Arrigo Levi, un anno dopo il disastro e
le carneficine compiute dalle milizie israeliane ai
danni del Libano e dei libanesi nell'agosto 2006, in un
interessante articolo.
Delle carneficine
compiute dal colonialismo sionista ovviamente non c'è
traccia e si capisce chiaramente che il "giorno della
memoria" vale solo per il "popolo eletto" e non per
tutti gli altri.
Israele, la pace si fa coi nemici
Arrigo Levi
La Stampa. 20/07/07
Nessuna vittoria in guerra,
insegnava Rabin, avrebbe mai potuto assicurare per
sempre la sopravvivenza dello Stato ebraico: ma solo la
pace. E la pace, come disse per primo Dayan, la si fa
con i nemici. Sperare contro ogni speranza. È lo slogan
che ha accompagnato per tutta una vita chi d’istinto
s’identifica anzitutto con le ragioni d’Israele, ma non
ha mai ignorato o dimenticato che il conflitto
israelo-palestinese è, più forse di ogni altro conflitto
storico, uno scontro fra due ragioni.
Chi, in un tempo pur lontano della propria vita, giudicò
che non valesse la pena di sopravvivere, per un ebreo
scampato alla Shoah, se non fosse sopravvissuto lo Stato
d’Israele appena allora creato, e che scelse quindi di
vivere, per un tempo pur limitato, una vita da
Israeliano in divisa in Israele in guerra, sa bene
quanto sia difficile esprimere giudizi o dare consigli
su quella che dovrebbe essere la politica del governo
israeliano, senza essere cittadino d’Israele. Come
giudicare da lontano quale sia la strada giusta da
seguire per vanificare le minacce, che non sono mai
cessate, al diritto d’Israele ad esistere, quando non è
la tua vita ad essere in giuoco?
Ma chi ha cara, ora come sessant’anni fa, la
sopravvivenza dello Stato ebraico, non può sottrarsi al
diritto di giudicare, di suggerire o anche, come una
volta mi è accaduto di argomentare in una «column» del
Times in polemica con un amico americano, di «criticare
Begin», se ciò ti sembra giusto nell’interesse
d’Israele. Venire meno a questo dovere, che tale è,
oltre che un diritto, sarebbe una colpa.
Sarebbe una colpa non smettere di interrogarsi su quale
sia la via migliore da seguire per assicurare il futuro
d’Israele. Ben sapendo che, alla fin fine, toccherà
ovviamente solo ai cittadini israeliani di fare le loro
scelte e che gli ebrei che hanno scelto, legittimamente,
di continuare a vivere nella diaspora hanno il diritto
di parola sulle decisioni d’Israele, ma debbono
esercitare questo diritto con prudenza e rispetto per
chi vede ogni giorno messa in dubbio la propria
esistenza, l’esistenza dello Stato ebraico. La prudenza
significa anche l’esercizio continuo e intenso della
pratica di un dialogo con gli antagonisti storici
d’Israele, con i nemici d’Israele, come contributo alla
ricerca della giusta via.
Prudenza, ancora oggi, nel giudicare la condizione
singolare in cui si trova Israele trovandosi di fronte
non una ma due Palestine e due governi palestinesi:
quello «moderato», disposto a riconoscere Israele, di
Ramallah e di Abu Mazen, e quello estremista di Gaza e
di Hamas, che ha troppe volte proclamato e praticato una
politica della violenza, del terrorismo, del rifiuto
d’Israele.
È una situazione singolare, ma non così priva di
precedenti, come sembrano pensare alcuni, che non hanno
forse seguito incessantemente e con la stessa passione
da più di mezzo secolo le dure vicende del conflitto
israelo-palestinese. Perché Israele ha sempre avuto di
fronte due Palestine, anzi due mondi arabi; ha sempre
dovuto sforzarsi di seguire una via capace di condurre
alla pace che non fosse la via della guerra, imposta,
subita, ma non ricercata; ha sempre dovuto sforzarsi di
frantumare il «fronte del no» e di far scaturire dal suo
interno personalità disposte a trattare. Perché,
insegnava Rabin, nessuna vittoria in guerra avrebbe mai
potuto assicurare per sempre la sopravvivenza dello
Stato ebraico: ma solo la pace. E la pace, come disse
per primo Dayan, la si fa con i nemici.
Di fronte al dibattito che si è oggi riacceso, in
Occidente e in particolar modo in Italia, su chi
sostiene che conviene non chiudere la porta a un
negoziato anche con Hamas, e chi dice che questo vuol
dire (ma è proprio così?) «tradire Israele» e condannare
Abu Mazen, s’impone una scelta non facile, che va fatta
attingendo anche alla sofferta memoria del passato.
Lasciamo che questo lo giudichino, alla fin fine, gli
Israeliani, che non hanno bisogno di troppi accesi
difensori, perché sanno difendersi da sé, e lo hanno
dimostrato.
Quello che, però, la memoria storica insegna, o così
almeno a me sembra, è che non sarà mai la sola forza
militare a salvare Israele, anche se la potenza militare
israeliana è una precondizione necessaria della
sopravvivenza dello Stato ebraico; e che la via del
negoziato, con chiunque accetti, in qualsiasi modo e per
qualsiasi via, pubblica o riservata, di incominciare a
trattare con Israele, sia pur rinviando alla fine e
all’ipotetico successo del negoziato il riconoscimento
pubblico e finale d’Israele, rimane pur sempre una via
giusta; anche se non è affatto garantito che porterà al
successo.
Esplorare la possibilità di aprire questa via, per
quanto appaia difficile, mi sembra giusto oggi, com’era
giusto dieci o venti o trent’anni fa: tutti i governi
israeliani del passato hanno sempre lasciato aperta o
socchiusa la via del negoziato, con chiunque
riconoscesse o non riconoscesse Israele, purché fosse
disposto a negoziare con Israele. Arafat (l’avete
dimenticato?) era un terrorista. L’Egitto e gli Stati
arabi impegnarono tutta la loro forza per distruggere
Israele. Per vie diverse e difficili, Israele trovò il
modo di stabilire un confronto con questi nemici che
volevano la sua fine. E questi sforzi non furono vani.
Il quadro odierno appare più complesso, perché la
spaccatura tra pacifisti e guerrafondai palestinesi è
più netta di quanto sia mai stata e perché al conflitto
nazionale si è anche sovrapposta una conflittualità
religiosa acuta, più che mai in passato. Ma il conflitto
è lo stesso di sempre, e la grande maggioranza dei due
popoli sembra ancora convinta che alla fine bisognerà
rassegnarsi alla convivenza di «due Stati sulla stessa
terra». Sulla carta, il compito affidato alla duttilità
di Tony Blair, che è riuscito a far pace persino fra
Irlandesi cattolici e protestanti, è apparentemente
insolubile. Ma la storia è ricca di esempi di crisi
insolubili risolte. Io dico: lasciamolo lavorare.
Mettiamo a sua disposizione tutta la forza, economica,
politica, ma anche militare dell’Europa unita, e quella
di un’America che sta riconoscendo i limiti della sua
potenza, e cercando nuove vie per far pace col mondo
arabo e islamico.
E non gli stiamo troppo alle costole con pubbliche
dichiarazioni (ho dei dubbi sull’utilità della
pubblicazione del documento dei dieci ministri europei,
o anche di pubbliche prese di posizione di singoli
ministri europei, anche se, sicuramente, ben
intenzionati).
Sperare contro ogni speranza. È lo slogan che ha
accompagnato per tutta una vita chi d’istinto
s’identifica anzitutto con le ragioni d’Israele, ma non
ha mai ignorato o dimenticato che il conflitto
israelo-palestinese è, più forse di ogni altro conflitto
storico, uno scontro fra due ragioni. Esprimo concetti
che vado ripetendo da sempre, e che mi hanno guidato in
ripetute ricerche della via del dialogo e della pace. Mi
dà forza sapere quanti amici israeliani che stimo
condividono questi sentimenti.
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