Sarebbero troppe
le cose da elencare per illustrare
adeguatamente l'affermazione appena fatta.
Basti per ora ricordare, a mo' di esempi:
l'epocale iniziativa (nel lontano 1342) dei re
di Napoli nell'acquistare per i frati la
proprietà del Cenacolo e il diritto di
ufficiare la basilica del Santo Sepolcro; la
lunga lista dei padri Custodi di Terra Santa
provenienti dall'Italia; i numerosi missionari
francescani che dall'Italia si son recati
nella Missione di Terra Santa lungo i secoli.
E poi, naturalmente, l'attenzione tutta
particolare che le Chiese locali che sono in
Italia e gli Stati e i governi, che nella
Penisola si sono succeduti, hanno abitualmente
riservato alla Terra Santa. Poco sorprende
allora che l'italiano sia divenuto e resti la
lingua principale nella vita della Custodia,
con tutto ciò che questo comporta dal punto di
vista culturale.
E tutto questo
ancor prima di ricordare l' «italianità»
originale dello stesso francescanesimo, il cui
fondatore è venerato come patrono d'Italia...
Negli ultimi
decenni del Ventesimo secolo si avvertiva in
certi ambienti della Chiesa (e forse anche da
parte di qualche francescano) una certa
insofferenza nei riguardi di una supposta
eccessiva «italianità» degli organi di governo
e di indirizzo, divenuta poi una zelante
spinta «internazionalizzatrice». Nelle sue
forme più estreme, essa sembrava voler far
finta di ignorare la «storicità» propria della
Chiesa pellegrina, storicità intrisecamente
collegata alla fede nell'Incarnazione. Così
come il Figlio di Dio non è divenuto Uomo
astrattamente, ma ha voluto nascere in un
luogo determinato, e perciò in mezzo ad un
popolo determinato, in un momento determinato
della sua «storia di salvezza» - il tutto
pazientemente predisposto dalla Divina
Provvidenza - anche la Chiesa che ne continua
l'opera salvifica non lo fa nell'etere... Il
suo cammino concreto non può essere ritenuto
puramente casuale, ma è riferito ad un disegno
provvidenziale. Se la stessa Sede di Pietro,
allora, si trova a Roma, capitale dell'Italia
ab immemorabili, e se poi anche san Francesco
in questa nazione è apparso; e se dall'Italia,
in definitiva, sono stati inviati i frati in
missione per la Terra Santa (missione poi
confermata stabilmente dalla Sede Apostolica),
allora non si può non vedere un nesso
speciale, che deve essere fatto perdurare, tra
il questo Paese e la Custodia di Terra Santa.
Ora non si
tratta soltanto di ipotizzare legami più o
meno mistici, ma anche di coltivare un
rapporto, importantissimo per la nostra
missione, sia nella forma degli aiuti
spirituali e materiali che essa riceve dalla
Chiesa in Italia, sia nell'attenzione - che si
spera sempre assicurata - da parte della
società civile e delle stesse istituzioni.
E se dobbiamo -
e certamente dobbiamo - nutrire questi legami,
avremo allora bisogno soprattutto di nuove
generazioni di frati minori che dall'Italia
vengano nella Missione di Terra Santa.
L'auspicio è questo: possano essere sempre più
numerosi i giovani religiosi italiani che si
offrono con generosità e dedizione per il
servizio a quella che l'Ordine dei Frati
Minori ha sempre voluto chiamare «la perla
delle Missioni»!