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Anno II, Comunicato n. 101
(italiano), del 4 settembre 2007
Nota introduttiva di Redazione

È difficile a volte riuscire a parlare di Terra
Santa, e delle realtà di Palestina, senza
inevitabilmente mettere il dito sui nervi scoperti che le contraddistinguono.
Se le sue radici spirituali, affondando nel
mistero divino, ce ne narrano la storia più
intima, attraverso il racconto dei protagonisti
che Egli si è voluto scegliere, altrettanto
possiamo dire per i rami e le foglie di questo
albero genealogico spirituale della famiglia
umana, che si proiettano nei cieli e che ci
conducono attraverso i secoli sino ad oggi ed
ancora più in là, nella cronaca dei testimoni che
Egli ha voluto risparmiare all'oblio dei tempi
moderni.
Capita perciò che mentre ci si trovi con il cuore
assorto in preghiera e nella contemplazione della
Rivelazione, si venga distratti dai crepitii degli
spari o dai lamenti di dolore delle donne, così
come un tempo le orazioni vennero interrotte dal
fragore della folla inferocita, dal sibilio delle
frustate, dallo strazio degli innocenti.
Non pensiate quindi che quando si scriva del
dramma del conflitto israelo-palestinese non si
sia sensibili ai temi di spiritualità, legati alla
memoria evangelica, ma semplicemente risulta
difficile a volte gioire serenamente, per esempio
nel contemplare le bellezze di un santuario,
mentre giungono indistintamente all'orecchio
dell'anima i colpi delle stilettate, che
riecheggiano sin nel profondo delle viscere di
questa terra, benedetta e martoriata allo stesso
modo.
L'intento del narratore e del compositore di
redazione non è di conquistarvi ad una causa o di
convincervi della bontà di una ragione politica,
etica, ideale o spirituale. Anche se è innegabile
che la fede che ci contraddistingue non è
sopibile. Parlare della realtà, così come non ce
la si vorrebbe far conoscere, fotografare momenti
e storie irripetibili, amplificare il suono del
battito impazzito del cuore di popoli al limite
del collasso, impedire che ce ne si dimentichi,
che si possa dire che non se ne sapeva nulla, sono
le semplici ragioni di esistere di questo spazio,
a vantaggio di tutti, contro nessuno. Non sono gli
uomini i nostri nemici, ma quelle idee nemiche di
Dio e dell'uomo, che vorrebbero uccidere il Primo
nel cuore degli uomini, allontanandoli da Lui, se
fosse possibile.
Niente paura: "Non praevalebunt".
Nota di Redazione
La pace, se
veramente la si vuole,
si fa con i
nemici
Chi si rifiuta di parlare
e trattare con coloro che considera i propri nemici,
anche quando essi sono ormai accerchiati ed allo
stremo delle forze, qualsiasi siano le questioni sul
tavolo, non vuole la pace, ma annientarli a tutti i
costi, anche al prezzo di camminare sopra i cadaveri
di un'intera popolazione, affamata, ferita nel
profondo ed inerme, anche sapendo così di non
garantire affatto sicurezza e stabilità ai propri
figli nel futuro. Guai ai vinti.
Non c'è l'onore del guerriero, nè
alcuno spirito cavalleresco nei cuori e nelle menti
dei dirigenti delle milizie israelite. Solo un
barbarico e vandalico desiderio di sterminio.
Forse retaggio della discendenza
carnale kazara.
Per loro alcuni passi biblici vanno
presi alla lettera e vanno rievocati tutt'ora, con
la stessa determinazione e ferocia d'altri tempi.
Ai filistei bisogna dare il
colpo di grazia e terminarli una volta per
tutte. Il loro signore degli eserciti, il principe
di questo mondo lo vuole.
Non hanno ancora saputo cogliere il
messaggio portato dal Figlio dell'uomo, venuto a
perfezionare la legge, nato povero e morto nel
modo più infamante.
Non c'è perdono, nessuna pietà,
misericordia zero, orgoglio smisurato, egoismo
sfrenato, amore solo per se stessi e le pietre
morte.
Delle pietre vive che popolano la
Terra Santa da duemila anni, dell'amore verso il
Creatore e le sue creature, nessuna traccia.
Come si fa, con perfida ipocrisia, a
battersi il petto, dir di amare Dio e odiare al
contempo le sue opere.
Come si può dire di apprezzare
e stimare un'artista, un pittore, se ne si
distruggono le tele e se ne cancellano gli schizzi.
Oggi vediamo
i dirigenti (1) dell'entità sionista, che occupa
militarmente la Palestina, aggirarsi per l'Europa in
cerca di consenso e complicità, prima dell'affondo
finale che permetterà loro di eliminare fisicamente
ogni ulteriore ostacolo al progetto di
colonizzazione in corso. Considerano chi si trova al
di là della barricata come carne già morta. Inutile
parlargli.
E con un servilismo cieco e
vergognoso (per un uomo, ma non per esseri viscidi e
senza onore come i nostri politici di carriera) la
nostra classe dirigente si fa in quattro per
dimostrare di essere al loro fianco nella ricerca
della "pace". La vergogna è composta di tutti i
colori della politica. Si va dal nero al rosso più
acceso, passando per gradazioni di rosa, verde e
bianco.
Ci sono i compagni di vecchia data, i
camerati di una volta, radicchi e rosapugnini,
cristianisti e liberisti, tutti finalmente uniti
sotto un'unica bandiera, a forma di foglia di fico,
per nascondere la misera virilità che li accomuna.
Si finge di non accorgersi che sia
solo un teatrino, montato sù per compiacere la
platea, vistosamente distratta da venditori
di caramelle e saltinbanco, per raccogliere poi gli
applausi finali.
Nessuno vorrà sapere, quando si
chiuderà il sipario, se il sangue di scena fosse
vero oppure no. E non hanno capito ancora di essere
non più degli spettatori, ma oramai delle comparse,
che possono divenare carne da macello in qualsiasi
momento.
Perchè sia chiaro a tutti
che non abbiamo ancora visto il peggio.
Il progetto è ormai ad un punto
avanzato e gode di appoggi non solo internazionali,
ma anche da parte di quei dirigenti arabi che
ritengono più opportuno ingrassare i loro conti
nelle banche dei paradisi fiscali piuttosto che
continuare una causa persa e che non lucrerebbe
nulla.
Ci viene infatti ripetuto che mai
come in questo momento la pace tra Israele ed i suoi
vicini arabi è stata così vicina.
Fandonie. Non è con loro che
urge trovare intese di pace.
Sono i figli arabi del popolo
palestinese che vengono quotidianamente uccisi,
segregati, derubati, umiliati e portati all'estrema
disperazione.
Ma con loro non c'è bisogno di fare
la pace. Devono morire e basta. Riconoscere
l'autorità israeliana e accettare di rinunciare alla
propria.
Gli unici con i quali si può parlare,
purchè stiano zitti e ascoltino, senza campare
troppe pretese, sono quei dirigenti
arabo-palestinesi che abbiano dato ampia
dimostrazione di saper stare fedelmente al
guinzaglio, meglio se si sono formati nelle
università americane ed acquisito esperienza
lavorativa presso i circoli di potere d'oltre
oceano.
La tanto decantata ricerca
per una soluzione di pace tra i due Stati, Israele
e Palestina, è solo una patetica farsa.
Chi si è aggirato per la Palestina
sa bene che non esiste una Palestina come entità
indipendente o come Stato.
Esiste un popolo palestinese, che si
incontra un po' ovunque, chiuso nelle sue città
prigioni, isolato in quartieri recintati da muri e
reti, ostacolato nei movimenti, impedito di far
fronte anche ai più elementari bisogni di
comunicazione e socializzazione, umiliato in
infiniti posti di blocco.
Non esiste un'Autorità Palestinese,
così come ce la vogliono presentare e far credere i
ruffiani del giornalismo "accreditato" (dove di
accreditati ci sono solo i lauti compensi, sui loro
conti correnti, per le frottole con cui riescono a
rincitrullire l'elettorato italiano, di destra e di
sinistra). Esistono solo alcune cittadine
palestinesi, circondate da un cordone di milizie
israeliane che ne garantiscono l'isolamento.
Essi, i soldati di Tsahal, le milizie
israeliane, entrano ed escono a loro piacimento
dalle enclavi arabe, arrestano ed uccidono, mentre
le "milizie" palestinesi stanno a guardare e, nel
migliore dei casi, al massimo possono regolare il
traffico e garantire la viabilità.
La Palestina come Stato,
come ci vogliono far credere che sia in corso di
stabilizzazione e definizione, a fianco dello Stato
ebraico israeliano, non esiste.
Tutta l'area è sotto il completo
controllo dell'intelligence e dell'esercito di Tel
Aviv. Non c'è un luogo in tutta la Palestina dove le
milizie di Davide non possano scorrazzare a loro
piacimento, entrando ed uscendo, facendo i loro
comodi, impuniti, da villaggi, case, ospedali,
prigioni, con licenza di far tutto quel che credono.

Ero passato da Jerico qualche
anno fa, ed entrando nell'enclave da sud,
era visibile, con tutto il suo apparato militare di
sorveglianza arabo, la prigione "governativa"
palestinese.
Ci sono ripassato davanti l'anno
scorso e della roccaforte di detenzione non erano
rimaste che le macerie. Semplicemente Tsahal era
entrato nel territorio palestinese di Jerico, non
troppo lontano dal Mar Morto, con buldozers,
autoblindo e carri armati, aveva bombardato e
distrutto il complesso penitenziario, rapito i
detenuti che intendeva interrogare e traurre nelle
proprie carceri (troppo tenere quelle arabe, non
torturavano neppure i detenuti a sufficienza),
abbattuto chi si era permesso di opporre resistenza,
e se ne era tornato al di là del posto di blocco,
lasciando sangue e macerie alle proprie spalle.
Semplicemente.
I villaggi arabi sono solo
delle riserve per loro, dove poter andare a
caccia quando lo si voglia.
Solo a Gaza Strip c'è ancora chi osa
opporsi all'annientamento totale, alla capitolazione
definitiva di un'ipotesi di Stato autonomo ed
indipendente arabo-palestinese.
C'è ancora chi crede nelle cause
perse.
Chi legge non creda che io
sia un sostenitore di Hamas, o che ne
voglia giustificare e coprire così alcuni aspetti
negativi, tipici dell'intolleranza islamica e di un
certo fanatismo che accompagna i gruppi di minoranza
che gli ruotano intorno. Ma non si può non
riconoscere che quest'organizzazione sia agli occhi
dei palestinesi l'unica opposizione vera allo
strapotere sionista che invade i loro legittimi
territori, e l'unica forza politica che provi a
difendere ancora la loro identità, etnica,
confessionale e nazionale.
Ne hanno diritto. È un diritto
naturale che nessuno e nessuna potenza e legge potrà
mai togliere. È il diritto naturale alla
sopravvivenza ed alla libertà di ogni popolo e di
ogni individuo.
I palestinesi non fanno eccezione. E
nonostante da sessant'anni subiscano una mattanza
spietata ed una persecuzione inesorabile, umiliati e
divisi, molti di loro ancora credono ai sogni.
Quello che è inaccettabile è
l'abbandono totale del popolo palestinese,
nelle mani dei suoi carnefici sionisti, da parte
della comunità internazionale.
Perchè così facendo, cioè non facendo
nulla, non si dà altra possibilità di riscatto alle
genti di Palestina, recluse nel lager di Gaza Strip,
che quella offerta da Hamas.
Perchè l'alternativa, per la loro
dignità ed indipendenza, lo sa la maggioranza del
popolo palestinese, non saranno Abbas o Fayyad,
compromessi smaccatamente con l'occupante.
Nonostante i massacri,
ben conosciuti e documentati, che sin dalla metà del
secolo scorso hanno accompagnato l'estendersi
dell'egemonia territoriale sionista, a discapito
dell'etnia autoctona araba, le nazioni occidentali
non hanno alzato nè un dito nè la voce in difesa di
palestinesi.
Gli esodi erano evidenti a tutti, ma
nessuno osò sfidare a fondo il sionismo. E così
oggi. La giustificazione olocaustica permise loro di
continuare la mattanza araba indisturbati.
Nella gran confusione si iniziarono a
creare gruppi terroristi arabi, che riuscirono a
trovare un ampio consenso, dato il disinteresse
totale della comunità internazionale.
Tra questi si mischiarono interessi e
servizi stranieri. Molte azioni furono organiche ad
operazioni di insediamento coloniale e di
repressione dell'opposizione popolare.
Poche risoluzioni delle Nazioni
Unite, pezze per coprire complicità d'alto calibro,
non servirono evidentemente a fermare l'olocausto
del popolo palestinese, che venne frantumato e
recluso in piccoli agglomerati isolati e scollegati
tra loro: un classico da manuale coloniale. Bisogna
essere accecati per non riuscire a vederlo.
Intanto operazioni da parte di false
flags si miscelarono ad arte con atti di pura
manipolazione della disperazione.
Ed ancora oggi non si vuol
capire che tagliando fuori Gaza ed i suoi
abitanti da qualsiasi trattativa, nelle persone di
coloro che li rappresentano, non si fa altro che
aggravare la situazione umanitaria, esasperare gli
animi degli assediati spingendoli a compiere azioni
ancor più disperate, consegnandoli nelle mani delle
multinazionali del "terrore", ed infine dare buon
gioco a coloro i quali sono interessati solo a
portare a termine l'operazione di pulizia etnica già
iniziata e di esproprio totale degli ultimi
fazzoletti di territorio palestinese rimasto.
Affermare ciò non significa stare
dalla parte di Hamas, ma solo usare un po più di
quel buon senso che potrebbe far risparmiare tanti
lutti, donando più serenità a tutti.
L'isolamento dell'unica
area indipendente palestinese con uno sbocco sul
mare è un altro classico delle strategie militari
geopolitiche. Lo sbocco al mare è vitale per ogni
Nazione, per le sue relazioni internazionali, per il
commercio, per gli approvvigionamenti energetici.
Bisogna quindi piegare l'ultimo baluardo
dell'illusione indipendentista palestinese che si
affaccia sul mare.
Già ne si è annichilita completamente
la capacità comunicativa marittima e quello straccio
di autonomia navale posseduta.
La Marina Militare israeliana ha già
infatti colato a picco tutte le imbarcazioni della
Capitaneria palestinese, le motovedette che
proteggevano le coste e garantivano l'incolumità ai
pescatori, addirittura una nave per la ricerca
sottomarina, equipaggiata di moderni
macchinari scientifici e finanziata da capitali
europei.
Sono rimaste in mano palestinese solo
più alcune piccole imbarcazioni in legno da pesca, e
anche queste sono oggetto di continue intimidazioni
e limitazioni. Le acque costiere ridotte al di sotto
della misura minima per garantire pesca e
sopravvivenza, ritagliate in aree marine poco
interessanti e fuori dai percorsi più pescosi.
I pescatori vengono mitragliati se si
azzardano anche solo a gettare le reti poche miglia
più al largo. I lutti tra le famiglie dei pescatori
sono frequenti. Gli arresti e ferimenti, come la
distruzione delle poche barche loro rimaste, ancor
di più. Perchè si rischia anche la vita per sfamare
i propri figli.
Links che testimoniano l'accanimento
contro i pescatori palestinesi:
Il controllo della costa
e del mare deve essere incontrastato. È una delle
regole base delle strategie geopolitiche. Tanto più
se al largo di quella costa ci sono importanti
giacimenti di gas, importantissimi per
l'approvvigionamento energetico, civile e militare.
Gaza deve essere spazzata via insieme
ai pochi maschi che ancora oppongono resistenza al
completamento dell'operazione di
colonizzazione della Palestina.
Dopodichè, quando anche l'ultimo
focolaio di resistenza ed intralcio ai piani
coloniali sionisti sarà stato stroncato, le
eventuali residue velleità di qualche palestinese
dei Territori Occupati, West Bank o Cisgiordania,
saranno vanificate e non resterà altro da fare che
accontentarsi di sopravvivere nelle riserve
destinate. Almeno per poter vedere crescere i propri
figli.
Avete figli? Quanto
li amate? Tanto, vero? Li vorreste solo vedere
crescere sani e felici. Sopportereste tutto pur di
non vederveli rovinare. È umano. È naturale.
Quando mi ritrovai nella sala da
pranzo del mio amico Fadi, che a denti stretti mi
confessava la volontà di resistere in silenzio, con
la serenità degli umili e dei miti, profondamente
prostrato e ferito nell'animo, umiliato senza
ragione, ma determinato a restare al suo posto,
nella sua terra, per sopravvivere del suo lavoro
artigiano, compresi che stavamo condividento lo
stesso sentimento che ci dava la forza e la prudenza
per non mollare: l'amore verso i propri cari, verso
i propri figli. In quel momento entrò nella stanza
il suo figlio più piccolo, Asad, di 17 anni, che
stava terminando gli studi delle secondarie, per
comunicarci che il caffè era pronto. Fadi lo guardò
con una tenerezza negli occhi che solo un padre che
ama profondamente il proprio figlio può far
trasparire. Ma con una dignità ed una fermezza nel
comportamento, anche in mezzo a tremende difficoltà,
che dovevano essere d'esempio.
Perchè un uomo, anche se umiliato,
anche se incatenato, deve saper resistere moralmente
e non cedere. Si muore in piedi.
Era la fine dello scorso inverno, ed
eravamo a Betlemme: nel ghetto di Betlemme.
Quando il giorno dopo attraversai il
"muro" per ritornare a Gerusalemme e mi lasciai alle
spalle il grande portone d'acciaio, sentii come se
stessi lasciando un mio fratello in carcere, da
innocente, e consapevole che lo fosse. Sentii su di
me la responsabilità di non doverlo abbandonare a se
stesso.
Perchè una volta che diventiamo
consapevoli di qualcosa d'importante, nella nostra
vita, poi non possiamo più vivere come se niente
fosse.
Io sono italiano e lui è palestinese,
ma certi sentimenti e stati d'animo non possono
appartenere solo ad un'etnia. Sono umani.
Possibile che i
sionisti-israeliani non riescano a capire che ci
sono degli uomini dall'altra parte dello
steccato, le cui esigenze non sono poi così diverse
dalle loro?
Come sono stati cresciuti nelle loro
scuole talmudiche? A quale dottrina li hanno
educati, che non riesca a far comprendere loro cose
così semplici?
E come stanno educando e crescendo i
propri figli? O meglio, come stanno lavando loro il
cervello?
Non si può criticare solo le scuole
islamiche che incitano all'odio verso gli ebrei,
se gli ebrei stessi fanno altrettanto nei confronti,
non dei musulmani soltanto, ma di tutti gli arabi in
generale. Non si può esorcizzare l'odio con l'odio.
Ci vogliono gesti di sincera e reale buona volontà,
di disponibilità anche a trovare un'intesa col
nemico. Per scoprire che poi così nemico non è. Sono
più la paura e la mancanza di conoscenza reciproca
che la fanno da padrone. Ed è su questi fattori che
gioca il "nemico dell'uomo".
A meno che non ci sia un'ostinata,
perversa, cattiva volontà, che voglia considerare la
morte e l'annichilimento del prossimo come l'unica
soluzione possibile, anche i giudeo-sionisti in
buona fede si dovranno alla fine arrendere (sono
umani anche loro in fin dei conti, mica
extraterrestri) e prendere in considerazione che
"l'albero si giudica dai frutti".
Ed i frutti della loro ostinata
politica coloniale sono stati sin'ora solo di morte
e desolazione, dal Mediterraneo sino alla
Mesopotamia, con prospettive a medio-breve termine
solo di altre guerre, morti e disperazione per i
popoli che avranno la sventura di trovarsi sul loro
percorso di conquista.
La responsabilità principale,
come già nel passato, di questa arroganza e delirio
di potere, non è tanto nel popolo incredulo, quanto
nei suoi maestri e guide.
Ma ciò non fa venir meno le
responsabilità individuali.
Il convincimento della propria
superiorità razziale basata sul patto con Dio, è un
luogo comune tra gli israeliti di Samaria, di
Giudea, di Galilea, della diaspora o presunta tale,
cui sono educati sin da piccoli e che diventa, man
mano che crescono a contatto esclusivo con i loro
rabbini askenazi, un convincimento intrinseco alla
propria natura sionista.
Un aberrazione difficile
da comprendere per l'europeo comune e che non ci
viene mai posta in chiara evidenza dal popolo eletto
sionista.
Il perchè è evidente: balzerebbe
subito all'occhio l'incongruenza tra il proprio
razzismo casalingo e le prediche antidiscriminatorie
in casa altrui.
Le eccezioni in casa askenazi
non mancano, ma sono solo appunto
eccezioni, che confermano comunque la regola.
Peccato veramente
che i fratelli maggiori abbiano perso la seconda
puntata del Libro, nella quale è spiegato a chiare
lettere che l'elezione è soprattutto nello spirito,
e dove è svelata l'identità dell'assassino, del
"mentitore ed omicida sin dall'inizio".
Difficile oltretutto comprendere, per
un ebreo-sionista educato nelle scuole talmudiche,
che il Messia non sarà un generale d'armata con
pistola alla cintola, ma che è già stato tra noi ed
è entrato trionfalmente in Gerusalemme un paio di
millenni fa, ma a dorso d'asino.
Un peccato questa ostinazione a non
voler prendere in considerazione almeno alcuni dei
reali motivi della loro elezione: conservare e
custodire la legge, per accogliere il Messia in una
famiglia già pronta a riceverlo e riconoscerlo, a
vantaggio e per la salvezza di tutti gli uomini di
buona volontà.
Faciliterebbero la vita a tutti. Per
ora la stanno rendendo impossibile a molti.
Filippo Fortunato Pilato
(1)
=
Peres,
il cui vero nome è Szymon Perski , nato a
Vishniova , Bielorussia , nel 1923...alla metà
degli anni 50 introdusse l'armamento nucleare in
Medio Oriente... Reattore di Dimona...lo scopo
esplicito di sviluppare un arsenale di bombe e
testate nucleari...A seguito dell'occupazione della
West Bank, Peres sostenne entusiaticamente una
estremamente aggressiva campagna di colonizzatori
ebraici Talmudisti, nota come Gush Emunim, per
conquistare terra palestinese al fine di realizzare
colonie per soli Ebrei. Lo scopo di questo esproprio
di terra su larga scala era duplice: primo,
costruire una colonia ebraica nei pressi di
qualunque villaggio o città araba, così che i coloni
messianici potessero molestare i Palestinesi nativi
per costringerli a lasciare le proprie terre, e, in
secondo luogo, per creare "fatti" irreversibili
nella West Bank così da rendere impossibile per ogni
futuro governo di Israele la ritirata dal territorio
occupato...La criminalità e crudeltà di Peres
raggiunse nuovi picchi nel 1969, quando come Primo
Ministro ordinò all'esercito d'Israele...di
bombardare i caschi blu dell'ONU nel villaggio di
Qana, dove centinaia di civili libanesi avevano
cercato rifugio dal bombardamento indiscriminato da
parte di Israele di villaggi libanesi nel sud del
Libano. Il bombardamento, durante il quale si usò
l'artiglieria pesante, uccise almeno 101 bambini e
donne e ferì e mutilò molti altri. Gli schermi TV
di tutto il mondo, con la probabile eccezione dei
media USA sotto controllo sionista, mostrarono
raccapriccianti e fantasmagoriche immagini di
bambini decapitati ed altri innocenti civili fatti a
pezzi. Funzionari ONU testimoniarono all'epoca che
lo spietato bombardamento era stato attuato
consapevolmente e deliberatamente, dato che il sito
era stato delimitato e marcato assai chiaramente.
Inoltre, un più ampio rapporto rilasciato più tardi
dal quartier generale dell'ONU a New York rese assai
chiaro che il "bombardamento era un atto
deliberato". Al solito, Israele ed il suo angelo
custode, gli USA, respinsero il rapporto, insistendo
che la pornografica atrocità era un "effetto
collaterale" dovuta ad un "errore". E' interessante
come fino ad oggi né il governo israeliano né Mister
Pace (Shimon Peres) abbiano mai chiesto scusa per
il massacro di Qana. Lungi dallo scusarsi,
l'esercito israeliano ha compiuto un altro massacro
a Kfar Qana lo scorso anno durante la sua campagna
genocida contro il Libano, che ha visto gettare 3-4
milioni di granate da bombe a frammentazione per
tutta la nazione (quasi ogni giorno un agricoltore,
un bambino, o un pastore libanese rimane ucciso o
mutilato dagli ordigni esplosivi)...Nelle sue
frequenti apparizioni tv, Peres difendeva ogni
crimine israeliano nella West Bank, nella Striscia
di Gaza e nel Sud del Libano...Peres , che condivise
il Premio Nobel per la pace con Yitzhak Rabin e
Yasser Arafat nel 1995, grazie alla degenerazione
morale che sta erodendo il nostro mondo, ha difeso
il Muro di Separazione, che serve ad acquisire terra
ed è costruito su terra rubata palestinese nella
West Bank. Ha difeso la politica d'Israele di
esecuzioni extragiudiziali degli attivisti
palestinesi e la spregevole pratica di sterminare le
famiglie intere dei politici palestinesi e degli
attivisti della resistenza, come le famiglie Abu
Queik, Khail e Hayya...Sfortunatamente...dopo ogni
atrocità su bambini palestinesi e libanesi, Peres
dichiarava che "la pace è dietro l'angolo solo se e
quando gli Arabi impareranno ad amare i loro bambini
più di quanto odiano gli Ebrei"...Questa capziosità
è una continuazione del'infame dichiarazione di
Golda Meir secondo cui noi "Ebrei possiamo perdonare
gli Arabi per aver ucciso i nostri bambini, ma non
li perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere
i loro"...Be', tutti i criminali e i perpetratori di
omicidi di massa cercano di coprire i propri
crimini...In breve, Peres...Presidente di Israele,
succedendo a Moshe Katsav, è un rifinito criminale
di guerra ed un assassino di bambini. Il fatto che
riscuota rispetto, e probabilmente una certa
ammirazione nel mondo, non cambia questo fatto.
(Khalid Amayreh, 14 Giugno 2007,
giornalista palestinese e commentatore indipendente
che vive a Gerusalemme-Est - fonte
integrale su
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=2982
)
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