di Giorgio Bernardelli
Milano, 03 September 2007
Sui rapporti tra Hamas e Israele parlano i bollettini,
quotidiani ormai, dei missili Qassam caduti a Sderot e
dei bombardamenti aerei israeliani sui luoghi da dove
partono. Sui rapporti tra Hamas e Abu Mazen parlano,
invece, le scelte del presidente dell'Anp, sempre più
deciso a isolare il movimento islamico (la scelta di
porre come pre-condizione per partecipare alle elezioni
il riconoscimento di Israele parla chiaro).
Quali sono, invece, i rapporti tra Hamas e l'Egitto? È la
domanda affrontata nell'articolo che proponiamo oggi,
tratto dall'ultimo numero della newsletter
bitterlemons-international. Domanda finora inesplorata,
ma forse più interessante ancora delle altre due. Perché
l'Egitto - come mostra molto bene l'analista egiziano
Mohamed Abdel Salam in questo articolo - è probabilmente
l'anello più debole della catena. È infatti l'unica
porta che - pur tra mille difficoltà - è rimasta aperta
tra Gaza e il mondo. Ma nello stesso tempo è un Paese
che deve stare molto attento alle possibili
ripercussioni interne rispetto a quanto succede
dall'altra parte del valico di Rafah.
I tre attentati verificatisi negli ultimi due anni contro
strutture turistiche nel Sinai - messi a segno proprio
da uomini giunti da Gaza - sono stati un campanello
d'allarme importante. E ora il Cairo sta cercando di
prendere le sue contromisure. Con una serie di linee
rosse che Hamas d'ora in poi non dovrà più oltrepassare.
È una mossa comunque dai due volti. Perché il rapporto
con l'Egitto è l'unico canale realisticamente possibile
per far uscire Gaza e Hamas dal vicolo cieco in cui si
sono cacciati. Perché Gaza isolata, col suo milione e
mezzo di abitanti in un fazzoletto di terra, non può
fare a meno dell'Egitto. Se c'è una via al pragmatismo
per Hamas è inutile cercarla a Ramallah. È molto più
facile che passi dal Cairo.
http://www.terrasanta.net/terrasanta/jaf_det.jsp?wi_number=791&wi_codseq=