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Assedio su Gaza: quattro bambini
rischiano di morire per mancanza di cure mediche
Osservatorio Iraq

Quattro bambini rischiano di perdere la vita a causa
dell’assedio israeliano, che gli impedisce di lasciare
Gaza e di essere sottoposti a interventi chirurgici
d’urgenza. E intanto si aggrava la situazione umanitaria
nella Striscia
Osservatorio Iraq, 13 novembre 2008
Quattro bambini di età compresa tra i cinque mesi e i
tre anni, e mezzo e un ragazzo di 17 rischiano di
perdere la vita a causa dell’assedio israeliano, che gli
impedisce di lasciare Gaza e di essere sottoposti a
interventi chirurgici d’urgenza.
L’allarme viene da Amnesty International,
l’organizzazione internazionale per i diritti dell’uomo,
che nelle ultime ora ha lanciato
un appello rivolto alla comunità internazionale.
L’organizzazione si dice “seriamente preoccupata” per la
sorte di Ahmed Nahid Mohsin, Hamza Hassan Abu Habel,
Yousef Rami Abu Latifa, Nour Mohammed al-Jarou e
Mohammed Odeh Thabet, i quali soffrono di seri problemi
cardiaci, tra cui un difetto congenito meglio conosciuto
come "buco nel cuore".
“Tutti – continua il comunicato di Amnesty -
hanno urgente bisogno di un intervento chirurgico che
non può avere luogo a Gaza a causa della mancanza di
idonee strutture mediche e di specialisti. Gli
interventi potrebbero essere eseguiti in un ospedale
della zona est di Gerusalemme a solo un'ora di macchina
da Gaza, tuttavia le autorità israeliane si rifiutano di
concedere il permesso ai loro familiari per
accompagnarli”.
A Gerusalemme, presso l’ospedale Makassad, i cinque
minorenni palestinesi troverebbero un gruppo di
cardiologi italiani, arrivati lo scorso 6 novembre e in
grado di eseguire interventi cardiaci pediatrici.
“È fondamentale che i bambini possano raggiungere
l'ospedale di Gerusalemme in tempo per poter essere
operati durante la permanenza degli specialisti e,
affinché ciò sia possibile, ai loro genitori deve essere
concesso il permesso di accompagnarli”, afferma
Amnesty.
La vicenda dei cinque minorenni palestinesi non è nuova.
Sono tanti i malati gravi della Striscia che a causa
dell’assedio israeliano (iniziato nel giugno 2007 dopo
la presa del potere a Gaza da parte di Hamas) hanno
dovuto aspettato settimane o mesi prima di ottenere un
permesso di espatrio.
In caso di rifiuto da parte delle autorità israeliane
(in genere per “motivi di sicurezza”), ai pazienti
palestinesi non resta che affidarsi alle strutture
sanitarie della Striscia, carenti di personale
specializzato e di attrezzature adeguate.
Finora lo Stato ebraico non ha mutato la sua politica,
che nelle intenzioni di Tel Aviv dovrebbe colpire il
consenso di Hamas, ma che di fatto sta rendendo sempre
più dure le condizione della popolazione.
Eppure le denunce non mancano. “In base al diritto
internazionale – sostiene Amnesty - a Israele è
richiesto di garantire ai palestinesi di Gaza e
Cisgiordania lo stesso livello di prestazioni mediche e
trattamenti ospedalieri che vengono forniti ai cittadini
israeliani. Il blocco di Gaza e il rifiuto di concedere
ai pazienti il permesso di lasciare la Striscia di Gaza
per accedere alle necessarie cure mediche, costituiscono
una punizione collettiva in contrasto con il diritto
umanitario internazionale”.
Allarme umanitario
La situazione a Gaza è anche peggiorata nell’ultima
settimana, in seguito alla
recrudescenza delle violenze tra militari israeliani
e miliziani palestinesi lungo il confine della Striscia.
Per rispondere agli attacchi, Israele ha deciso di
imporre il
blocco totale sulle importazioni di cibo e
carburante (quest’ultimo parzialmente tolto in un
secondo momento).
Di fronte a questo stato di cose, l’Agenzia Onu di
sostegno ai profughi paelestinesi (Unrwa) ha avvertito
che entro poche ore finiranno le scorte di farina,
latte, carne e altri beni di prima necessità, e che
quindi verrà interrotta la distribuzione di cibo di cui
beneficiano circa 750mila persone, cioè la metà della
popolazione di Gaza.
"La popolazione di Gaza diventa di giorno in giorno più
frustrata e più disperata, ha dichiarato alla Bbc
il responsabile dell’Unrwa Cristopher Gunness,
secondo cui “far pressione sui rifugiati non è
nell’interesse della pace”.
Per Israele ha parlato il portavoce del governo Mark
Regev, sostenendo che tutto dipende dall’atteggiamento
di Hamas, la formazione islamica che controlla la
Striscia.
[c.m.m.]
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