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BOCCHE SCUCITE 48

 

Anno II, Comunicato n. 1, del 3GENNAIO 2008

 

 

BOCCHE SCUCITE

voci dalla Palestina occupata 

 

Quindicinale di controinformazione

numero 48 – 1 gennaio 2008

 

FELICE 2008!  “SARA' L'ANNO DELLA PACE!”

 

Ce lo ricordiamo bene. Questo è stato sbandierato come il successo di Annapolis: il nuovo anno sarà quello decisivo. Entro i prossimi dodici mesi il conflitto si risolve, terrorismo palestinese permettendo.“It's time for peace!” Parola di Bush, Olmert e Abu Mazen. Ma il 2008 non ha nemmeno compiuto i suoi primi passi e già la più ipocrita smentita è stata riconosciuta pubblicamente da Israele. No, non faremo mai la pace se questo significa interrompere la colonizzazione della Cisgiordania o fermare le operazioni militari che arrestano e massacrano i palestinesi. Il TG3 -dalla solitaria voce, coraggiosa ed encomiabile di Lucia Goracci- ha dato più volte la sconcertante notizia che è stata il motivo del fallimento del vertice del 27 dicembre tra Olmert-Abu Mazen: Israele ha confermato senza alcuna vergogna due decisioni che apparivano immediatamente smentibili. E invece ecco la conferma: Sì, è vero, continueremo a costruire altre 750 abitazioni illegali sia a Maaleh Adumim sia a Har Homa. Non ci fermerà nessuno. E se Hamas (dopo aver dimostrato di rispettare la tregua che ha interrotto la stragi dei kamikaze) ora ci propone un'altra tregua, beh, a noi proprio non interessa rinunciare adesso alla violenza. Occupazione e colonizzazione? avanti tutta! Finchè gli Usa tacciono noi continuiamo tranquilli a rubare terra e risorse col muro mentre l'assedio di Gaza ridurrà allo stremo questi benedetti palestinesi. (approfondisci in HANNO DETTO, IN BREVE e ABBIAMO LETTO). Il giorno dopo, visto che questo ennesimo incontro avrebbe dovuto “rilanciare i colloqui di pace” in 24 ore ci sono stati 24 morti e solo nella nottata di giovedì l'aviazione israeliana ha compiuto tre raid nella Striscia di Gaza.

 

Buon 2008! Sarà l'anno della pace e delle buone notizie.

 

Ci pensa Tony Blair ad inaugurare l'anno della pace a Parigi di fronte ai Paesi occidentali “donatori” (ma perchè al dono in denaro non aggiungono mai anche il regalo sempre più indispensabile di una denuncia dell'occupazione, come quella della Croce Rossa che leggerete in LENTE D'INGRANDIMENTO?). L'invito di Blair è di unirci tutti nell'ultima avventura “per sostenere la fragile economia palestinese e aiutare Israele e Palestina a lavorare insieme” (che nobili propositi!). La novità si chiama il “Corridoio per la pace e la prosperità”. E' un progetto in cerca di adesioni europee per legalizzare tutte le colonie che sottraggono l'intera Valle del Giordano ai palestinesi, rendendoli sempre più dipendenti economicamente dall'occupante. Con gli internazionali di Pax Christi eravamo il 25 ottobre negli uffici di Al-Haq a Ramallah e una giovane avvocata ci aveva chiesto di diffondere in Italia questo drammatico appello: uniamoci per fermare Israele dal piano di espropriazione di tutta la Valle del Giordano. La forza di questa ulteriore morsa nel regime di occupazione sta nel presentare il piano addirittura come un esempio di “sviluppo” economico e di “convivenza tra israeliani e palestinesi”! Un'agenzia giapponese ha studiato come sfruttare la fertilissima area agro-industriale sottraendo la coltivazione ai singoli agricoltori palestinesi e affidandola a grosse imprese agro-industriali sotto controllo israeliano. Se realizzato, il progetto renderà automaticamente legali tutte le colonie compresa un'enorme autostrada solo per israeliani, prevedendo che ai manovali palestinesi resti solo la soddisfazione di diventare forza-lavoro a servizio di chi occuperà ormai totalmente la loro terra...

Ma se faticano a passare nei media le notizie più grondanti di sangue (per sottolineare che Annapolis non ha fermato nemmeno uno degli arresti, ferimenti, uccisioni e distruzioni quotidiane) chi volete che scriva un pezzo sul “Corridoio per la pace” o sul pianificato annientamento di un'economia già distrutta! Chi parla più del furto, da parte d'Israele e Gran Bretagna, degli immensi giacimenti di gas scoperti nel mare prospiciente la Striscia di Gaza? 40 miliardi di metri cubi risolleverebbero i Territori Occupati, ma il massimo impegno del Quartetto sembra invece quello di accelerare l'embargo totale che sta portando un milione e mezzo da persone ad affrontare una catastrofe umanitaria.

IN QUESTO NUMERO, come sempre, lo spazio non ci basta, perchè sono milioni  le bocchescucite che cercano disperatamente una finestra da cui gridare la propria sofferenza e uno straccio di organo d'informazione disposto ad aprire gli occhi sulla realtà. Un gruppo di italiani ci ha scritto in questi giorni dalla Palestina perchè “è sempre più urgente una campagna nazionale per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi. Solo nel 2007 sono morti 5 palestinesi, prigionieri nelle carcere israeliane. I prigionieri inizieranno uno sciopero della fame per protestare per esempio contro la morte di Fadi che aveva 21 anni ed era di Qabatia, un villaggio vicino a Jenin. Fadi è morto il 28 Dicembre 2007.  Luisa Morgantini ha incontrato a Ramallah Eyad Sarray e altre personalità di Gaza per la campagna “End the siege” (stop all'assedio http://www.end-gaza-siege.ps/ ) e hanno deciso una Giornata di mobilitazione internazionale probabilmente il 26 gennaio.

Davvero non possiamo più basarci solo sulle “notizie” dei nostri media (vedi in ABBIAMO LETTO un acuto monitoraggio del Corriere della Sera) perchè altrimenti i nostri auguri di buon anno dimenticherebbero la vita e le aspirazioni di troppe persone, di Fadi ucciso in prigione e di Ramzi fermato a Gaza per il suo violino terrorista, di Bakri sotto processo per il suo film (vedi in APPELLI), di Mohammed e di Salh, di tutte le donne e gli uomini a cui la Croce Rossa scuce la bocca con il documento eccezionale che pubblichiamo, di tutti quelli che hanno iniziato il 2008 augurandosi davvero che per la lotta condivisa e la denuncia più convinta, il nuovo anno possa prospettarci giorni di pace.

don Nandino

nandyno@libero.it

 

 

PREREQUISITI  PER  LA  PACE

di Mustafa Barghouthi

 

Come persona che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due Stati e la lotta nonviolenta per i diritti dei Palestinesi, guardo alla recente Conferenza tenutasi di Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume di speranza.

Sette anni senza negoziati –e un numero crescente di insediamenti israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete intricata di blocchi stradali e check-point che impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve essere attuato non solo per concludere un accordo entro il 2008 ma anche per porre fine all'occupazione di Israele.

I Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni livello del governo.

Dobbiamo liberarci della falsa dicotomia tra Fatah e Hamas. Queste non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni, offre un'alternativa puntando su elezioni democratiche, su un governo trasparente e sulla costruzione delle istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un'unica strategia che si confronti con l'attuale occupazione militare e la confisca della nostra terra e delle nostre risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone disabili.

 

La Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli appelli della popolazione palestinese per la possibilità di partecipare nella creazione di uno stato indipendente, fattibile, democratico e prosperoso che garantisca sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una vita dignitosa per i suoi cittadini.

 

Il fermo impegno del nostro movimento per la democrazia e la non violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre manifestazioni pacifiche contro il muro dell'Apartheid israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta popolare – e per questo di successo- di Bili'in, villaggio della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in altre città e villaggi della Cisgiordania.  Ma la piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo merita, non può fiorire sotto i presupposti dell'occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato quest'anno quando il governo era incapace di pagare i suoi lavoratori dopo che Israele   ha trattenuto centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano all'Autorità Palestinese.

 

Inoltre, troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno sofferto e sono morti a causa della persistenza dell'occupazione militare delle nostre terre da parte di Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e separano dalla West Bank. Il numero delle colonie israeliane nella West Bank, inclusa l'occupata Gerusalemme Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi, Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la "road map" per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare ogni attività degli insediamenti.

Siamo consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei nell'Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i Palestinesi sono quelli che soffrono di più.

I palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede. Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per loro niente di più di quello che spetta loro secondo il diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per arrivare a questi diritti inalienabili.

Abbiamo fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che fatto il nostro compromesso storico con Israele. Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno scheletro di stato. E uno stato insensato e vuoto non è la base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità. Uno stato richiede libertà di movimento e una libera economia. Uno stato richiede un governo democraticamente eletto che possa governare indipendentemente, senza interferenze da parte di Israele.

Annapolis ha rappresentato un'opportunità – forse l'ultima prima che la possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro, quando finirà la sua brutale occupazione militare dei territori palestinesi conquistati nel 1967, quando riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d'accordo nel condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero essere costretti a chiedere uguali diritti all'interno di uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione di due stati. 

La domanda di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.

 

(Mustafa Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex Ministro dell'Informazione, ha fondato organizzazioni che assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. La sua mail è mustafa@hdip.org.)

da Daily News -  12.12.2007

traduzione dall'inglese a cura ufficio Segreteria di Luisa Morgantini

 

 

 

LA COLONIZZAZIONE UCCIDE LE SPERANZE

La denuncia del segretario del Comitato esecutivo dell’Olp

 

 

«Una cosa deve essere chiara a tutti: proseguendo la sua politica di colonizzazione, Israele si assume la responsabilità di decretare il fallimento di Annapolis». Ad affermarlo è una delle figure di primo piano della leadership palestinese: Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo dell’Olp. Assieme all’ex premier Abu Ala, Rabbo è stato incaricato dal presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) di condurre i negoziati diretti con la delegazione israeliana, guidata dalla ministra degli Esteri Tzipi Livni. La richiesta «non negoziabile» avanzata dalla rappresentanza palestinese è chiara: «Chiediamo - afferma Rabbo - il congelamento totale delle attività di insediamento sulle terre palestinesi, in Cisgiordania e a Gerusalemme».

Il governo israeliano ha ufficializzato l’intenzione di costruire nel 2008 altre 750 unità abitative nel rione di Har Homa, a sud di Gerusalemme, e nella città-colonia di Maaleh Adumim, fra Gerusalemme e Gerico. Qual è in merito la posizione palestinese?

«Si tratta di una decisione grave, inaccettabile. Proseguendo su questa strada, Israele si assume la responsabilità di vanificare gli sforzi compiuti nelle recenti Conferenze internazionali di Annapolis e Parigi di rilanciare il processo di pace».

Qual è il segno politicamente più grave dal punto di vista palestinese, insito nei nuovi progetti edilizi annunciati dal governo israeliano?

«Non è credibile parlare di negoziato e poi proseguire nella politica dei fatti compiuti. Questa doppiezza porta inevitabilmente ad una rottura. L’unilateralismo uccide il dialogo. Il primo ministro israeliano ripete di essere disposto a discutere senza pregiudiziali sullo status di Gerusalemme, intanto però porta avanti sul terreno il disegno della "Grande Gerusalemme" ebraica. Ciò è inaccettabile, pericoloso, e a sostenerlo non siamo solo noi palestinesi ma anche gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia, in una parola tutti i protagonisti della Conferenza di Annapolis».

Israele ribatte che Har Homa è parte integrante della Gerusalemme ebraica.

«Questa è una valutazione unilaterale, contraddetta dalle risoluzioni Onu che riguardano i territori occupati. Jebel Abu Ghneim (Har Homa per gli israeliani, ndr.) è parte di Gerusalemme Est che Israele ha annesso dopo la guerra dei Sei giorni (1967) e dichiarato unilateralmente sua capitale. Per quanto ci riguarda, riteniamo che Gerusalemme possa e debba essere capitale condivisa di due Stati. Su questo è possibile aprire un serio negoziato, che per essere tale non può prevedere forzature unilaterali come quelle che Israele sta mettendo in atto. Di certo, nessun leader palestinese, neanche il più disponibile al compromesso, potrà mai sottoscrivere un accordo di pace che non preveda Gerusalemme Est capitale dello Stato di Palestina».

Le speranze suscitate dalla Conferenza di Annapolis appartengono già al libro dei fallimenti?

«Il fallimento di Annapolis aprirebbe prospettive devastanti non solo in Palestina ma nell’intero Medio Oriente. Noi non vogliamo questo. Ma Israele?». (tratto da L'Unità)

 

 

 

Croce Rossa. Rapporto dicembre 2007

 DIGNITA' NEGATA NEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

 

La Croce rossa come organizzazione neutrale, difficilmente fa ricorso ad appelli “politici”, limitandosi ai resoconti sulle zone di conflitto in cui opera. A motivare il cambio di rotta – come spiegano gli stessi responsabili – sarebbe la situazione stessa di Gaza e Cisgiordania, divenuta talmente spaventosa da richiedere interventi che vanno al di là dell’aiuto umanitario. Ecco la loro denuncia precisa e autorevole.

 

 

Essere palestinesi significa affrontare una miriade di limiti

ad ogni momento della vita quotidiana.

Ci ostacolano il cammino in qualsiasi campo:

perdiamo il lavoro, non possiamo viaggiare liberamente,

siamo divisi dalle nostre famiglie.

Essere palestinesi significa non avere il diritto a tante cose

che per chiunque altro nel mondo sono cose del tutto semplici.

Mohammed di Gerusalemme                                                                                      

 

In tutti i Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza che in Cisgiordania, i palestinesi  quotidianamente debbono lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale  della maggior parte della gente. Sul piano umano i territori palestinesi sono inabissati in una crisi profonda. Milioni di persone si trovano prive della loro dignità. Non ogni tanto ma ogni giorno.

Per i palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né spiegazione. Vivono in un clima  arbitrario adattandosi costantemente a delle circostanze sulle quali non possono agire e che riducono sempre di più la sfera delle loro possibilità.

Nel 2006 il muro in Cisgiordania divideva il villaggio di Abu Dis, dove vivono 30.000 persone, in due parti, separando le famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu Dis una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere la loro attività.

 

Intrappolati nella striscia di Gaza

 

“Anche dopo il ritiro non ci hanno lasciati in pace,

tornano spesso a radere le nostre terre,

strappare i nostri alberi o a distruggere le nostre case.

Inoltre è solo quando ti hanno sparato che capisci che sei nella zona cuscinetto”

Saleh, agricoltore di Gaza

 

Mentre la striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente. I primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni, raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La popolazione civile è presa in trappola senza possibilità di scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri costanti fra gli stessi palestinesi.Da quando sono cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È diventato praticamente impossibile andare a studiare o a farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele o all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di  interventi critici. Ma a volte anche essi non sono autorizzati a partire.Da quando Israele si è unilateralmente ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza, ha però progressivamente stabilito delle zone cuscinetto lungo la recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano sul territorio della Striscia, gia di suo esiguo e sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla popolazione. L’estensione per niente definita di queste zone cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle terre agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si avvicini troppo. In effetti, accade spesso che gli abitanti di Gaza rimangono uccisi, feriti o vengono arrestati quando si trovano nelle vicinanze della recinzione. L’equipe della CICR attraversa a piedi il valico di Erez per evacuare dalla Striscia di Gaza verso Israele, dove l’aspetta un’ambulanza, un palestinese rimasto ferito. Giugno 2007.

 

Abbastanza per sopravvivere ma non abbastanza per vivere

“È molto difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad esempio, gli antibiotici.

I cereali sono esauriti del tutto dal mercato,

mentre il latte in polvere per i bambini è difficile trovarlo

e anche quando si trova, costa troppo

perché le famiglie possano acquistarlo.”

Dottor Salah,farmacista a Gaza.

 

Le preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli scaffali dei commercianti si svuotano a causa dell’embargo. I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco di merce che entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei generi alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in questi ultimi 4 mesi perché gli stock diminuiscono e i negozi non vengono mai riforniti.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale circa 80.000 palestinesi hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo crescere una percentuale di disoccupazione già alto: circa il 40% della popolazione attiva è attualmente senza occupazione.

Molte industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il loro personale perché il 95% della produzione locale dipende dall’importazione delle materie prime provenienti da Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che considera “beni esenziali” -fondamentalmente generi alimentari di base - mentre altri articoli indispensabili al funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle infrastrutture non possono  entrare nella Striscia di Gaza.

 

Diminuzione della produzione agricola

 

“All’inizio mi hanno espropriato alcuni terreni per costruire la strada,

dopo ne hanno presi altri per fare una zona di sicurezza

lungo la strada che hanno costruito.

Alla fine hanno distrutto la mia casa perché dicevano

che era troppo vicina alla zona di sicurezza.

Ed oggi sono tornati per radere al suolo tutto,

non mi rimane nulla”

Abdul.

 

Gaza.Gli agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un passato recente le loro terre erano verdi e fertili. Le abbondanti raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo le ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle loro terre sono state rase e gli alberi sradicati.

Circa 5000 produttori agricoli che campavano con le loro famiglie grazie all’esportazione di pomodori, fragole e garofani, hanno visto le vendite crollare - una perdita del 100% .

La raccolta di queste colture importanti è incominciata a giugno, ma a causa dell’embargo sulle esportazioni, i prodotti marciscono nei container bloccati nei punti di passaggio. Donna cerca i suoi effetti personali fra le macerie della sua casa distrutta dall’esercito israeliano in seguito ad un’incursione a Gaza. Settembre 2007.

 

“Non sappiamo come andrà a finire.

Gli ospedali combattono per avere delle riserve sufficienti

in materia di combustibile,

se questi mancano si comincerà a risparmiare

sulla biancheria degli ospedali

poi dopo sulla apparecchiatura medica,

e questo non sarà che l’inizio di una terribile fine”

Abu Hassan, Gaza.

 

Le infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua non trattata delle fogne si sono rotte inondando un villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone, ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora nessuna ristrutturazione importante è stato possibile effettuare a causa della scarsità dei fondi e delle restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei pezzi di ricambio.

Il funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o di depurazione delle acque usate dipendono nel loro funzionamento dal collegamento alle centrali elettriche se quest’ultimi non riescono a fornire energia, tutti i servizi essenziali ne saranno colpiti.

Da quando la centrale elettrica di Gaza è stata largamente distrutta dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non funziona che a metà rispetto alla sua reale capacità. L’approvvigionamento di elettricità nella Striscia di Gaza è molto precario nonché debole e dipendente da risorse esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per soddisfare i bisogni della popolazione.

Perciò, le infrastrutture essenziali come gli ospedali o i sistemi d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto di dover contare su dei generatori di sicurezza è molto rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle importazioni impediscono la consegna di carburante e dei pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali rischia di crollare completamente.

 

Una vita di restrizioni in Cisgiordania

 

“Prima lavoravo al mercato di Nablus.

Ma dal 2002 a causa della chiusura completa della città,

sono dovuto andare ad installare il mio chiosco a Beita,

a 12 chilometri da casa mia.

Con i check point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro

quindi sono dovuto andare ad abitare a Beita

e torno a trovare la mia famiglia solo il mercoledì

quando il mercato è chiuso. I miei figli mi mancano.”

Murad, distretto di Nablus

 

“Siamo stati svegliati dalle fiamme, siamo corsi fuori

e abbiamo visto bruciare i nostri olivi.

I vigili del fuoco non potevano arrivare nei campi

perché i check point erano chiusi.

I nostri campi sono dietro al muro di Cisgiordania

e noi non possiamo accederci tutti i giorni per curarli meglio.

Quella mattina non potevamo spegnere le fiamme

perché i punti di passaggio erano sbarrati.”

Agricoltore di Beitunia, Distretto di Ramallah.

 

 

In Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre che erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie.

Da quando è stato costruito il muro di Cisgiordania, muro che penetra profondamente nel territorio palestinese, delle grandi distese di terre coltivabili sono diventate inaccessibile ai loro coltivatori. Il muro separa molti villaggi dalle loro terre. L’estate scorsa gli agricoltori hanno assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano accedere a quella zona perché in quel momento non era previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi avevano impegnato più di 50 anni per raggiungere la dimensione del momento in cui bruciavano. Due generazioni di fatica e di sudore perse in una sola notte.

Per ottenere i permessi che gli consentono ad accedere alle sue terre, un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una burocrazia assurda dove gli si chiede di presentare tutta una serie di documenti attestando la sua residenza e il fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede l’accesso.

La maggior parte degli agricoltori passano interminabili ore negli uffici dell’amministrazione civile israeliana per cercare di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe che un membro della famiglia del richiedente fosse stato nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.

 

Divieto di accesso.

 

In Cisgiordania, diversi strade che legano villaggi palestinesi a città vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento, fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una separazione fra i villaggi e le città, fra le comunità e i distretti.

Gli abitanti di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli israeliani che possono usare delle strade perfettamente asfaltate, costruite su terre palestinesi, collegando le colonie fra loro e assicurando un confortevole collegamento con Tel Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a visitare un amico o un parente devono utilizzare delle strade sterrate facendo delle deviazioni assurde.

A Nablus, città nel nord della Cisgiordania, una volta prospera, i suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo due strade per uscire della città. Non hanno il diritto di guidare le loro auto verso sud e per poterci andare devono per forza prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro risorse  economiche gia terribilmente limitate.

 

Intimidazioni dei coloni

 

“Ho dovuto costruire un’altissima recinzione attorno a casa mia

per proteggere i miei bambini,

perché quando loro giocavano fuori

i coloni gli tiravano delle pietre.

Ci tirano le pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle nostre terre”

Anwar, di Hébron

 

I palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non solo sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche spesso aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di aggressioni di cui è vittima la popolazione civile palestinese è in crescendo. Le informazioni che il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha potuto ottenere, indicano che il numero delle aggressioni è cresciuto più del triplo negli ultimi cinque anni; di contro la polizia raramente indaga seriamente su questi fatti e nella maggior parte dei casi conclude con la consueta formula “i colpevoli non sono stati identificati.”

 

Un appello per una vita dignitosa

 

Giorno dopo giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità dei palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli Israeliani.

Le misure di sicurezza estremamente eccessive presi da Israele hanno un costo molto alto dal punto di vista umanitario, lasciando a coloro che vivono sotto occupazione solo il giusto per sopravvivere ma nulla con cui vivere una vita normale e dignitosa.

Israele ha il diritto di proteggere la propria popolazione civile. Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della misura fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai avuto questo senso della misura.

1,4 milioni di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di elettricità e di combustibile non fa che aggravare ancora di più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai principi umanitari fondamentali.

In Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la perdita di vaste distese di terra e d’importanti rendite, senza parlare della violenza dei coloni. Le massacranti restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al lavoro e causano dei livelli di disoccupazione e di povertà senza precedenti.

Solo un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga occupazione e magari assicurare al popolo palestinese la riconquista di una vita economica e sociale normale e consentirgli di vivere nella dignità.

 

Fonte http://www.hawiyya.org

Traduzione italiana di Rabii El gamrani

 

 

PALESTINA, LONTANA E SOLA

 

Di quella del presepio più lontana

la Palestina d’oggi è triste e sola,

la sua ferita antica non risana,

né speranza di pace la consola.

 

Occupata ormai da quarant’anni,

senza libertà, cinta di un Muro,

di povertà crescente veste i panni,

sotto dominio altrui sempre più duro.

 

Chi va a Betlemme con il suo pensiero

la notte di Natale con letizia,

non scordi il grido d’un popol intero,

che invoca pace ma nella giustizia.

 

Luigi Fioravanti

 

CESSATE IL FUOCO!

 

Hamas propone un reciproco cessate-il-fuoco:

l'interruzione del lancio di kassam palestinesi

e l'interruzione di incursioni e assassinii israeliani.

 

Gli esperti della sicurezza israeliana

sono favorevoli ad accettare questa offerta

ma non hanno osato alzate la voce.

 

Il sistema di sicurezza

non vuole fermarsi.

Come sempre.

 

Olmert ha risposto:

“Non c'è niente da dire”.

 

Questo è un crimine contro la popolazione di Sderot,

un crimine contro gli abitanti di Gaza,

un crimine contro noi tutti.

 

Lui non ha niente da dire

ma ci sarebbe qualcuno con cui parlare!

 

QUALCHE SETTIMANA DOPO...

 

Qualche settimana dopo Annapolis:

A Khan-Yunis i carri armati sparano e distruggono.

A Gaza la gente cavalca gli asini perchè non c'è più benzina.

A Har -Homa centinaia di nuove unità abitative

vengono aggiunte agli insediamenti.

Ma non preoccupatevi: presto Bush verrà in Israele

e avremo un' altra foto-ricordo.

 

Gush Shalom

 

 

QUELLO CHE IL CORRIERE NON DICE

(e i lettori non devono sapere)

 

Dopo lunghi giorni di silenzio, il Corriere della Sera non può più tacere la gravissima decisione di costruire ancora più di 700 case nelle colonie con l'effetto evidente di smentire clamorosamente gli impegni di Annapolis. Ecco cosa scrive Giuliano Gallo il 24 dicembre:

 

Israele non ferma le colonie - nuove case a Gerusalemme est.

Annapolis, con il suo carico di speranze, sembra già lontana. Costruiremo nuove case a Gerusalemme est, annuncia il governo israeliano nel presentare la manovra finanziaria per il 2008. Ad Har Homa, nella parte annessa da Israele dopo la guerra del 67, verranno costruiti 500 appartamenti e altri 240 nell'insediamento di Maaleh Adumim, alle porte della città, dove alla fine dovranno vivere 30mila israeliani, a prescindere dai risultati finali degli accordi con i palestinesi. (...)

 

Finalmente il Corriere dà la notizia, ma non mancano le “imprecisioni”:

- "ad Har Homa, nella parte annessa da israele": questa cosiddetta "parte" è stata "annessa" ILLEGALMENTE. (vedi Risoluzioni ONU 476 e 478. Tale annessione unilaterale è ricordata (e condannata) da altre Risoluzioni ONU che definiscono tale zona, sempre e comunque, "territorio occupato";

- "dovranno vivere 30mila israeliani": gli abitanti delle colonie lo sappiamo logicamente che sono israeliani, ma secondo il diritto internazionale sono anche COLONI.

- "a prescindere dai risultati finali degli accordi": è un modo di riferire della colonizzazione che non rende affatto chiara la situazione sul terreno e l'impatto della stessa sulla vita di milioni di palestinesi. A tal proposito vi consiglio il sito israeliano www.btselem.org

 

(...) “il ministro per gli affari di Gerusalemme, Rafi Eitan, risponde "che non abbiamo mai promesso che non continueremo a costruire ad Har Homa, che è parte integrante di Gerusalemme".

 

Il cronista riporta le parole di un ministro il cui governo attua politiche di annessione unilaterale e colonizzazione illegale senza la minima critica o spunto di riflessione così da lasciare il lettore nella confusione totale, anche perchè, come sempre, il Diritto Internazionale resta un fantasma...

 

(...) “l'ipotesi avanzata da Hamas di una tregua senza condizioni è stata respinta con decisione dal primo ministro israeliano Ehud Olmert: "Israele non ha nessuna intenzione a negoziare con elementi che non riconoscono le condizioni del quartetto - ha scandito all'inizio della rituale riunione di gabinetto del sabato -: ossia il riconoscimento di Israele, il ripudio della violenza e l'impegno vincolante degli accordi sottoscritti dall'autorità nazionale palestinese". (...)

 

Nel quartetto compare l'ONU, che ha avuto molto da dire (e da scrivere) sul comportamento di Israele, ma questo non è degno di nota. Davvero grottesco riportare la richiesta di rispettare accordi da parte di Israele, quando poco prima il cronista fa notare che Israele ha intenzione di costruire nuove case "a prescindere dai risultati finali degli accordi con i palestinesi". la confusione aumenta. La politica dei 2 pesi e 2 misure è all'apice.

 

(...) “un'emergenza che continua e che sta esasperando sempre più la popolazione: case distrutte, bambini traumatizzati, una crisi economica che ha messo in ginocchio tutta la zona”.

 

Che forte! Qui sta parlando della Striscia di Gaza, vero? E invece NO. Descrive Sderot.

 

  

(...)“un'emergenza che il governo si prepara ad affrontare anche con un sistema di difesa attivo, oltre che con le rappresaglie dopo ogni lancio: oggi l'unico debole schermo di protezione è costituito dai palloni aerostatici dotati di telecamere, che però garantiscono un preallarme di appena 15 secondi. Sabato il consiglio dei ministri ha approvato il progetto per la costruzione di un sistema di missili in grado di intercettare i qassam e i colpi di mortaio. il progetto costerà 811 milioni di shekel (144 milioni di euro), sarà però in grado di funzionare non prima di 2 anni e mezzo”.

 

- "oltre che con le rappresaglie dopo ogni lancio": eppure, se avete letto il Corriere nei giorni scorsi, i lanci avvenivano dopo le incursioni israeliane ...ma forse sono solo punti di vista ... 

- "il progetto per la costruzione di un sistema di missili": mentre in Cisgiordania continua la costruzione dell'illegale muro, per difendere Sderot e zone limitrofe, Israele si appresta a perfezionare tale sistema di intercettazione. L'industria militare gongola. E' un'industria che sta aumentando a dismisura i profitti. (vi consiglio la lettura dell'ultimo libro di Naomi Klein in proposito).

Concludendo la lettura del nostro articolo, naturalmente di occupazione militare non c'è traccia, come neppure dell'accerchiamento in armi della Striscia di Gaza, ormai alla fame. Forse i 144 milioni di euro si potrebbero impiegare diversamente... Ma questa è un'altra storia.

 

(tratto dal periodico prezioso monitoraggio di Renzo)

 

   
Il regista di JENIN JENIN sotto processo da Israele. A rischio la libertà di pensiero e di critica. Solidarietà a Mohammad BAKRI.

 

APPELLO AL MONDO DELL'ARTE

 

il campo profughi di Jenin ospita 14.000 rifugiati palestinesi. Subito dopo l’incursione lanciata il 3 aprile 2002 dall’esercito israeliano («su una scala senza precedenti», per citare un rapporto di Human Rights Watch) con lo scopo ufficiale di catturare o uccidere militanti palestinesi responsabili di attacchi suicidi, il regista e attore Mohammad Bakri girò al suo interno Jenin Jenin. Il film, che mostra soprattutto gli effetti degli attacchi aerei sulle abitazioni civili ed interviste alla popolazione del campo, fu inizialmente bandito in Israele e successivamente autorizzato dall’Alta Corte Israeliana. Tale autorizzazione tuttavia ha permesso solo quattro proiezioni pubbliche a Tel Aviv e Gerusalemme. Bakri è nel frattempo finito sotto processo, accusato da cinque soldati di vilipendio delle forze armate israeliane. Qualora dovesse perdere la causa, dovrebbe pagare l’equivalente di 500.000 euro.

Per chi ha visto il film, le accuse rivolte a Bakri sembrano essere pretestuose, non solo perché l’esercito israeliano in quell’occasione ha commesso contro la popolazione civile «violazioni di leggi umanitarie internazionali, ed alcune di tali violazioni sono equiparabili a veri e propri crimini di guerra» (dal già citato rapporto di HRW), ma anche perché siamo di fronte al rischio concreto che la vicenda di Jenin Jenin e del suo autore, divenga una forma di "attacco preventivo" al diritto di informazione ed espressione artistica in Israele, un attacco rivolto a "futura memoria”. Uno dei messaggi che potrebbero essere veicolati da un eventuale condanna di Bakri in questo processo è che, all’interno di Israele, il racconto dei fatti relativi al conflitto e di tutte le loro versioni possibili sia precluso e da precludere a un cittadino israeliano di origine palestinese, oltre che ai palestinesi stessi, come numerose voci critiche israeliane (sia ebree che palestinesi) stanno faticosamente denunciando da tempo.

Per questi motivi desidereremmo far giungere a Mohammad Bakri il nostro appoggio solidale, ma soprattutto, per i medesimi motivi, riteniamo fondamentale che i mezzi di comunicazione europei e la pubblica opinione possano seguire gli sviluppi e le implicazioni del processo. Anche a questo scopo tra il 28 gennaio ed il 1 febbraio 2008, in coincidenza con la riapertura del processo, verranno organizzate, simultaneamente in diverse città italiane, proiezioni pubbliche del film.

venerdì 28 dicembre 2007

 

TUTTI POSSIAMO COLLABORARE raccogliendo adesioni di artisti del cinema o organizzando una proiezione del film nella propria città, comunque contattando i promotori dell'Appello:

 

            INFO : http://ilpessottimista.blogspot.com/


 

Per maggiori informazioni su "Bocche Scucite", visita questo gruppo all'indirizzo

http://groups.google.com/group/bocchescucite?hl=it
 

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