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Quindicinale di
controinformazione
numero 48 – 1 gennaio
2008 |
FELICE
2008! “SARA' L'ANNO DELLA PACE!”
Ce lo
ricordiamo bene. Questo è stato sbandierato come il
successo di Annapolis: il nuovo anno sarà quello decisivo.
Entro i prossimi dodici mesi il conflitto si risolve,
terrorismo palestinese permettendo.“It's time for
peace!” Parola di Bush, Olmert e Abu Mazen. Ma
il 2008 non ha nemmeno compiuto i suoi primi passi e già
la più ipocrita smentita è stata riconosciuta
pubblicamente da Israele. No, non faremo mai la pace se
questo significa interrompere la colonizzazione della
Cisgiordania o fermare le operazioni militari che
arrestano e massacrano i palestinesi. Il TG3 -dalla
solitaria voce, coraggiosa ed encomiabile di Lucia
Goracci- ha dato più volte la sconcertante notizia che è
stata il motivo del fallimento del vertice del 27 dicembre
tra Olmert-Abu Mazen: Israele ha confermato senza alcuna
vergogna due decisioni che apparivano immediatamente
smentibili. E invece ecco la conferma: Sì, è vero,
continueremo a costruire altre 750 abitazioni illegali sia
a Maaleh Adumim sia a Har Homa. Non ci fermerà nessuno. E
se Hamas (dopo aver dimostrato di rispettare la tregua che
ha interrotto la stragi dei kamikaze) ora ci propone
un'altra tregua, beh, a noi proprio non interessa
rinunciare adesso alla violenza. Occupazione e
colonizzazione? avanti tutta! Finchè gli Usa tacciono noi
continuiamo tranquilli a rubare terra e risorse col muro
mentre l'assedio di Gaza ridurrà allo stremo questi
benedetti palestinesi. (approfondisci in HANNO DETTO,
IN BREVE e ABBIAMO LETTO). Il giorno dopo, visto che
questo ennesimo incontro avrebbe dovuto “rilanciare i
colloqui di pace” in 24 ore ci sono stati 24 morti e solo
nella nottata di giovedì l'aviazione israeliana ha
compiuto tre raid nella Striscia di Gaza.
Buon 2008!
Sarà l'anno della pace e delle buone notizie.
Ci
pensa Tony Blair ad inaugurare l'anno della pace a Parigi
di fronte ai Paesi occidentali “donatori” (ma perchè al
dono in denaro non aggiungono mai anche il regalo sempre
più indispensabile di una denuncia dell'occupazione, come
quella della Croce Rossa che leggerete in LENTE
D'INGRANDIMENTO?). L'invito di Blair è di unirci tutti
nell'ultima avventura “per sostenere la fragile
economia palestinese e aiutare Israele e Palestina a
lavorare insieme” (che nobili propositi!). La novità
si chiama il “Corridoio per la pace e la prosperità”.
E' un progetto in cerca di adesioni europee per
legalizzare tutte le colonie che sottraggono l'intera
Valle del Giordano ai palestinesi, rendendoli sempre più
dipendenti economicamente dall'occupante. Con gli
internazionali di Pax Christi eravamo il 25 ottobre negli
uffici di Al-Haq a Ramallah e una giovane avvocata ci
aveva chiesto di diffondere in Italia questo drammatico
appello: uniamoci per fermare
Israele dal piano di espropriazione di tutta la Valle del
Giordano. La forza di questa ulteriore morsa nel regime di
occupazione sta nel presentare il piano addirittura come
un esempio di “sviluppo” economico e di “convivenza tra
israeliani e palestinesi”! Un'agenzia giapponese ha
studiato come sfruttare la fertilissima area
agro-industriale sottraendo la coltivazione ai singoli
agricoltori palestinesi e affidandola a grosse imprese
agro-industriali sotto controllo israeliano. Se
realizzato, il progetto renderà automaticamente legali
tutte le colonie compresa un'enorme autostrada solo per
israeliani, prevedendo che ai manovali palestinesi resti
solo la soddisfazione di diventare forza-lavoro a servizio
di chi occuperà ormai totalmente la loro terra...
Ma se
faticano a passare nei media le notizie più grondanti di
sangue (per sottolineare che Annapolis non ha fermato
nemmeno uno degli arresti, ferimenti, uccisioni e
distruzioni quotidiane) chi volete che scriva un pezzo sul
“Corridoio per la pace” o sul pianificato annientamento di
un'economia già distrutta! Chi parla più del furto, da
parte d'Israele e Gran Bretagna, degli immensi giacimenti
di gas scoperti nel mare prospiciente la Striscia di Gaza?
40 miliardi di metri cubi risolleverebbero i Territori
Occupati, ma il massimo impegno del Quartetto sembra
invece quello di accelerare l'embargo totale che sta
portando un milione e mezzo da persone ad affrontare una
catastrofe umanitaria.
IN
QUESTO NUMERO, come sempre, lo spazio non ci basta, perchè
sono milioni le bocchescucite che cercano disperatamente
una finestra da cui gridare la propria sofferenza e uno
straccio di organo d'informazione disposto ad aprire gli
occhi sulla realtà. Un gruppo di italiani ci ha scritto in
questi giorni dalla Palestina perchè “è sempre più
urgente una campagna nazionale per la liberazione dei
prigionieri politici palestinesi. Solo nel 2007 sono morti
5 palestinesi, prigionieri nelle carcere israeliane. I
prigionieri inizieranno uno sciopero della fame per
protestare per esempio contro la morte di Fadi che aveva
21 anni ed era di Qabatia, un villaggio vicino a
Jenin. Fadi è morto il 28 Dicembre 2007. Luisa Morgantini
ha incontrato a Ramallah Eyad Sarray e altre personalità
di Gaza per la campagna “End the siege” (stop
all'assedio
http://www.end-gaza-siege.ps/
) e hanno deciso una Giornata di mobilitazione
internazionale probabilmente il 26 gennaio.
Davvero non
possiamo più basarci solo sulle “notizie” dei nostri media
(vedi in ABBIAMO LETTO un acuto monitoraggio del Corriere
della Sera) perchè altrimenti i nostri auguri di buon anno
dimenticherebbero la vita e le aspirazioni di troppe
persone, di Fadi ucciso in prigione e di Ramzi fermato a
Gaza per il suo violino terrorista, di Bakri sotto
processo per il suo film (vedi in APPELLI), di Mohammed e
di Salh, di tutte le donne e gli uomini a cui la Croce
Rossa scuce la bocca con il documento eccezionale che
pubblichiamo, di tutti quelli che hanno iniziato il 2008
augurandosi davvero che per la lotta condivisa e la
denuncia più convinta, il nuovo anno possa prospettarci
giorni di pace.
don Nandino
nandyno@libero.it
PREREQUISITI PER LA PACE
di
Mustafa Barghouthi
Come persona
che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due
Stati e la lotta nonviolenta per i diritti dei
Palestinesi, guardo alla recente Conferenza tenutasi di
Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume
di speranza.
Sette anni
senza negoziati –e un numero crescente di insediamenti
israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete
intricata di blocchi stradali e check-point che
impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati
alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve
essere attuato non solo per concludere un accordo entro il
2008 ma anche per porre fine all'occupazione di Israele.
I
Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni
interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per
sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in
questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni
livello del governo.
Dobbiamo
liberarci della falsa dicotomia tra Fatah e Hamas. Queste
non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la
Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni,
offre un'alternativa puntando su elezioni democratiche, su
un governo trasparente e sulla costruzione delle
istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di
coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un'unica
strategia che si confronti con l'attuale occupazione
militare e la confisca della nostra terra e delle nostre
risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti
nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia
sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli
emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone
disabili.
La
Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli
appelli della popolazione palestinese per la possibilità
di partecipare nella creazione di uno stato indipendente,
fattibile, democratico e prosperoso che garantisca
sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una
vita dignitosa per i suoi cittadini.
Il fermo
impegno del nostro movimento per la democrazia e la non
violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre
manifestazioni pacifiche contro il muro dell'Apartheid
israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta
popolare – e per questo di successo- di Bili'in, villaggio
della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua
terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con
il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in
altre città e villaggi della Cisgiordania. Ma la piena
democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo
merita, non può fiorire sotto i presupposti
dell'occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato
quest'anno quando il governo era incapace di pagare i suoi
lavoratori dopo che Israele ha trattenuto centinaia di
milioni di dollari in tasse che appartenevano all'Autorità
Palestinese.
Inoltre,
troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno
sofferto e sono morti a causa della persistenza
dell'occupazione militare delle nostre terre da parte di
Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo
continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra
sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare
Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e
separano dalla West Bank. Il numero delle colonie
israeliane nella West Bank, inclusa l'occupata Gerusalemme
Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando
furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi,
Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la "road map"
per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare
ogni attività degli insediamenti.
Siamo
consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini
Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei
nell'Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele
ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i
Palestinesi sono quelli che soffrono di più.
I
palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede.
Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti
del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per
loro niente di più di quello che spetta loro secondo il
diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per
arrivare a questi diritti inalienabili.
Abbiamo
fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di
stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a
Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è
approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite
ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che
fatto il nostro compromesso storico con Israele.
Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno
scheletro di stato. E uno stato insensato e vuoto non è la
base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo
di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità.
Uno stato richiede libertà di movimento e una libera
economia. Uno stato richiede un governo democraticamente
eletto che possa governare indipendentemente, senza
interferenze da parte di Israele.
Annapolis ha
rappresentato un'opportunità – forse l'ultima prima che la
possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il
popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando
Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro,
quando finirà la sua brutale occupazione militare dei
territori palestinesi conquistati nel 1967, quando
riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d'accordo nel
condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli
Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse
impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero
essere costretti a chiedere uguali diritti all'interno di
uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione
di due stati.
La domanda
di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo
trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari
dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione
basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.
(Mustafa
Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex
Ministro dell'Informazione, ha fondato organizzazioni che
assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. La sua mail
è mustafa@hdip.org.)
da Daily
News - 12.12.2007
traduzione
dall'inglese a cura ufficio Segreteria di Luisa Morgantini
LA
COLONIZZAZIONE UCCIDE LE SPERANZE
La denuncia del segretario
del Comitato esecutivo dell’Olp

«Una cosa
deve essere chiara a tutti: proseguendo la sua politica di
colonizzazione, Israele si assume la responsabilità di
decretare il fallimento di Annapolis». Ad affermarlo è una
delle figure di primo piano della leadership palestinese:
Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo
dell’Olp. Assieme all’ex premier Abu Ala, Rabbo è stato
incaricato dal presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) di
condurre i negoziati diretti con la delegazione
israeliana, guidata dalla ministra degli Esteri Tzipi
Livni. La richiesta «non negoziabile» avanzata dalla
rappresentanza palestinese è chiara: «Chiediamo - afferma
Rabbo - il congelamento totale delle attività di
insediamento sulle terre palestinesi, in Cisgiordania e a
Gerusalemme».
Il governo
israeliano ha ufficializzato l’intenzione di costruire nel
2008 altre 750 unità abitative nel rione di Har Homa, a
sud di Gerusalemme, e nella città-colonia di Maaleh
Adumim, fra Gerusalemme e Gerico. Qual è in merito la
posizione palestinese?
«Si tratta
di una decisione grave, inaccettabile. Proseguendo su
questa strada, Israele si assume la responsabilità di
vanificare gli sforzi compiuti nelle recenti Conferenze
internazionali di Annapolis e Parigi di rilanciare il
processo di pace».
Qual è il
segno politicamente più grave dal punto di vista
palestinese, insito nei nuovi progetti edilizi annunciati
dal governo israeliano?
«Non è
credibile parlare di negoziato e poi proseguire nella
politica dei fatti compiuti. Questa doppiezza porta
inevitabilmente ad una rottura. L’unilateralismo uccide il
dialogo. Il primo ministro israeliano ripete di essere
disposto a discutere senza pregiudiziali sullo status di
Gerusalemme, intanto però porta avanti sul terreno il
disegno della "Grande Gerusalemme" ebraica. Ciò è
inaccettabile, pericoloso, e a sostenerlo non siamo solo
noi palestinesi ma anche gli Stati Uniti, l’Unione
Europea, la Russia, in una parola tutti i protagonisti
della Conferenza di Annapolis».
Israele
ribatte che Har Homa è parte integrante della Gerusalemme
ebraica.
«Questa è
una valutazione unilaterale, contraddetta dalle
risoluzioni Onu che riguardano i territori occupati. Jebel
Abu Ghneim (Har Homa per gli israeliani, ndr.) è parte di
Gerusalemme Est che Israele ha annesso dopo la guerra dei
Sei giorni (1967) e dichiarato unilateralmente sua
capitale. Per quanto ci riguarda, riteniamo che
Gerusalemme possa e debba essere capitale condivisa di due
Stati. Su questo è possibile aprire un serio negoziato,
che per essere tale non può prevedere forzature
unilaterali come quelle che Israele sta mettendo in atto.
Di certo, nessun leader palestinese, neanche il più
disponibile al compromesso, potrà mai sottoscrivere un
accordo di pace che non preveda Gerusalemme Est capitale
dello Stato di Palestina».
Le speranze
suscitate dalla Conferenza di Annapolis appartengono già
al libro dei fallimenti?
«Il
fallimento di Annapolis aprirebbe prospettive devastanti
non solo in Palestina ma nell’intero Medio Oriente. Noi
non vogliamo questo. Ma Israele?». (tratto da L'Unità)
Croce Rossa. Rapporto
dicembre 2007
DIGNITA' NEGATA NEI
TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI
La
Croce rossa come organizzazione neutrale, difficilmente fa
ricorso ad appelli “politici”, limitandosi ai resoconti
sulle zone di conflitto in cui opera. A motivare il cambio
di rotta – come spiegano gli stessi responsabili – sarebbe
la situazione stessa di Gaza e Cisgiordania, divenuta
talmente spaventosa da richiedere interventi che vanno al
di là dell’aiuto umanitario. Ecco la loro denuncia precisa
e autorevole.
Essere
palestinesi significa affrontare una miriade di limiti
ad ogni
momento della vita quotidiana.
Ci
ostacolano il cammino in qualsiasi campo:
perdiamo il
lavoro, non possiamo viaggiare liberamente,
siamo divisi
dalle nostre famiglie.
Essere
palestinesi significa non avere il diritto a tante cose
che per
chiunque altro nel mondo sono cose del tutto semplici.
Mohammed di Gerusalemme
In tutti i
Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza che in
Cisgiordania, i palestinesi quotidianamente debbono
lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò
che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale
della maggior parte della gente. Sul piano umano i
territori palestinesi sono inabissati in una crisi
profonda. Milioni di persone si trovano prive della loro
dignità. Non ogni tanto ma ogni giorno.
Per i
palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono
cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né
spiegazione. Vivono in un clima arbitrario adattandosi
costantemente a delle circostanze sulle quali non possono
agire e che riducono sempre di più la sfera delle loro
possibilità.
Nel 2006 il
muro in Cisgiordania divideva il villaggio di Abu Dis,
dove vivono 30.000 persone, in due parti, separando le
famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu Dis
una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada
fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata
chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere
la loro attività.
Intrappolati
nella striscia di Gaza
“Anche dopo
il ritiro non ci hanno lasciati in pace,
tornano
spesso a radere le nostre terre,
strappare i
nostri alberi o a distruggere le nostre case.
Inoltre è
solo quando ti hanno sparato che capisci che sei nella
zona cuscinetto”
Saleh,
agricoltore di Gaza
Mentre la
striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i
militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente.
I primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso
Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni,
raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La
popolazione civile è presa in trappola senza possibilità
di scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri
costanti fra gli stessi palestinesi.Da quando sono
cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie
affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla
parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono
chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È
diventato praticamente impossibile andare a studiare o a
farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele
o all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di
interventi critici. Ma a volte anche essi non sono
autorizzati a partire.Da quando Israele si è
unilateralmente ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza,
ha però progressivamente stabilito delle zone cuscinetto
lungo la recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano
sul territorio della Striscia, gia di suo esiguo e
sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla
popolazione. L’estensione per niente definita di queste
zone cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle
terre agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si
avvicini troppo. In effetti, accade spesso che gli
abitanti di Gaza rimangono uccisi, feriti o vengono
arrestati quando si trovano nelle vicinanze della
recinzione. L’equipe della CICR attraversa a piedi il
valico di Erez per evacuare dalla Striscia di Gaza verso
Israele, dove l’aspetta un’ambulanza, un palestinese
rimasto ferito. Giugno 2007.
Abbastanza
per sopravvivere ma non abbastanza per vivere
“È molto
difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad
esempio, gli antibiotici.
I cereali
sono esauriti del tutto dal mercato,
mentre il
latte in polvere per i bambini è difficile trovarlo
e anche
quando si trova, costa troppo
perché le
famiglie possano acquistarlo.”
Dottor
Salah,farmacista a Gaza.
Le
preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli
scaffali dei commercianti si svuotano a causa
dell’embargo. I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco
di merce che entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei
generi alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in
questi ultimi 4 mesi perché gli stock diminuiscono e i
negozi non vengono mai riforniti.
Secondo il
Programma Alimentare Mondiale circa 80.000 palestinesi
hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo crescere una
percentuale di disoccupazione già alto: circa il 40% della
popolazione attiva è attualmente senza occupazione.
Molte
industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il
loro personale perché il 95% della produzione locale
dipende dall’importazione delle materie prime provenienti
da Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che
considera “beni esenziali” -fondamentalmente generi
alimentari di base - mentre altri articoli indispensabili
al funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle
infrastrutture non possono entrare nella Striscia di
Gaza.
Diminuzione
della produzione agricola
“All’inizio
mi hanno espropriato alcuni terreni per costruire la
strada,
dopo ne
hanno presi altri per fare una zona di sicurezza
lungo la
strada che hanno costruito.
Alla fine
hanno distrutto la mia casa perché dicevano
che era
troppo vicina alla zona di sicurezza.
Ed oggi sono
tornati per radere al suolo tutto,
non mi
rimane nulla”
Abdul.
Gaza.Gli
agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un passato
recente le loro terre erano verdi e fertili. Le abbondanti
raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate
all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo
le ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle
loro terre sono state rase e gli alberi sradicati.
Circa 5000
produttori agricoli che campavano con le loro famiglie
grazie all’esportazione di pomodori, fragole e garofani,
hanno visto le vendite crollare - una perdita del 100% .
La raccolta
di queste colture importanti è incominciata a giugno, ma a
causa dell’embargo sulle esportazioni, i prodotti
marciscono nei container bloccati nei punti di passaggio.
Donna cerca i suoi effetti personali fra le macerie della
sua casa distrutta dall’esercito israeliano in seguito ad
un’incursione a Gaza. Settembre 2007.
“Non
sappiamo come andrà a finire.
Gli ospedali
combattono per avere delle riserve sufficienti
in materia
di combustibile,
se questi
mancano si comincerà a risparmiare
sulla
biancheria degli ospedali
poi dopo
sulla apparecchiatura medica,
e questo non
sarà che l’inizio di una terribile fine”
Abu Hassan,
Gaza.
Le
infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato
precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un
bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua
non trattata delle fogne si sono rotte inondando un
villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone,
ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora
nessuna ristrutturazione importante è stato possibile
effettuare a causa della scarsità dei fondi e delle
restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei
pezzi di ricambio.
Il
funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le
infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o di
depurazione delle acque usate dipendono nel loro
funzionamento dal collegamento alle centrali elettriche se
quest’ultimi non riescono a fornire energia, tutti i
servizi essenziali ne saranno colpiti.
Da quando la
centrale elettrica di Gaza è stata largamente distrutta
dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non funziona
che a metà rispetto alla sua reale capacità.
L’approvvigionamento di elettricità nella Striscia di Gaza
è molto precario nonché debole e dipendente da risorse
esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per
soddisfare i bisogni della popolazione.
Perciò, le
infrastrutture essenziali come gli ospedali o i sistemi
d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono
costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto
di dover contare su dei generatori di sicurezza è molto
rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al
carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle
spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle
importazioni impediscono la consegna di carburante e dei
pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali
rischia di crollare completamente.
Una vita di
restrizioni in Cisgiordania
“Prima
lavoravo al mercato di Nablus.
Ma dal 2002
a causa della chiusura completa della città,
sono dovuto
andare ad installare il mio chiosco a Beita,
a 12
chilometri da casa mia.
Con i check
point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro
quindi sono
dovuto andare ad abitare a Beita
e torno a
trovare la mia famiglia solo il mercoledì
quando il
mercato è chiuso. I miei figli mi mancano.”
Murad,
distretto di Nablus
“Siamo stati svegliati dalle
fiamme, siamo corsi fuori
e abbiamo visto bruciare i
nostri olivi.
I vigili del fuoco non
potevano arrivare nei campi
perché i check point erano
chiusi.
I nostri campi sono dietro
al muro di Cisgiordania
e noi non possiamo accederci
tutti i giorni per curarli meglio.
Quella mattina non potevamo
spegnere le fiamme
perché i punti di passaggio
erano sbarrati.”
Agricoltore di Beitunia,
Distretto di Ramallah.
In
Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano
umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca
delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade
israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre
che erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie.
Da quando è
stato costruito il muro di Cisgiordania, muro che penetra
profondamente nel territorio palestinese, delle grandi
distese di terre coltivabili sono diventate inaccessibile
ai loro coltivatori. Il muro separa molti villaggi dalle
loro terre. L’estate scorsa gli agricoltori hanno
assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano
separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano
accedere a quella zona perché in quel momento non era
previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non
avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi
avevano impegnato più di 50 anni per raggiungere la
dimensione del momento in cui bruciavano. Due generazioni
di fatica e di sudore perse in una sola notte.
Per ottenere
i permessi che gli consentono ad accedere alle sue terre,
un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una
burocrazia assurda dove gli si chiede di presentare tutta
una serie di documenti attestando la sua residenza e il
fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede
l’accesso.
La maggior
parte degli agricoltori passano interminabili ore negli
uffici dell’amministrazione civile israeliana per cercare
di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi
rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe
che un membro della famiglia del richiedente fosse stato
nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.
Divieto di
accesso.
In Cisgiordania,
diversi strade che legano villaggi palestinesi a città
vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento,
fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli
separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse
d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una
separazione fra i villaggi e le città, fra le comunità e i
distretti.
Gli abitanti
di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli israeliani
che possono usare delle strade perfettamente asfaltate,
costruite su terre palestinesi, collegando le colonie fra
loro e assicurando un confortevole collegamento con Tel
Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter
raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli
ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a
visitare un amico o un parente devono utilizzare delle
strade sterrate facendo delle deviazioni assurde.
A Nablus,
città nel nord della Cisgiordania, una volta prospera, i
suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo due strade
per uscire della città. Non hanno il diritto di guidare le
loro auto verso sud e per poterci andare devono per forza
prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro risorse
economiche gia terribilmente limitate.
Intimidazioni dei coloni
“Ho dovuto
costruire un’altissima recinzione attorno a casa mia
per
proteggere i miei bambini,
perché
quando loro giocavano fuori
i coloni gli
tiravano delle pietre.
Ci tirano le
pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle nostre
terre”
Anwar, di
Hébron
I
palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non
solo sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche
spesso aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di
aggressioni di cui è vittima la popolazione civile
palestinese è in crescendo. Le informazioni che il
Comitato Internazionale della Croce Rossa ha potuto
ottenere, indicano che il numero delle aggressioni è
cresciuto più del triplo negli ultimi cinque anni; di
contro la polizia raramente indaga seriamente su questi
fatti e nella maggior parte dei casi conclude con la
consueta formula “i colpevoli non sono stati
identificati.”
Un appello
per una vita dignitosa
Giorno dopo
giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità dei
palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli Israeliani.
Le misure di
sicurezza estremamente eccessive presi da Israele hanno un
costo molto alto dal punto di vista umanitario, lasciando
a coloro che vivono sotto occupazione solo il giusto per
sopravvivere ma nulla con cui vivere una vita normale e
dignitosa.
Israele ha
il diritto di proteggere la propria popolazione civile.
Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della misura
fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la
protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che
vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai
avuto questo senso della misura.
1,4 milioni
di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza
continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di
sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni
economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di
elettricità e di combustibile non fa che aggravare ancora
di più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai
principi umanitari fondamentali.
In
Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti
gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la
perdita di vaste distese di terra e d’importanti rendite,
senza parlare della violenza dei coloni. Le massacranti
restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al
lavoro e causano dei livelli di disoccupazione e di
povertà senza precedenti.
Solo
un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa
potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga
occupazione e magari assicurare al popolo palestinese la
riconquista di una vita economica e sociale normale e
consentirgli di vivere nella dignità.
Fonte http://www.hawiyya.org
Traduzione italiana di Rabii El gamrani
PALESTINA, LONTANA E SOLA
Di quella
del presepio più lontana
la Palestina
d’oggi è triste e sola,
la sua
ferita antica non risana,
né speranza
di pace la consola.
Occupata
ormai da quarant’anni,
senza
libertà, cinta di un Muro,
di povertà
crescente veste i panni,
sotto
dominio altrui sempre più duro.
Chi va a
Betlemme con il suo pensiero
la notte di
Natale con letizia,
non scordi
il grido d’un popol intero,
che invoca
pace ma nella giustizia.
Luigi
Fioravanti
CESSATE IL FUOCO!
Hamas propone un reciproco
cessate-il-fuoco:
l'interruzione del lancio di
kassam palestinesi
e l'interruzione di
incursioni e assassinii israeliani.
Gli esperti della sicurezza
israeliana
sono favorevoli ad accettare
questa offerta
ma non hanno osato alzate la
voce.
Il sistema di sicurezza
non vuole fermarsi.
Come sempre.
Olmert ha risposto:
“Non c'è niente da dire”.
Questo è un crimine contro
la popolazione di Sderot,
un crimine contro gli
abitanti di Gaza,
un crimine contro noi tutti.
Lui non ha niente da dire
ma ci sarebbe qualcuno con
cui parlare!
QUALCHE SETTIMANA DOPO...
Qualche
settimana dopo Annapolis:
A Khan-Yunis
i carri armati sparano e distruggono.
A Gaza la
gente cavalca gli asini perchè non c'è più benzina.
A Har -Homa
centinaia di nuove unità abitative
vengono
aggiunte agli insediamenti.
Ma non
preoccupatevi: presto Bush verrà in Israele
e avremo un'
altra foto-ricordo.
Gush Shalom
QUELLO CHE IL CORRIERE NON
DICE
(e i lettori non devono
sapere)
Dopo lunghi
giorni di silenzio, il Corriere della Sera non può più
tacere la gravissima decisione di costruire ancora più di
700 case nelle colonie con l'effetto evidente di smentire
clamorosamente gli impegni di Annapolis. Ecco cosa scrive
Giuliano Gallo il 24 dicembre:
Israele non ferma le colonie - nuove case a Gerusalemme
est.
Annapolis, con il suo carico di speranze, sembra già
lontana.
Costruiremo nuove case a Gerusalemme est, annuncia il
governo israeliano nel presentare la manovra finanziaria
per il 2008. Ad Har Homa, nella parte annessa da Israele
dopo la guerra del 67, verranno costruiti 500 appartamenti
e altri 240 nell'insediamento di Maaleh Adumim, alle porte
della città, dove alla fine dovranno vivere 30mila
israeliani, a prescindere dai risultati finali degli
accordi con i palestinesi.
(...)
Finalmente
il Corriere dà la notizia, ma non mancano le
“imprecisioni”:
- "ad Har
Homa, nella parte annessa da israele": questa
cosiddetta "parte" è stata "annessa" ILLEGALMENTE. (vedi
Risoluzioni ONU 476 e 478. Tale annessione unilaterale è
ricordata (e condannata) da altre Risoluzioni ONU che
definiscono tale zona, sempre e comunque, "territorio
occupato";
- "dovranno
vivere 30mila israeliani": gli abitanti delle colonie
lo sappiamo logicamente che sono israeliani, ma secondo il
diritto internazionale sono anche COLONI.
- "a
prescindere dai risultati finali degli accordi": è un
modo di riferire della colonizzazione che non rende
affatto chiara la situazione sul terreno e l'impatto della
stessa sulla vita di milioni di palestinesi. A tal
proposito vi consiglio il sito israeliano
www.btselem.org
(...) “il
ministro per gli affari di Gerusalemme, Rafi Eitan,
risponde "che non abbiamo mai promesso che non
continueremo a costruire ad Har Homa, che è parte
integrante di Gerusalemme".
Il cronista
riporta le parole di un ministro il cui governo attua
politiche di annessione unilaterale e colonizzazione
illegale senza la minima critica o spunto di riflessione
così da lasciare il lettore nella confusione totale, anche
perchè, come sempre, il Diritto Internazionale resta un
fantasma...
(...)
“l'ipotesi avanzata da Hamas di una tregua senza
condizioni è stata respinta con decisione dal primo
ministro israeliano Ehud Olmert: "Israele non ha nessuna
intenzione a negoziare con elementi che non riconoscono le
condizioni del quartetto - ha scandito all'inizio della
rituale riunione di gabinetto del sabato -: ossia il
riconoscimento di Israele, il ripudio della violenza e
l'impegno vincolante degli accordi sottoscritti
dall'autorità nazionale palestinese". (...)
Nel
quartetto compare l'ONU, che ha avuto molto da dire (e da
scrivere) sul comportamento di Israele, ma questo non è
degno di nota. Davvero grottesco riportare la richiesta di
rispettare accordi da parte di Israele, quando poco prima
il cronista fa notare che Israele ha intenzione di
costruire nuove case "a prescindere dai risultati finali
degli accordi con i palestinesi". la confusione aumenta.
La politica dei 2 pesi e 2 misure è all'apice.
(...)
“un'emergenza che continua e che
sta esasperando sempre più la popolazione: case distrutte,
bambini traumatizzati, una crisi economica che ha messo in
ginocchio tutta la zona”.
Che forte!
Qui sta parlando della Striscia di Gaza, vero? E invece
NO. Descrive Sderot.
(...)“un'emergenza
che il governo si prepara ad affrontare anche con un
sistema di difesa attivo, oltre che con le rappresaglie
dopo ogni lancio: oggi l'unico debole schermo di
protezione è costituito dai palloni aerostatici dotati di
telecamere, che però garantiscono un preallarme di appena
15 secondi. Sabato il consiglio dei ministri ha approvato
il progetto per la costruzione di un sistema di missili in
grado di intercettare i qassam e i colpi di mortaio. il
progetto costerà 811 milioni di shekel (144 milioni di
euro), sarà però in grado di funzionare non prima di 2
anni e mezzo”.
- "oltre
che con le rappresaglie dopo ogni lancio": eppure, se
avete letto il Corriere nei giorni scorsi, i lanci
avvenivano dopo le incursioni israeliane ...ma forse sono
solo punti di vista ...
- "il
progetto per la costruzione di un sistema di missili":
mentre in Cisgiordania continua la costruzione
dell'illegale muro, per difendere Sderot e zone limitrofe,
Israele si appresta a perfezionare tale sistema di
intercettazione. L'industria militare gongola. E'
un'industria che sta aumentando a dismisura i profitti.
(vi consiglio la lettura dell'ultimo libro di Naomi Klein
in proposito).
Concludendo
la lettura del nostro articolo, naturalmente di
occupazione militare non c'è traccia, come neppure
dell'accerchiamento in armi della Striscia di Gaza, ormai
alla fame. Forse i 144 milioni di euro si potrebbero
impiegare diversamente... Ma questa è un'altra storia.
(tratto dal
periodico prezioso monitoraggio di Renzo)
Il regista di JENIN JENIN
sotto processo da Israele. A rischio la libertà di
pensiero e di critica. Solidarietà a Mohammad BAKRI.
APPELLO AL MONDO DELL'ARTE
il campo profughi di Jenin
ospita 14.000 rifugiati palestinesi. Subito dopo
l’incursione lanciata il 3 aprile 2002 dall’esercito
israeliano («su una scala senza precedenti», per citare un
rapporto di Human Rights Watch) con lo scopo ufficiale di
catturare o uccidere militanti palestinesi responsabili di
attacchi suicidi, il regista e attore Mohammad Bakri girò
al suo interno Jenin Jenin. Il film, che mostra
soprattutto gli effetti degli attacchi aerei sulle
abitazioni civili ed interviste alla popolazione del
campo, fu inizialmente bandito in Israele e
successivamente autorizzato dall’Alta Corte Israeliana.
Tale autorizzazione tuttavia ha permesso solo quattro
proiezioni pubbliche a Tel Aviv e Gerusalemme. Bakri è nel
frattempo finito sotto processo, accusato da cinque
soldati di vilipendio delle forze armate israeliane.
Qualora dovesse perdere la causa, dovrebbe pagare
l’equivalente di 500.000 euro.
Per chi ha visto il film, le
accuse rivolte a Bakri sembrano essere pretestuose, non
solo perché l’esercito israeliano in quell’occasione ha
commesso contro la popolazione civile «violazioni di leggi
umanitarie internazionali, ed alcune di tali violazioni
sono equiparabili a veri e propri crimini di guerra» (dal
già citato rapporto di HRW), ma anche perché siamo di
fronte al rischio concreto che la vicenda di Jenin Jenin e
del suo autore, divenga una forma di "attacco preventivo"
al diritto di informazione ed espressione artistica in
Israele, un attacco rivolto a "futura memoria”. Uno dei
messaggi che potrebbero essere veicolati da un eventuale
condanna di Bakri in questo processo è che, all’interno di
Israele, il racconto dei fatti relativi al conflitto e di
tutte le loro versioni possibili sia precluso e da
precludere a un cittadino israeliano di origine
palestinese, oltre che ai palestinesi stessi, come
numerose voci critiche israeliane (sia ebree che
palestinesi) stanno faticosamente denunciando da tempo.
Per questi motivi
desidereremmo far giungere a Mohammad Bakri il nostro
appoggio solidale, ma soprattutto, per i medesimi motivi,
riteniamo fondamentale che i mezzi di comunicazione
europei e la pubblica opinione possano seguire gli
sviluppi e le implicazioni del processo. Anche a questo
scopo tra il 28 gennaio ed il 1 febbraio 2008, in
coincidenza con la riapertura del processo, verranno
organizzate, simultaneamente in diverse città italiane,
proiezioni pubbliche del film.
venerdì 28 dicembre 2007
TUTTI POSSIAMO COLLABORARE
raccogliendo adesioni di artisti del cinema o organizzando
una proiezione del film nella propria città, comunque
contattando i promotori dell'Appello:
INFO :
http://ilpessottimista.blogspot.com/
Per maggiori informazioni su "Bocche Scucite", visita
questo gruppo all'indirizzo
http://groups.google.com/group/bocchescucite?hl=it