|
|
|
.
ISCRIZIONE NEWSLETTER
Vuoi ricevere la nostra
Newsletter con articoli,
commenti, avvenimenti,
aggiornamenti,
appuntamenti
riguardanti la Terra
Santa ed il Medio
Oriente?
Iscriviti alla nostra
Newsletter "Notizie
dalla Terra Santa"
|
|
L’arsenale nucleare dello Stato ebraico
L’arsenale
nucleare dello Stato ebraico fu svelato con certezza al mondo
intero solo nel 1986, quando il tecnico nucleare israeliano
dissidente Mordechai Vanunu raccontò al «Sunday Times» di
Londra dell’esistenza di circa 200 testate atomiche in
Israele, fornendo prove fotografiche concernenti gli impianti
di produzione. Vanunu divenne all’istante il ricercato numero
uno da Tel Aviv, e in una sporca vicenda da film di spionaggio
su cui grava il sospetto della complicità del nostro Paese, il
tecnico fu irretito da una bella spia, attirato a Roma per poi
essere sequestrato dai Servizi segreti israeliani che lo
riportarono in patria. Fu condannato a diciotto anni di
carcere, di cui undici passati in isolamento, che sconterà
interamente per poi subire ulteriori vessazioni appena
liberato. Akiva Orr, l’ex partigiano d’Israele della guerra
del 1948 e oggi uno dei più sagaci e colti intellettuali
israeliani viventi, ha commentato nel corso di una nostra
recente conversazione l’odissea di Vanunu sottolineandone un
lato grottesco: «Il suo processo fu una farsa, perché Israele
non ha mai ammesso di avere armi nucleari e dunque Mordechai
fu condannato per aver rivelato un segreto che coloro che lo
hanno processato sostengono non esista neppure».
Dunque nel 1986 il mondo ebbe la certezza che Israele era a
tutti gli effetti una potenza nucleare, e gli Stati arabi
reagirono di conseguenza. Spiega Orr: «Quella data coincide
con l’accelerazione fra i Paesi arabi della gara per acquisire
armi di distruzione di massa, soprattutto biologiche e
chimiche, da contrapporre all’arsenale israeliano. Nacque così
la corsa agli armamenti non convenzionali nel Medioriente, per
colpa di Israele». Ma sempre secondo l’intellettuale ebreo, la
miopia di Ben Gurion finì per trasformare quello che secondo
le intenzioni dello statista doveva essere un deterrente
contro la minaccia di distruzione dello Stato d’Israele per
mano araba, nell’esatto contrario: «L’aver portato la
competizione al livello più alto, e cioè quello del confronto
atomico, ha paradossalmente indebolito il nostro Paese come
mai prima. Per comprenderlo basta un semplice ragionamento:
poniamo che Israele attacchi per primo l’Iran. Teheran avrebbe
sicuramente il tempo di reagire e di lanciare i suoi ordigni,
poiché la sua superficie è talmente vasta che è impossibile
neutralizzarlo in un colpo solo. Al contrario la superficie di
Israele è assai piccola ed è densamente popolato, in
particolare i due centri urbani di Tel Aviv e Haifa. Ciò
significa che in pratica può essere distrutto da appena due
bombe H, una su ciascun centro, poiché la loro devastazione
significherebbe l’annientamento dei gangli nevralgici della
nazione. Ammesso anche che Israele fosse poi in grado di
lanciare un secondo attacco, a che servirebbe visto che
sarebbe già sostanzialmente distrutto?». La conclusione di
Akiva Orr è che l’unica strada affidabile sarebbe un trattato
di denuclearizzazione di tutto il Medioriente iniziando
proprio dal disarmo di Israele. Ma sappiamo bene che gli Stati
Uniti hanno da tempo cessato di esercitare pressioni affinché
Tel Aviv firmi il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e
tacciono sull’opportunità che gli ispettori internazionali
visitino i suoi centri di ricerca atomica, in una palese e
ipocrita contraddizione con quanto invece hanno fatto nei
confronti dell’Iran o, ancor di più, dell’Iraq.
Teheran, come è ormai più che ovvio, altro non vuole se non
tutelarsi dal dilagante e unilaterale espansionismo militare
degli Stati Uniti e soprattutto dalla minaccia nucleare
originata da Israele nell’area mediorientale, e dunque l’unica
via per fermare gli Ayatollah sembra essere proprio quella
suggerita da Orr.
Una sorprendente conferma di queste tesi si trova in un
rapporto americano commissionato dal Pentagono nel 2005 e
intitolato Getting Ready for a Nuclear-Ready Iran, i cui
curatori sono gli strateghi Henry Sokolsky e Patrick Clawson,
che hanno lavorato sotto la supervisione del U.S. Army War
College’s Strategic Studies Institute.
Si tratta di pensatori di tendenza conservatrice, e nel caso
di Clawson decisamente pro-Israele essendo vicedirettore
dell’Institute for Near East Policy, una delle potenti lobby
di cui ho trattato in precedenza. Eppure persino questi falchi
americani sono giunti alla conclusione che «... se Israele
possiede un arsenale nucleare segreto, gli arabi penseranno
che sia giusto bilanciarlo con programmi di armamento atomico
segreti in Iran, in Arabia Saudita o in Egitto, e altri. È per
caso giusto che gli Stati Uniti e l’Europa pretendano che gli
Stati musulmani mediorientali frenino le loro “pacifiche”
ambizioni nucleari quando Israele stesso possiede la bomba e
pubblicamente sostiene che non arriverà secondo
nell’introdurre armi atomiche nella regione? Non avrebbe più
senso forzare Israele ad ammettere che possiede questi
armamenti nucleari e poi pretendere che vi rinunci nel
contesto di un negoziato di disarmo regionale?».
La proposta concreta di Sokolsky e Clawson è che «...Israele
dovrebbe annunciare che congelerà unilateralmente Dimona e che
porrà l’istallazione sotto la tutela della IAEA (Agenzia
Internazionale dell’Energia Atomica). Allo stesso tempo
dovrebbe annunciare che (in teoria) è pronto a smantellare
Dimona e a riporre il materiale nucleare che ha prodotto sotto
la supervisione di una potenza atomica di sua fiducia, come ad
esempio gli Stati Uniti. Ma questo secondo passo avrà una
condizione: che almeno due su tre nazioni mediorientali (es.
Algeria, Egitto o Iran) seguano Israele nel congelamento da
qui ai prossimi tre anni delle loro installazioni nucleari in
grado di produrre plutonio e uranio arricchito in quantità
sufficienti per una bomba».
Trovo rimarchevole che persino all’interno dell’establisbment
militare statunitense vi sia chi si è arreso di fronte
all’insostenibilità del nostro sistema di due pesi e due
misure applicato alla questione nucleare in Medioriente, ma
ancor più degno di nota è scoprire che tali posizioni erano
mainstream (dominanti) fra i conservatori americani già più di
quindici anni fa, quando il dibattito era ancora allo stadio
larvale. Lo dimostra un articolo pubblicato nell’estate del
1989 dall’autorevole «Foreign Affairs», un periodico organo
del Council On Foreign Relations di Washington, che si può
definire la regina incontrastata delle fondazioni dedite agli
studi di strategia internazionale in America e la cui opinione
è tradizionalmente considerata «il Verbo» alla Casa Bianca.
Gli autori, Gerard C. Smith e Helena Cobban, dopo aver
sottolineato che fra le nuove sfide poste al blocco
occidentale dal crollo dell’Impero sovietico vi era proprio
l’impegno a impedire una disordinata proliferazione nucleare,
si permettevano di criticare gli Stati Uniti perché «... hanno
frequentemente adottato un atteggiamento permissivo
soprattutto verso due jolly atomici come il Pakistan e
Israele...», una doppiezza morale che avrebbe potuto giocargli
un brutto scherzo in futuro, poiché «... il fatto che gli USA
chiudano un occhio quando ad acquisire armi nucleari sono i
suoi amici finirà per andare contro ai suoi interessi; e deve
assolutamente cessare».
Nonostante il fatto che queste lucide e autorevolissime
analisi abbiano da tempo smascherato l’ipocrisia del blocco
occidentale che fustiga selettivamente i trasgressori nucleari
mantenendo però un occhio di estremo riguardo solo per
l’illegalità di Israele (e di pochissimi altri), quando i
commentatori e gli esperti dell’area mediorientale vengono
posti di fronte a questo stato di cose di norma reagiscono con
una duplice argomentazione: e cioè che la condotta di Tel Aviv
è comunque giustificata sulla base del fatto che Israele è un
piccolo Stato assediato da regimi arabi che ancora oggi ne
cercano l’annientamento fisico, e dunque necessita di un forte
deterrente militare; in secondo luogo, Israele è in ogni caso
una democrazia per cui «ci si può fidare».
La risposta che smantella la prima tesi è semplice: si è già
visto che la dotazione atomica dello Stato ebraico non lo
protegge per nulla dall’annientamento nucleare, date le
minuscole dimensioni del suo territorio e la concentrazione
dei suoi gangli vitali in soli due centri abitati facilmente
devastabili; se ne deduce che essa risulta pressoché inutile.
Ma soprattutto è chiaro che un attacco atomico contro Israele
equivarrebbe a un attacco agli Stati Uniti d’America, con
conseguenze catastrofiche per chiunque lo tentasse. Questo gli
Stati arabi e islamici lo sanno perfettamente, e dunque è più
che improbabile che si lanceranno mai in una simile avventura.
La conferma di questa opinione mi viene direttamente da uno
dei più eminenti strateghi israeliani, il dottor Ephraim Kam,
direttore del Jaffe Center for Strategic Studies di Tel Aviv.
In una nostra recentissima conversazione Kam mi disse che «...
se Israele riuscirà a far prendere posizione agli Stati Uniti,
nel senso di una dichiarazione ufficiale che un attacco su Tel
Aviv equivarrebbe a un attacco su Washington, possiamo essere
certi che ciò sarebbe un forte deterrente per l’Iran. Ma sono
convinto che anche in assenza di una presa di posizione
americana esplicita, Teheran sappia benissimo che un attacco
contro di noi scatenerebbe la più devastante rappresaglia
americana, che li distruggerebbe del tutto». Credo he queste
parole tolgano ancor più ragion d’essere all’esistenza di un
arsenale atomico in Israele, in particolare, lo riordo, se si
considera che esso sta all’origine della pericolosa corsa agli
armamenti di distruzione di massa di molti altri Paesi
dell’area.
La risposta all’argomento che «ci si può fidare più di Israele
in quanto democrazia» piuttosto che degli Stati islamici
illiberali come l’Iran, è ancora più semplice: lo Stato
ebraico si è reso responsabile di aggressioni militari e di
atti di terrorismo di una ferocia sicuramente pari, se non
talvolta superiore, a quella mostrata dai cosiddetti Stati
Canaglia mediorientali, e che non di rado neppure l’intervento
degli Stati Uniti è riuscito a contenere, lungo una scia di
sangue impressionante. Per cui diviene chiaro a chiunque
approcci il tema con un minimo di imparzialità che la fiducia
che noi ricordiamo alla presunta moderatezza d’Israele (e che
chiediamo ai Paesi islamici) non ha alcuna base nei fatti
reali, ed è frutto solo di un’abitudine mentale che ci
caratterizza, poiché percepiamo il popolo ebraico come affine
ai nostri valori e cioè come «uno di noi». La bomba atomica
nelle mani di Israele è stata, e rimane, un pericolo per tutta
l’umanità.
Paolo Barnard
 |
|
|
|
|