni estremisti-protetti dai soldati dell'esercito
israeliano-tengono in ostaggio 30 mila palestinesi.
Prendono a calci gli abitanti
e gli tirano pietre, mentre l'esercito israeliano
proibisce ai palestinesi di guidare-in alcune zone,
perfino di camminare per le strade. Io stesso ho visto i
blocchi di cemento, la spazzatura e gli escrementi umani
venire gettati di sotto ai passanti palestinesi da parte
di coloni abusivi che occupano gli appartamenti sopra i
negozi arabi.
I graffiti razzisti sui muri sono
scioccanti: "Arabi alle camere a gas!", "Occhio
Fatima, violenteremo tutte le arabe!", "Maometto
è un maiale". Sotto c'è un maiale che legge il
Corano. "Se voi arabi aveste usato un sfottuto
preservativo, allora tutto questo non sarebbe successo".
(Se qualcuno dovesse ritenerlo impossibile, datemi le
vostre email e sarò ben lieto di inviarvi prove
fotografiche).
Attraversando a piedi la vecchia
Hebron, si passa davanti a sfilze di negozi abbandonati
con le entrate saldate tra di loro e con la stella di
Davide dipinta sopra. Il riecheggio del ghetto di
Varsavia è raggelante.
Quanto all'assunto che Israele è
"l'unica democrazia del Medio Oriente" e "tratta con
equità tutti i suoi cittadini", vi invito a visitare il
deserto del Negev in Israele. L'organizzazione
israeliana "Medici per i diritti umani"
(www.phr.org.il)
ci testimonia della condizione dei Beduini che lì
vivono. Ci sono 60 villaggi che esistono da prima del
1948, esistenza che Israele non riconosce. Di
conseguenza, non godono di servizi sanitari, elettricità
o acqua potabile. Il loro tasso di mortalità infantile è
sette volte quello israeliano-nel quarto paese più ricco
del mondo, quello che forse ha il migliore sistema
sanitario.
Quelli che si rattristano per la
potenziale perdita di libertà accademica che un
boicottaggio contro Israele potrebbe causare, farebbero
bene ad informarsi sulle violazioni contro la libertà
accademica palestinese.
Noi abbiamo
visitato l'Università di Birzeit, appena fuori
Ramallah. Lì Yasser Darwish, il funzionario addetto alle
pubbliche relazioni, ci ha detto di come gli Israeliani
costruirono un checkpoint tra la città di Ramallah e
Birzeit durante la seconda Intifada. Questo checkpoint
non era altro che una serie di terrapieni, mucchi di
macerie ed enormi blocchi di pietra che si estendeva per
due chilometri e mezzo, al solo scopo di impedire il
passaggio delle persone.
Non era tutto: le persone che provavano a
raggiungere l'università aggirando gli ostacoli, spesso
venivano accolte a suon di pestaggi, proiettili di gomma
e gas lacrimogeni.
A volte agli studenti e agli insegnati
veniva concesso di andare a Birzeit di mattina ma, al
momento di ritornare a casa, di pomeriggio, il
checkpoint era puntualmente chiuso. Cosicché, 5000
studenti ed insegnanti dovevano prendere un sentiero per
le colline e attraversare valli per tornare a casa cosa
che richiedeva circa 2 ore. Gli studenti-ragazze
incluse-erano soggetti ad umilianti perquisizioni. In
diverse occasioni, i soldati irrompevano nei dormitori
delle ragazze, rompendo finestre e mobili. A Birzeit e
Ramallah, l'elettricità, l'acqua e le linee telefoniche
venivano tagliate, isolando la gente dal mondo esterno.
La sanità non è un "diritto umano fondamentale",
in Palestina.
E' incredibile che qualcuno abbia messo
in rilievo come Israele accetti gentilmente di curare
feriti e malati palestinesi. In virtù delle convenzioni
di Ginevra, una potenza occupante ha la
responsabilità della salute delle persone che tiene
sotto occupazione.
A Nablus, abbiamo visitato l'ospedale
Rafidia, il nosocomio generale più importante. Siamo
stati ricevuti dal Dott. Sadaqah, il vice-direttore. Ci
ha detto che ogni volta che gli Israeliani invadono
Nablus, la prima cosa che fanno è quella di circondare
l'ospedale, per impedire il transito di personale e
pazienti, con il risultato di provocare morti inutili. A
volte i pazienti hanno bisogno di essere trasferiti
all'ospedale di Gerusalemme o in Israele - per quanto le
autorità israeliane creino ostacoli appena ne hanno
l'opportunità. Spesso, dal momento in cui ottiene il
permesso (un minimo di 2 giorni, persino per
un'emergenza), il paziente muore-ciò è accaduto ad un
paziente ustionato due giorni prima della nostra visita.
Al culmine delle invasioni
e dei coprifuoco del 2002-2003, a Rafidia venivano
ricoverati 8-9 casi di feriti gravi ogni giorno. Il
personale finì con il dover vivere all'ospedale per 23
giorni. L'esercito israeliano impedì ai feriti della
Città Vecchia di raggiungere Rafidia - una moschea fu
adibita a clinica per curarli. Il Dott. Sadawqah ci ha
detto che questa clinica si trovò a dover eseguire due
amputazioni d'emergenza senza anestesia. Gli israeliani
inoltre impedirono che i corpi venissero presi per la
sepoltura-e di conseguenza l'obitorio dell'ospedale
diventava colmo e si doveva ricorrere ai camion dei
gelati per immagazzinare i cadaveri.
Ci ha anche detto che gli israeliani
entravano regolarmente nell'ospedale, e addirittura
rimossero quattro pazienti dai loro letti. Uno di questi
era effettivamente un paziente in terapia intensiva che
era appena stato sottoposto ad un importante intervento.
Quando medici ed infermieri chiesero spiegazioni, furono
semplicemente spinti da parte. Siamo inorriditi al
sapere che quando i soldati rimossero pazienti
dall'ospedale, essi furono coadiuvati da dottori
israeliani che non fecero niente per impedire che tutto
ciò accadesse. Inoltre, i soldati erano soliti rimuovere
pazienti dalle ambulanze mentre le "ispezionavano".
Avete per caso mai sentito protestare
l'Associazione Medici Israeliani contro queste
lampanti violazioni dei diritti umani commesse da
Israele? Ho avuto la fortuna di intervistare due
studenti della facoltà di medicina dell'università Al
Quds a Gerusalemme. Per comprendere la singolare
situazione con cui gli studenti di Gerusalemme-ed in
realtà di tutti i palestinesi gerosolimitani-devono fare
i conti, è importante tornare indietro al 1967 quando
Israele occupò la Cisgiordania e Gaza, annettendosi
illegalmente Gerusalemme Est. Israele dichiarò
Gerusalemme "capitale indivisibile di Israele"; una
posizione che la comunità internazionale, inclusi gli
USA, non riconosce.
Ai residenti palestinesi di Gerusalemme
fu offerta la cittadinanza israeliana-sebbene ciò
implicasse la solenne promessa di fedeltà ad Israele.
Ovviamente, la maggior parte dei palestinesi rifiutò.
Questi furono dichiarati "residenti" senza cittadinanza
e costretti a portare con sé le carte d'identità blu di
Gerusalemme. L'apposito spazio della
"nazionalità" è lasciato in bianco. I residenti
in Cisgiordania, per contro, portano delle carte
d'identità verdi. Chi ha la carta d'identità blu non può
spostarsi in Cisgiordania mentre quelli che hanno le
carte d'identità verdi non possono entrare a
Gerusalemme. La situazione ha diviso le
famiglie-comprese le coppie di sposi. Se un residente di
Gerusalemme sposa un palestinese cisgiordano, non è
concesso loro di vivere insieme né in Cisgiordania né a
Gerusalemme. Di conseguenza, molte coppie convivono
nell'illegalità, con la costante paura che uno dei due
venga scoperto ed espulso. L'unico precedente di questa
oscena situazione è quello del Sud Africa
dell'apartheid.
Gli studenti ci hanno spiegato che il
campus della facoltà di medicina si trova nella
periferia di Gerusalemme, nel quartiere di Abu Dis. Il
principale ospedale per fare pratica-il Maqassed-si
trova nella città propriamente detta. Un tempo non si
poteva dire con certezza dove finisse Abu Dis e dove
cominciasse Gerusalemme. Adesso non più. Il muro di
separazione eretto da Israele ha diviso le due zone e
per ragioni meramente pratiche adesso Abu Dis fa parte
della Cisgiordania.
Uno degli studenti ci ha detto che su 40 studenti del
suo anno, 5 possiedono carte d'identità blu e gli altri
quelle verdi. Potete ben capire le conseguenze. Per
poter fare pratica al Maqassed, gli studenti con le
carte verdi necessitano di un permesso speciale-molto
difficile da ottenere.
Perfino quelli che riescono ad ottenerlo non possono mai
esser certi di riuscire a raggiungere l'ospedale poiché
vengono frequentemente respinti al checkpoint senza
alcun motivo. Ragion per cui, la maggior parte degli
studenti possessori di carte verdi sono obbligati a
spostarsi negli ospedali cisgiordani per frequentare le
loro lezioni-cioè altri checkpoint da attraversare.
La situazione opposta è che gli studenti con le carte
d'identità blu possono anche essere in grado di fare
pratica al Moqassed ma spesso viene loro impedito di
frequentare le lezioni ad Abu Dis. E non si tratta di un
viaggio lineare-uno spostamento che dovrebbe richiedere
non più di dieci minuti può durare un'ora e mezzo a
causa dei checkpoint e del percorso contorto che gli
studenti devono prendere.
Quando finalmente riescono a laurearsi, ai dottori della
Al Quds viene proibito di lavorare negli ospedali di
Gerusalemme e di Israele poiché la loro qualifica non è
riconosciuta da Israele. Gli ospedali cisgiordani sono
un'opzione solo per gli studenti con le carte d'identità
verdi. La situazione obbliga molti ad emigrare
all'estero.
Quanto a coloro che sostengono che Israele, con le sue
violazioni dei diritti umani, "si sta semplicemente
difendendo", vorrei focalizzare la vostra attenzione
sulla seguente statistica della BBC: nel 2006, 660
palestinesi furono uccisi dalle forze di "sicurezza"
israeliane. Queste cifre comprendono 141 bambini. Volete
sapere il totale di israeliani uccisi da palestinesi?
23. Su questo punto si vada al link:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/6215769.stm
Adesso che sono tornato in Gran
Bretagna-e ho detto la mia su queste colonne-so
che verrò accusato di essere un anti-Semita.
Questa è, intellettualmente parlando,
un'insensatezza. Qui ho molti amici ebrei, e adesso
anche in Israele. Loro sono disgustati da quello che fa
Israele, e stanno combattendo una coraggiosa e spesso
pericolosa battaglia, a volte a costo di venir
ostracizzati dalla famiglia e dagli amici.
Tutti i maggiori critici delle politiche
israeliane sono ebrei-Noam Chomsky, Amira Hass, Ilan
Pappe, Norman Finkelstein e la defunta Tanya Reinhart.
Qui non stiamo parlando di un conflitto
secolare tra Ebrei e Musulmani (si ricordi inoltre che
il 12% dei palestinesi sono cristiani e questo dato
comprende personalità eminenti come Hanan Ashrawi e il
defunto Edward Said).
Si tratta di diritti umani basilari. Se
si critica le demolizioni di case, i checkpoint, gli
omicidi mirati, ecc…e si viene accusati di
antisemitismo, allora chi accusa è veramente una persona
stramba. Affinchè queste critiche possano definirsi
antisemitiche, l'accusatore dovrebbe accettare queste
violazioni della legge internazionale come
caratteristiche inerenti del giudaismo.
Allora chi è l'antisemita qui? Un'altra
domanda che è probabile che mi venga fatta è, "Ci sono
molti conflitti nel mondo oggigiorno; perché siete così
fissati con la Palestina?"
Nel caso in cui non ci siete ancora arrivati,
la chiave per la pace in Medio Oriente è giustizia per
la Palestina. Si tratta di una ferita in putrefazione
nel corpo di ogni arabo; più va avanti, e più aumenta il
risentimento arabo verso l'Occidente.
E' vero, ci sono molti conflitti
orrendi come nel Darfur, in Somalia, nel Congo, in
Cecenia e nel Kashmir. Ma questi sono relativamente
recenti, mentre l'oppressione contro i palestinesi dura
da 60 anni.
E' la più lunga occupazione in atto nel mondo
oggi-e l'unica, ad eccezione di quella in Iraq.
E l'unica in cui l'oppressore viene finanziato e armato
fino ai denti dal mondo cosiddetto "civilizzato". Forse
vi chiederete cosa c'entri tutto ciò con il dibattito
sul boicottaggio. Bene, nonostante voci individuali
fuori dal coro, è chiaro che l'accademia israeliana e
l'associazione dei medici israeliani non sono riusciti a
venire allo scoperto come un unico corpo a condannare
l'occupazione. Tutto ciò, nonostante reiterati appelli
da parte di organizzazioni palestinesi, israeliane ed
organizzazioni internazionali per i diritti umani. Con
il loro silenzio, diventano complici nelle violazioni
dei diritti umani. Non mi rimane altra scelta che
promuovere la campagna per un boicottaggio.
Lo "scambio di idee" non ha portato a nulla-nonostante
anni di confronti a livello governativo, una giusta pace
per i palestinesi rimane una lontana chimera. E' tempo
che le persone di altre nazioni adottino misure per
stigmatizzare Israele, qualcosa che i loro governi si
rifiutano di fare.
Esiste un precedente-il Sud Africa. Dato che molti
illustri personaggi sudafricani-compresi Mandela, Ronnie
Kasrils e Desmond Tutu-hanno pubblicamente affermato che
l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran
lunga peggiore di quella del Sud Africa dell'apartheid,
da dove ha origine l'esitazione a mettere in vigore un
boicottaggio?
Quanto a coloro che solidarizzano coi
palestinesi, ma sono contrari ai boicottaggi, ho una
semplice domanda: nel caso, che hanno intenzione di fare
per i palestinesi, che il mondo boicotta e ormai ha
abbandonato da un bel pezzo? Se la libertà accademica
degli israeliani è sacra, lo stesso non dovrebbe valere
per i palestinesi?
Per un completo resoconto del mio viaggio, visitate per
favore il link:
http://chestdocinpalestine.blogspot.com
Tradotto da Diego Traversa
Pubblichiamo
quella che sarà
la sostanza
dell'intervento del direttore Blondet al Master
Enrico Mattei 2007 presso l'Università di Teramo
(nota
www.effedieffe.com).
Oggi è egemone nella Chiesa
«aggiornata» la corrente giudaizzante, che si
pretende un ritorno alle origini, alle arcaiche
«fonti primordiali» del cristianesimo, depurato
delle concrezioni accumulate in due millenni.
In questa corrente, un cardinale ha perfino
estrapolato un presunto «vangelo aramaico» che
starebbe sotto i quattro Vangeli canonici:
arcaicismo ridicolo, visto che i Vangeli furono
scritti fin da principio nel greco comune dell'epoca
(koinè).
Del resto, già un secolo prima di Cristo i saggi
ebrei di Alessandria avevano dovuto tradurre in
greco la Torah - è la Bibbia detta dei Settanta -
perché la maggior parte degli ebrei dell'epoca,
specie nella diaspora dove gli ebrei erano più
numerosi degli ebrei viventi in Palestina, parlavano
greco e non capivano l'ebraico.
La corrente giudaizzante chiama gli ebrei d'oggi,
sentimentalmente, «fratelli maggiori».
Ma non nel senso biblico (nella Bibbia i fratelli
maggiori sono regolarmente diseredati a favore dei
minori), bensì in quello di fratelli che, essendo
più vecchi, ci possono insegnare cosa sia la fede.
Con ciò, ignora il fatto che l'ebraismo quale oggi
vige - basato sul Talmud - è nato un secolo dopo
Cristo, quando la distruzione del Tempio fece
perdere il centro del culto, e i rabbini (farisei)
tramutarono la religione del popolo in una religione
del Libro: e la nuova religione fu influenzata dal
cristianesimo, almeno nel senso che si rielaborò
anche in funzione anti-cristiana, sicchè gli ebrei
contemporanei sono se mai «fratelli minori».
C'è di peggio: questa tendenza (o moda) abbraccia
quali autentici ebrei arcaici gruppi come i
Lubavitcher, movimento moderno ed ereticale,
ferocemente esclusivista, influenzato dal
protestantesimo americano, e sorto fra ebrei
australiani e poi andati a New York «a studiare
da askhenaziti polacchi» (vedi Ariel Levi di
Gualdo, «Erbe Amare», Bonanno editore,
presto disponibile nel nostro shop).
Questi giudaizzanti clericali ci ricordano
continuamente, quasi non lo sapessimo, che «Gesù era
ebreo».
Ed esercitano una forte diffidenza verso San Paolo,
colpevole secondo loro di aver innestato la fede
nel «vero ebreo Gesù» nel tronco di una cultura
estranea, greco-romana, e così snaturato il
messaggio ebraico del Messia.
Il cardinal Martini
s'è dispiaciuto che San Paolo fosse «influenzato da
ambienti antisemiti».
E altissimi prelati, oggi, considerano un po' troppo
«antisemita» anche il vangelo di Giovanni.
Per sospettare Saulo di Tarso di antisemitismo
occorre aver dimenticato quello che Paolo dice di se
stesso: è uno studente rabbinico, è andato a scuola
dal più influente rabbino dell'epoca, Gamaliele.
E' uno zelota e persecutore di cristiani.
E dopo la conversione misteriosa e traumatica sulla
via di Damasco, mentre si dedica anima e corpo a far
conoscere Cristo ai goym (ai gentili) ancora scrive:
«Preferirei essere dannato io stesso (anathema)
purchè fossero salvati i miei fratelli» carnali, il
suo popolo.
Ancor più ridicolo è definire un Paolo
«influenzabile».
Nelle sue Lettere, e negli Atti degli Apostoli
spicca un uomo energico, straordinariamente accorto,
pratico, abile anche nei rapporti sociali.
A Corinto, a salvarlo dal linciaggio da parte degli
ebrei è il governatore romano Gallione, uomo che gli
mostra cordialità, e che accelera la sua partenza
per Roma onde sottrarlo alle ire della sinagoga.
Gallione - pochi ne tengono conto - è fratello di
Seneca, il filosofo allora istitutore di Nerone
adolescente, e di fatto capo del governo imperiale.
Esiste una corrispondenza Seneca-Paolo, a lungo
ritenuta apocrifa, di cui la storica romanista Marta
Sordi («I cristiani e l'impero romano») ha
affermato l'autenticità: del resto sarebbe strano se
Paolo, così accorto ed ebraicamente pratico ad
approfittare delle situazioni, non si fosse fatto
dare da Gallione una lettera di presentazione al
potente fratello.
Accade così che nelle lettere, in Luca e negli Atti,
gli autori salutino continuamente dei «cesariani», o
«quelli della casa di Cesare»: si tratta di
esponenti della corte imperiale, forse potenti
liberti che erano di fatto ministri governativi.
Apparentemente, il primo cristianesimo fece breccia
non tra le plebi come dice una certa propaganda,
bensì nei quartieri alti di Roma.
Del resto Tiberio, già attorno al 35 dopo Cristo,
aveva proposto di riconoscere a quegli ebrei seguaci
di Cristo lo stato di religione riconosciuta
(«religio licita»); ne fu impedito dai senatori per
ripicca burocratica, perché il riconoscimento di
religioni estere era una prerogativa del Senato.
Fu emanato così il senatusconsultum fatale («Non
licet esse christianos») che - avendo forza di
legge - legalizzò le future persecuzioni.
Tiberio non potè far altro che porre il suo veto,
come un presidente americano: lui vivo, la legge non
avrebbe avuto vigore.
E' sicuramente questo veto ciò a cui Paolo allude
nella II Tessalonicesi come «kathecon» (ciò che
trattiene).
Oggi, scrive,
c'è «qualcosa che trattiene» l'Anticristo;
prima che si manifesti, bisogna che sia tolto di
mezzo «colui che trattiene» la sua manifestazione.
Ed usa qui il maschile, non più il neutro: allude a
Tiberio, la cui scomparsa avrebbe ridato vigore al
senatusconsultum.
Paolo era informatissimo di ciò che accadeva nel
Palazzo.
Da Seneca o da altri «cesariani», non importa.
Importa qui vedere l'atteggiamento del potere
romano: la sua «cordialità», come la definì lo
storico (ebreo) Ernst Bloch nel notare che Roma
estese sempre più generosamente la cittadinanza a
popoli prima vinti: fino a darla, nel 200 dopo
Cristo, a ciascun abitante dell'impero.
Ciò che significava aprire a tutti le cariche
politiche pubbliche, locali e centrali, militari e
civili. Senza alcuna discriminazione.
Questo è il segreto del potere romano, il motivo per
cui si resse cinque secoli con forze militari esigue
(150 mila uomini al tempo di Augusto) per un così
vasto impero: non c'era bisogno di esercitare sempre
e solo la violenza, perché ogni persona, di ogni
razza, etnia o cultura, poteva diventare «romana»,
con i diritti che Paolo ben conosceva: quando si
dichiarò «civis romanus», i funzionari che l'avevano
fatto fustigare si spaventarono a morte, e
s'affrettarono a dargli quel che chiedeva, l'appello
all'imperatore, il processo di ultima istanza
spettante ai cives.
Augusto non si vantò (come Bush) della forza
militare, ma della «Pax Augusta».
Pace sul mondo.
«Di tutto l'orbe terracqueo hai fatto l'Urbe»,
scriveva ancora Rutilio Namaziano, al tramonto di
Roma.
Roma fu il più grande e costante sistema
d'integrazione che mai la storia abbia visto.
Come dice Ortega y Gasset: «La chiamata di genti
diverse ed inizialmente ostili a fare qualcosa di
grande assieme», a condividere onori, oneri e
responsabilità.
Ciò fin dall'inizio: Mommsen definisce già la Roma
prisca, dei mitici sette re, un sistema
d'incorporazione (sinecismo): stranieri vengono
chiamati a «vivere insieme», in un preciso status
giuridico.
Per questo, quando
San Paolo dice che dopo Cristo «non c'è
più né giudeo né greco», non aggiunge «né
romano».
Perché le prime due erano etnie in cui si nasceva;
essere romano invece era una condizione giuridica.
Nessun apartheid, quale quello che vige nello Stato
odierno d'Israele, nessun razzismo.
Chi ci ricorda continuamente che Gesù «era ebreo»,
èvoca senza forse saperlo (o forse sì) una religione
ebraica che fin dal principio discrimina gli uomini
in due parti, in due destini: gli eletti e i
non-ebrei, che «non avranno parte del mondo a
venire».
Una religione che non accetta conversioni, basata
sul sangue (ebreo è chi è nato da madre ebrea), che
si dà infiniti tabù alimentari e di purificazione
per distinguersi dagli «altri».
Convinta che Dio abbia fatto la sua promessa solo a
un popolo, ad esclusione degli altri: e che questa
promessa consista in un potere terreno, in un impero
mondiale.
Ma era «quel» tipo di ebreo, Gesù?
Egli loda la fede del centurione.
Quando deve fare un esempio di bontà, cita un
samaritano, un eretico.
I farisei, antenati dei rabbini attuali, lo accusano
continuamente di violare il sabato.
Di infrangere le norme kasher.
Di esentare i suoi discepoli dalle abluzioni
rituali.
Di chiamare le sacre regole talmudiche «precetti di
uomini».
Di «mangiare con pubblicani e prostitute», esseri
impuri con cui i farisei non si sedevano a tavola.
Di farsi toccare da una peccatrice, che gli lava i
piedi.
Studiosi acrobatici hanno tentato di negare la
dirompente novità di Gesù, di ridurlo ad esponente
di una delle tante sette pullulanti dell'ebraismo.
Sulla base dei rotoli di Qumram, hanno voluto farne
un esseno: ma gli esseni, sappiamo ora, erano dei
fanatici così settari che non solo mai avrebbero
mangiato «con pubblicani e prostitute», ma non
mangiavano insieme ai farisei, non ritenendoli
abbastanza kasher.
Cristo è libero da tutto questo.
Di una spregiudicatezza scandalosa per gli ebrei.
E la sua libertà ha natura regale: può violare il
sabato, perché Dio è Signore anche del sabato.
Giustamente un
moderno rabbino, Neusner, dice: solo se
Cristo è davvero Dio può violare il sabato. E per
questo, lo rifiuta: Neusner rifiuta il possibile
messia per stare attaccato ai divieti rituali, ai
cibi proibiti e permessi, alle abluzioni
discriminanti.
San Paolo prese le distanze da tutto questo.
Dichiarò che la Legge non salvava.
Che salvava la Carità universale, di fronte a cui
non c'è più «né ebreo né greco».
Per questo lo accusano: è lui, non Cristo, il
fondatore del cristianesimo.
E con questo, ha tradito il messaggio del «Cristo
ebreo», sussurrano a mezza bocca.
Ma questa obiezione - guarda caso - non gliel'anno
fatta gli altri discepoli.
Che erano tutti ebrei.
Non Pietro, non Giacomo «fratello di Gesù»: gente
tanto attaccata all'ebraismo da restare a
Gerusalemme, continuare a frequentare il Tempio e la
sinagoga, tanto da pretendere dai nuovi convertiti
goym la circoncisione.
Paolo si adirò su questa faccenda della
circoncisione e dei cibi proibiti, rimproverò Pietro
- il primo Pontefice, designato da Cristo - perché
evitava di farsi vedere a mangiare coi gentili.
Pietro avrebbe potuto replicargli: ma chi sei tu?
Non eri con noi al seguito di Gesù.
Non l'hai visto vivo.
Sei venuto dopo, dici che ti è apparso sulla via di
Damasco…
Cosa ne sai del suo vero messaggio?
Ebbene: Pietro non gli rispose così.
Gli disse che aveva ragione lui.
E così la Chiesa primigenia, quella di Giacomo, non
lo espulse né rigettò.
Era la Chiesa tutta ebraica, che andava in sinagoga
e nel Tempio perché si sentiva ancora parte della
promessa, non aveva coscienza di essere diversa
dagli ebrei circostanti.
Eppure, vide che Paolo aveva ragione.
Di quel che aveva detto e fatto Cristo, ne sapevano
qualcosa, loro: e non dissero che Paolo distorceva
quel messaggio.
Evidentemente, l'universalità del messaggio era
chiara anche a loro, la chiamata universale alla
salvezza.
Povera prima Chiesa
ebraica: fu sterminata completamente dai
fanatici che seguirono un falso messia, Bar Kokhba,
il Figlio della Stella.
Costoro entrarono nelle sinagoghe e chiesero a
ciascuno se Maria era vergine.
Gli ebrei di Cristo non potevano negare: la
professione aperta della propria fede è un obbligo,
anzitutto, di lealtà verso gli altri uomini, non c'è
dissimulazione lecita possibile.
Così furono identificati (la prima psico-polizia) e
massacrati.
Se San Paolo non avesse diffuso il messaggio fra i
gentili, oggi non ci sarebbe il cristianesimo.
Sbagliò a innestare la fede in Cristo nella cultura
estranea?
Ma come abbiamo visto, c'era un punto comune fra
quella fede e quella cultura, fra Roma e Cristo: la
«cordiale» universalità, la chiamata a tutti, senza
distinzione di razza, a «fare qualcosa di grande
assieme».
L'affinità fra Roma e Cristo è sempre stata
riconosciuta: i cristiani hanno sempre ritenuto
provvidenziale che Gesù di Nazareth sia apparso nel
mondo unificato dall'impero romano.'
Ora, i giudaizzanti prelatizi misconoscono la
provvidenzialità di Roma.
La credono una concrezione superficiale e
traditrice.
Con ciò, mostrano la loro stessa superficialità:
l'affinità è più profonda di quanto si creda.
Da cosa si vede?
Da un fatto inaudito: che sia la civiltà romana, sia
la religione cristiana, si riconoscono «secondarie».
Roma, la superpotenza mondiale, avrebbe potuto
sancire: la civiltà comincia da noi, prima c'era la
barbarie oscura, cancelliamo tutte le culture che
abbiamo sconfitto con le armi.
Invece, Roma sa di essere sorta in un mondo che è
già stato civilizzato: dalla Grecia.
E' nata nella storia, e la storia non comincia con
Roma.
C'è stato Socrate, Platone, Aristotile.
Non si possono cancellare, bruciare i libri greci.
Roma manda i suoi figli a studiare ad Atene.
Roma stessa s'innesta nella cultura precedente,
senza orgoglio, con cordialità.
La Chiesa fa lo stesso.
La religione cristiana si riconosce «secondaria»,
derivata da un'altra religione, l'ebraismo.
Ed è un caso unico.
Non pensa che, prima di Cristo, tutto fosse errore e
peccato o barbarie.
Non pensa che nei Vangeli sia contenuta «tutta» la
verità che serve alla vita, come pensano molti
musulmani del Corano, sicchè la sapienza di prima
non occorra.
Non vivono il Vangelo come un codice né come una
enciclopedia.
Per il sapere, anch'essi si rivolgono ai greci.
Vedono in Socrate, Platone e Aristotile i «profeti
dei pagani», da cui è bello imparare: «Habent suos
gentes prophetas», dice Sant'Agostino.
Non bruciano i libri, li copiano e ricopiano perché
la saggezza umana precedente, pagana, non vada
perduta.
E' Cristo l'ebreo che gliel'ha insegnato.
Come, quando?
Senza parole:
con la sua incarnazione.
Egli non è nato in uno spazio astorico.
E' nato in un preciso paese, è morto sotto un
preciso e identificato governatore romano, tra i
regni di Augusto e Tiberio.
Incarnazione significa: venire al mondo come uomo
«dentro la storia».
La storia non comincia con Cristo, è già cominciata
quando appare, e si deve cominciare dalla storia,
inserirsi in essa.
Senza purismi.
Senza discriminazioni, senza razzismi.
E' la stessa cordialità romana, la stessa storicità
romana, la stessa «secondarietà» di Roma, che si
allarga a tutto il mondo, a ciascun uomo.
«Farsi tutto in tutti», dice San Paolo.
Questa apertura cordiale è ciò che ancora oggi,
anche i secolarizzati e laici, riconoscono come
«la civiltà», la chiamata universale alla civiltà,
al diritto, alla dignità umana.
Se vogliamo è civiltà «occidentale», perché è nata
in questa parte del mondo in tremila anni.
Ma «occidentale» non significa esclusivismo, né un
privilegio di alcuni: significa riconoscersi un
compito, di gente che sa di essere in un mondo con
altre civiltà degne di esistere, e che chiama anche
loro.
Solo per questo possiamo invitare anche i musulmani
ad aprirsi, a diventare «come noi»: venite, siate
«romani».
Non si rinuncia a niente, ad essere romani.
Non si rinuncia all'etnia, alla cultura propria:
romano è una condizione giuridica, precisi diritti e
doveri, per ogni razza o cultura.
Anche noi stiamo imparando del resto: esattamente
come voi, non siamo «nati» romani, né greci.
Spesso non siamo stati abbastanza romani né
cristiani, ci siamo chiusi, abbiamo discriminato,
massacrato altre razze.
Come vedete, anche noi dobbiamo imparare.
Per questo critico
Israele: non è l'avamposto dell'Occidente,
ma il suo esatto contrario.
Uno Stato basato sul sangue e sul suolo,
esclusivista e discriminatorio, va combattuto in
nome della civiltà universale.
Ovviamente mi prendo per questo dell' «antisemita»,
e ovviamente rifiuto questa etichetta, anzi me ne
infischio.
Siccome non sono razzista, ma «romano e cristiano»,
non riconosco negli ebrei una razza, men che meno
una razza unica e privilegiata.
Sarei razzista se «amassi» gli ebrei in quanto
etnia: sono fatti così, è la loro razza...
Appartenere a una razza non è una colpa ovviamente,
un africano non può diventare biondo e bianco.
Ma gli ebrei possono cambiare: ciò che li rende
esclusivisti, discriminatori, settari, non è la
razza, ma la «cultura».
Quella cultura farisaica, rabbinica e talmudica che
li fa vivere nel disprezzo e nella paura degli altri
uomini, che ha fatto loro costruire un muro di 700
chilometri in cui si sono chiusi, che nega ogni
diritto ai palestinesi («Sono bestie, sono
animali»), che li ha resi il Paese più armato
del Mediterraneo, con 500 bombe atomiche, missili
per lanciarle, e pure il «secondo colpo nucleare» -
e tuttavia non acquieta la loro ansia e paura.
Non è la razza che li ha resi così.
E' la cultura ebraica.
Quella che insegnano nelle loro yeshivot, ai loro
figli.
E' questa cultura a creare i coloni che sparano ai
bambini, il blocco di Gaza ridotto a Lager affamato,
l'aggressione continua alla Siria e la minaccia di
bombardamento all'Iran, le pressioni occulte dietro
le quinte ai governi occidentali, documentati dal
saggio «The Israeli Lobby» di Walt e
Mearsheimer.
Con l'azione dietro le quinte, fra l'altro, gli
ebrei dimostrano che non sanno, che non possono
«comandare».
Il comando è «chiamare genti diverse» a
compartecipare al comando; ma la loro cultura gli
insegna che gli altri, tutti gli altri uomini, «non
avranno parte del mondo a venire».
A nessuno si può
chiedere di cambiare razza.
Ma si può ben chiedere - anzi esigere - di cambiare
una cultura così incivile, così aggressiva e
retriva, e così pericolosa per gli ebrei stessi.
Maurizio Blondet
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5 - Coloni israeliani
invadono Spianata delle Moschee.
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1 5-11-2007 Gerusalemme
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In concomitanza con
l'apertura del Forum Internazionale su Gerusalemme
che si sta svolgendo a Istanbul, coloni israeliani
hanno invaso la Spianata delle Moschee, a
Gerusalemme, occupando il terzo luogo sacro
dell'Islam.
Alla Conferenza Internazionale ospitata dalla
Turchia partecipano importanti esponenti
dell'Islam e del Cristianesimo giunti sia dalla
Palestina sia da altri paesi arabi.
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6 - La calata dei Vandali: le
truppe israeliane distruggono le fonti
d'acqua di due villaggi palestinesi
13-11-2007 Jenin |
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Questa mattina all'alba, le forze di occupazione
israeliane hanno distrutto due pozzi d'acqua nelle
aree delle cittadine di Arabouna e Deir Abu D'eif,
nei pressi di Jenin.
Fonti locali hanno raccontato che sei automezzi
militari e un bulldozer hanno distrutto la fonte
di acqua da cui si approvvigiona tutta la
popolazione di Arabouna.
Parallelamente, le truppe di Israele hanno
assaltato il villaggio di Abu Da'eif
distruggendone un muro all'ingresso principale.
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6797
7 - INVIATO ONU: "ISRAELE E’ IL PEGGIORE
REGIME COLONIALE"
Palestinian Information Center
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3 novembre 2007
NEW YORK, (PIC)-- Jean Ziegler,
l'inviato speciale dell'Onu per il diritto al
cibo, ha duramente criticato l'occupazione
israeliana e l'ha descritta come il solo
"regime coloniale" che rifiuti di obbedire a
qualunque legge internazionale, chiedendo che
le Nazioni Unite adottino una efficace
politica che costringa Israele a rispettare i
diritti umani e la Convenzione di Ginevra.
"Dal punto di vista dell'Onu l'occupazione
israeliana è un regime coloniale ed
un'occupazione militare illegale, essa
continua ad annettere sempre più terre
palestinesi; perciò l'occupazione israeliana è
la peggiore nella storia del colonialismo", ha
affermato Ziegler in una intervista
televisiva.
Il funzionario dell'Onu ha sottolineato che
l'occupazione israeliana sta causando carestia
e oppressione fisica e psicologica al popolo
palestinese, ma ha fatto notare che c'è una
resistenza palestinese, e si è chiesto la
ragione dietro alla complicità dell'Unione
Europea con l'occupazione israeliana e il
motivo per cui i fondi Usa stiano proteggendo
questa occupazione.
L'inviato ha descritto i paesi europei come
completamente "ipocriti" perché hanno
rifiutato i risultati delle elezioni
democratiche supervisionate da loro stessi,
dopo che ebbero visto che il vincitore era
Hamas, sottolineando che gli europei
dovrebbero mantenere un minimo di principi.
Ziegler ha sottolineato che la situazione
umanitaria nella Striscia di Gaza e in
Cisgiordania è deteriorata, dal momento che le
statistiche dell'Onu hanno rivelato che il 65%
della popolazione della Cisgiordania soffre di
malnutrizione; inoltre la Striscia di Gaza,
che è abitata da più di un milione e mezzo di
persone, si è trasformata in un enorme
prigione come risultato dell'assedio
israeliano imposto contro di essa.
Egli ha anche descritto il Quartetto sul medio
oriente come una mera operazione di
propaganda, chiedendo che l'Onu e la Comunità
Europea si ritirino da esso, dal momento che
la loro presenza in tale Quartetto è inutile e
senza senso.
A conferma di ciò che l'inviato speciale
dell'Onu ha affermato sulle politiche
oppressive dell'occupazione israeliana, le
forze di occupazione israeliane hanno iniziato
domenica a ridurre i rifornimenti di
carburante alla Striscia di Gaza in seguito
alla risoluzione del governo israeliano che
considera la Striscia come un'"entità ostile".
Il portavoce del ministro della guerra
israeliano Ehud Barak ha detto alla AFP che la
riduzione delle forniture di carburante a Gaza
inizierà domenica e che nei prossimi giorni vi
saranno numerosi blackout elettrici.
Titolo originale: " Ziegler: Israel is the
worst colonial regime":
http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2
bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7leKnnQwmY9duRHZ09yVBqV%2fphl5aop
...
Scelto e
tradotto per
www.comedonchisciotte.org
da ALCENERO
8 - Niente meno della nostra libertà
Mohammed Khatib
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Novembre 2007
Per la gente del nostro piccolo
villaggio di Bil'in, che si trova ad
ovest di Ramallah nella West Bank
occupata, i previsti negoziati tra capi
palestinesi ed israeliani ad Annapolis,
Maryland, evocano sentimenti
contrastanti. Come tutti i Palestinesi,
preghiamo perché i nostri bambini non
passino tutta la loro vita sotto
l'occupazione militare israeliana, come
è accaduto a noi.
Ma per la nostra esperianza Israele, la
parte più forte, sfrutta i colloqui di
pace come cortina fumogena per oscurare
i fatti che sta stabilendo sul terreno.
Durante il processo di "pace" di Oslo,
Israele costruì insediamenti nei
territori occupati ad un ritmo senza
precedenti. Il sistema israeliano di
strade per soli coloni, sta ora
strangolando le nostre città e i nostri
villaggi.
Israele ha costruito insediamenti in
tutta la West Bank anche se il diritto
internazionale proibisce ad una potenza
occupante di insediare la sua
popolazione nel territorio occupato. Ora
Israele intende annettere la maggior
parte degli insediamenti nella West Bank
o attraverso un accordo negoziato con i
Palestinesi o unilateralmente.
Bil'in, come decine di villaggi della
West Bank, sta perdendo terra vitale ed
altre risorse in favore degli
insediamenti Israeliani. Nel 1991
Israele confiscò 200 acri di terra del
nostro villaggio e la dichiarò terra di
stato. Nel 2001 ditte private israeliane
iniziarono a costruirvi sopra un nuovo
blocco abitativo ebraico, come parte
dell'insediamento di Modi'in Illit.
Nel 2005 il muro dell'apartheid separò
Bil'in dal 50% della nostra terra
agricola. In risposta svolgemmo 100
dimostrazioni non violente insieme a
sostenitori israealiani e
internazionali. Centinaia di noi sono
stati feriti e arrestati. Dopo le nostre
proteste e un appello legale, l'Alta
Corte di Israele ha deciso lo scorso
mese che il tracciato del muro a Bil'in
deve essere cambiato e che si deve
restituire metà della terra che ci era
stata tolta.
Anche se abbiamo celebrato questo
successo, Israele, con l'appoggio degli
USA, ancora pensa di annettere Modi'in
Illit, che include altra nostra terra. A
differenza degli insediamenti iniziati
dal movimento dei coloni, questi altri
insediamenti furono costruiti in aree
strategiche da parte del governo
israeliano sotto il Likud, il Labor e
Kadima. I blocchi di insediamento
avevano lo scopo di assicurare ad
Israele il controllo dei nostri
movimenti, le frontiere, l'accesso
all'acqua e di Gerusalemme, anche dopo
la creazione di uno stato palestinese
"sovrano".
Alcuni politici israeliani affermano che
gli insediamenti che Israele vuole
annettere riguardano il 5% della terra
della West Bank. Comunque, questi
politici non includono nei loro calcoli
gli insediamenti nella Gerusalemme Est
occupata, perché Gerusalemme Est fu
unilateralmente e illegalmente occupata
da Israele nel 1967.
Ma in realtà Israele ha già di fatto
annesso una percentuale strategica del
10,2% della West Bank che si trova tra
la Green Line e il Muro dell'Apartheid,
comprendendovi gli insediamenti. Circa
l'80% di tutti i coloni israeliani ora
risiedono ad ovest del Muro
dell'Apartheid, e dentro la West Bank.
Come Palestinesi ci siamo dichiarati
disposti a vivere insieme su questa
terra con il popolo ebraico, e a vivere
in un unico stato democratico da eguali.
Ma la maggior parte dei coloni ebraici e
i loro politici hanno chiaramente
affermato che essi devono vivere in uno
stato ebraico, non in uno stato di tutti
i suoi cittadini. Per questa ragione ci
siamo detti d'accordo a vivere in due
stati -- la Palestina fianco a fianco
con Israele.
Per i Palestinesi accettare di vivere in
uno stato che è il 22% della loro patria
storica è già un grande compromesso. Ma
Yasser Arafat fu cinto d'assedio nel suo
ufficio da parte di Israele perché non
accettò la "generosa offerta" fattagli
da Israele a Camp David. Fu punito
perché non volle cedere altra terra ed
accettare uno stato fatto di cantoni
separati e ritagliati sulle esigenze
degli insediamenti israeliani.
Ci sentiamo forti della nostra
convinzione che nessuna ingiustizia può
durare per sempre. Alla fine dovremo
vivere su questa terra da uguali. Quando
quel tempo alla fine arriverà scopriremo
che tra noi ci sono più somiglianze che
differenze. Fino ad allora non
accetteremo ciondoli luccicanti fatti di
parole come "stato" e "sovranità",
quando sappiamo che all'interno del
nostro "stato" non avremo accesso alla
nostra acqua, libertà di entrare ed
uscire, o di spostarci da una località
all'altra senza il permesso di Israele.
Io non sarò un uomo libero finché gli
insediamenti e il muro tagliano e rubano
la mia terra e circondano la mia
capitale, Gerusalemme.
Abbiamo sofferto troppo per troppo
tempo. Non accetteremo un apartheid
mascherato da pace. Non ci
accontenteremo di niente di meno della
nostra libertà.
Mohammed Khatib è un membro di
rilievo del Comitato Popolare di Bil'in
contro il Muro, ed è segretario del
consiglio di villaggio di Bil'in. Per
maggiori informazioni
http://www.apartheidmasked.org/.
Tradotto dall'inglese da Gianluca
Bifolchi
Articolo originale ( 7 Novembre 2007 ):
http://electronicintifada.net/v2/article9084.shtml
9 -
Clamoroso: Israele vieta al capo
delegazione palestinese di entrare a
Gerusalemme
Avrebbe dovuto incontrare i 'partner
israeliani'.
12-11-2007 Gerusalemme
Le
forze di occupazione israeliane, ieri
sera, hanno impedito l’ingresso del capo
della delegazione per le trattative,
Ahmad Qree ,“Abu Alaa”, nella città di
Gerusalemme: avrebbe dovuto partecipare
alla riunione, prevista per la serata,
tra le due delegazioni, israeliana e
palestinese, per le "trattative di
pace".
L’ufficio di Abu Alaa ha
riferito che i soldati israeliani di
stanza al posto di controllo az-Zaim, a
est della città di Gerusalemme, hanno
vietato l’ingresso all'auto che
trasportava Abu Alaa che avrebbe dovuto
partecipare all’incontro con la
delegazione israeliana.
L’ufficio ha aggiunto che
la delegazione palestinese, compreso Abu
Alaa, che è tornato a Ramallah, si
è riunita e sta discutendo con Abu
Mazen, che si trova in Egitto, su quale
decisione prendere contro il divieto
israeliano.
Fonti israeliane hanno
riferito che la ministra degli esteri e
capo della delegazione israeliana per le
trattative, Livni Tzipi, ha telefonato
al capo della delegazione palestinese
Qree chiedendo scusa per quanto è
accaduto.
Il portavoce di Fatah,
Fahmi Az-Za’arir, ha dichiarato che
Israele, con il suo "divieto di
transito" a Qree, "dimostra, senza ombra
di dubbio, la reale intenzione nei
confronti di tutta l’iniziativa di pace
in generale, e verso la conferenza di
Annapolis in particolare".
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6783
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NIENTE DI
NUOVO SOTTO IL SOLE
Stralci di
archivio: ieri come oggi, come
domani, nulla cambia nella politica sionista
israeliana, volta solo a tergiversare per
giungere alla conclusione del suo piano
coloniale, che nulla ha di diverso dai
precedenti schemi coloniali del passato, se
non che una dose maggiore di minacciosa
arroganza nei confronti delle Nazioni e di
stupidità politica, dovute entrambi ad una
cecità congenita, intrinseca al deviato
concetto messianico talmudico. (Nota
di Redazione)
10 - Il governo Sharon vieta alle
delegazioni di incontrare Arafat
Dal TG-RAI news del 4 aprile 2002
Medio
Oriente, nessuno può incontrare Arafat
Capi
di Stato e ministri degli Esteri tentano di
far riprendere la via del dialogo a
israeliani e palestinesi. Ma Sharon 'blinda'
Arafat "fino a quando non avremo qualcuno da
parte palestinese con cui negoziare"
Il
governo israeliano non intende
infrangere l'isolamento imposto ad Arafat.
Non permetterà a nessuna delegazione,
europea e non, di incontrarlo. Così ha
risposto a Solana e Piqué, volati in Medio
Oriente in rappresentanza dei 15 paesi
dell'Ue e intenzionati a promuovere una
negoziazione "ad alto livello". Così ha
risposto ad Anthony Zinni, l'americano
tornato da quelle parti per conto degli Usa
nel tentativo di ripristinare il cessate il
fuoco: non potrà incontrare il leader
palestinese. Non è andata meglio per i
gruppetti di pacifisti italiani giunti a Tel
Aviv e rispediti subito a casa.
Nessun rappresentante straniero, ha
detto il ministro dell'Interno israeliano
Eli Ishai, potrà incontrarlo. Quello di
Arafat è un isolamento "limitato nel tempo-
ha assicurato- fino a quando non avremo
qualcuno da parte palestinese con cui
negoziare". E un alto rappresentante del
governo Sharon- che ha chiesto l'anonimato-
ha dichiarato alla "France press" che
"l'unico scopo dell'Europa è quello di dare
ad Arafat una ribalta pubblica e questo noi
non lo permetteremo". E' proprio questo
irrigidimento ad avere escluso dalla
missione di pace il premier spagnolo Aznar,
presidente di turno dell'Ue. Anche a lui
Sharon ha posto il veto.
Diventa dunque sempre più difficile
la via diplomatica, mentre da numerosi paesi
arrivano pressanti appelli al primo ministro
Sharon perche' la situazione in Israele e
nei Territori non degeneri ulteriormente,
dopo l'escalation di sangue e violenza che
ha segnato l'ultimo fine settimana di marzo,
che ha coinciso con la più grande festività
dei cattolici. Il Papa, nella domenica di
Pasqua, aveva chiesto che "alle denunce
seguano atti concreti di solidarieta', che
aiutino tutti a ritrovare il mututo rispetto
e il leale negoziato".
Alle accorate parole del Pontefice,
che chiedeva al mondo politico di
abbandonare l'inerzia delle denunce, si sono
aggiunti però ancora appelli. Dei ministri
degli Esteri francese e tedesco, Hubert
Vedrine e Joschka Fischer; che hanno parlato
a lungo, per telefono, sul Medio Oriente,
concordando fra l'altro sulla "assoluta
necessita' di garantire la sicurezza di
Arafat, ma anche di consentire la normale
attivita' della autorita' palestinese" e
mettere in atto al piu' presto le misure
proposte dal mediatore americano Anthony
Zinni. Del presidente francese, Jacques
Chirac, il quale ha detto di augurarsi che
la vita di Arafat non sia in pericolo: "E'
ancora l'unico che puo' negoziare con
Israele" ha aggiunto. Appelli ancora dai
ministri degli esteri di Cina e Giappone,
che hanno telefonato al ministro degli
esteri Shimon Peres per esprimere la loro
preoccupazione, mentre il re del Marocco,
Mohammed, ha avuto un colloquio telefonico
con Peres.
Arabia Saudita,Giordania ed Emirati
Arabi Uniti hanno fatto a loro volta passi
diplomatici. In particolare, la Giordania ha
convocato l'ambasciatore israeliano per
trasmettergli una protesta. Il ministero
degli esteri turco ha avuto contatti con
Stati Uniti, Israele e Palestina sulla
necessita' di garantire la sicurezza di
Arafat. Speranze anche dall'Unione Europea,
che, tramite il rappresentante per la
politica estera, Javier Solana, ha proposto
un "incontro diretto" tra Arafat,
rappresentanti della Ue, delle Nazioni unite
e della Russia.
Pubblicato il 4 aprile 2002 dal TG-RAI
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